Biografia e Opere di Gennaro Aspreno Rocco, il sacerdote e poeta di Afragola

Biografia e Opere di Gennaro Aspreno Rocco, il sacerdote e poeta di Afragola

a cura di Andrea Romano

 

Se la volubile fortuna fosse proporzionata ai meriti, certamente il Rocco dovrebbe essere più famoso e onorato, se non da tutti, almeno dai suoi concittadini.

Di indole vivace e schietta, leale e semplice verso tutti fino al termine dei suoi giorni, il poeta afragolese si rese ben presto conto di quanto il vento della calunnia giunga ad avere spesso il sopravvento sulla rettitudine e sulla bellezza di una vita ben vissuta.

Nato ad Afragola il 13 marzo 1853 da Salvatore e Vincenza Ciampi, persone di umili origini sociali dedite essenzialmente alla dura vita dei campi, fu battezzato nella chiesa di S. Giorgio da don Giuseppe Iazzetta.

Fu seguito nei suoi primi studi da Vincenzo Castaldo Tuccillo, sacerdote di rare virtù cristiane, dal quale ricevette anche quella robusta educazione religiosa, che tanto fruttuosa si riverserà sul suo docile animo.

Dopo i primi quattro anni di scuola elementare, gratuiti ed obbligatori secondo il sistema italiano di istruzione e formazione nato nel 1861, si recò appena adolescente dal cardinale Sisto Riario Sforza, al quale, all’insaputa dei genitori, rivelò la sua ferma volontà di proseguire gli studi e di entrare in seminario.

L’arcivescovo di Napoli era impegnato in quel tempo in una più oculata selezione dei candidati al presbiterato e stava mettendo mano ad una radicale trasformazione degli studi nei seminari della diocesi di Napoli.

Egli fu colpito dalla sincerità e dalla naturale sicurezza del giovinetto e dopo un breve colloquio ammise di buon grado Gennaro a proseguire gli studi in seminario, probabilmente a spese della Curia, considerate le precarie condizioni economiche della famiglia Rocco.

Molto versato nelle materie letterarie, in particolar modo nello studio del Latino, della lingua greca e della Storia, fu ordinato sacerdote nel 1877, avendo dato qualche anno addietro ampia prova della sua versatilità culturale, soprattutto per alcuni lavori di archeologia cristiana, lodati da Giambattista De Rossi, l’autore indimenticato delle Inscriptiones christianae urbis Romae septimo saeculo antiquiores, proclamato Santo da papa Leone XIII il giorno 8 dicembre del 1881.

Sembrava il Rocco, absit iniuria verbis, destinato ad una splendida carriera ecclesiastica.

Ricercato professore pubblico e privato, le sue lezioni venivano seguite con ammirazione negli ambienti culturali campani e il suo nome circolava con gran rispetto sulla bocca di tutti i cultori delle belle lettere.

Poco più che trentenne, aveva già conseguito una fama che valicava i confini della “terra felix”, non solo negli ambienti ecclesiastici, ma anche nei salotti culturali laici più elevati.

Ad eventi così favorevoli seguì, improvviso come un tuono a ciel sereno, un repentino, ma non del tutto inaspettato, rovescio.

Nell’ambiente curiale già da qualche tempo correvano voci su quel sacerdote letterato, profondo conoscitore della cultura classica greca e romana.

Le voci diventarono sempre più forti e velenose: si disse che il Rocco troppo correva dietro agli onori e alla gloria mondana e che il suo “fare” da letterato era eccessivo e non adatto ad un pastore di anime: la fanciullesca ingenuità del giovane sacerdote fu volutamente giudicata come calcolata scaltrezza e la sua cultura divenne pietra di scandalo.

A ben riflettere, nulla di nuovo sotto il sole.

I superiori del Rocco ben sapevano quanto la natura umana sia incline al male più che al bene e quanto danno l’invidia ha da sempre arrecato agli animi più nobili e generosi.

Essi conoscevano bene il giovane sacerdote e non diedero alcun peso alla “voci di dentro”.

Il Rocco, però, fraintese questo saggio e benevole atteggiamento e la benevolenza fu da lui interpretata come taciuta condanna.

Espressamente chiamato, si recò a Castellaneta e qui, nel seminario arcivescovile, che sorge su una gravina, sul punto più elevato del paese, insegnò Latino e Greco.

L’esperienza in terra d’Otranto, però, ebbe la durata di un anno, perché, ammalatosi di malaria, il Rocco dovette tornare nel suo paese natio, per essere curato.

Nulla di ufficiale, ma i rapporti con la Curia di Napoli si erano sicuramente inclinati senza rimedio, dopo la scelta del volontario esilio, dettata da un abito mentale inconsciamente esaltato dalla lettura del Plutarco e dalla lezione foscoliana.

L’arcivescovo di Napoli lo stimava e gli voleva un gran bene, ma la sua scelta aveva rafforzato la voce di coloro che vedevano prevalere nel Rocco le ragioni del letterato sulle ragioni dell’umiltà e delle virtù cristiane.

Ad ogni modo, il Rocco ritornò al suo paese natio, ma sarebbe stato meglio per lui se non vi fosse mai tornato.

L’invidia dei suoi concittadini, certamente fomentata da qualche “potente” rimasto nell’ombra, esplose violenta ed improvvisa e pesanti accuse furono lanciate contro il grande poeta afragolese.

Abbiamo motivo di credere che quasi sicuramente gli accusatori non intendevano colpire soltanto il Rocco, ma miravano ad un bersaglio molto più in alto.

Rimane, pur nel vasto paniere delle ipotesi, una certezza: il Rocco fu la vittima sacrificale di quel vasto e complicato intreccio di relazioni che da sempre ha caratterizzato il rapporto complesso e mutevole tra Stato e Chiesa.

Confermano, in parte, questa nostra tesi alcuni versi inediti, che lasciano pensare ad un’accusa di simonia e che aprono, nel contempo, la strada a nuovi spiragli biografici, destinati a rimanere “congetture”, per mancanza di documenti difficilmente reperibili.

<<O Simonia, cagion del nostro lutto,

te sola io trovo, già di casa in casa

vagando, e non mi resta il ciglio asciutto.

Che se t’avessi scorta sì bramosa

Girar ancor per lo gregge santo,

la pecora sarebbe ognor nascosa.

Non si darebbe il mio nemico vanto

E posto or non sarei a sì dura croce.

Ma se tu fosti meco tanto atroce

Che ne risento ancor la cruda doglia,

che importa se in te innalzo un po’ la voce?

Se disfogasti in me tua cruda voglia

Giustizia vuol che contro te m’avventi

Ancor se vesti porporata spoglia>>

Gli ottimi endecasillabi in terzina concatenata riflettono con chiara evidenza il dettato dantesco, ma nulla tolgono all’originalità del poeta, che ci appare davvero un “grande” quando riesce a dare libero sfogo al contrastante vortice dei sentimenti che attanagliano il suo animo.

Il Rocco, a seguito di una così grave accusa, fu invitato a recarsi a Casarea, una selvaggia borgata ai piedi del Vesuvio, pur avendo la Curia riconosciuto la palese e documentata infondatezza di un’accusa così odiosa e vile.

Dal 1866 al 1912 fu il Rocco praticamente relegato in esilio, isolato dal mondo e dagli ambienti culturale a lui tanto cari, sempre sperando di tornare presto alle dulcia moenia di Afragola, ma esercitando con decoro ed abnegazione il suo ministero sacerdotale.

Nello studio della piccola casa parrocchiale di Casarea fu rinvenuta una piccola lapide fatta incidere dallo stesso Rocco, che si trova ora nella sacrestia di S. Giorgio, fra i ritratti di Domizio Russo e di Vincenzo Castaldo Tuccillo.

Questo il testo da noi decifrato prima del restauro:

<<Conscientia bene actae vitae

Multorumque benefactorum

Recordatio iucundissima est>>

E davvero la consapevolezza di una vita ben vissuta dovette essere, negli anni bui dell’esilio, l’unico sollievo per l’illustre figlio di Afragola, che nel silenzio di una natura aspra e lontano dal frastuono delle voci deliranti di tanti uomini, diede vita ad un canto di rara potenza elegiaca, macchiato, talvolta, da insistite reminiscenze letterarie.

Inizialmente, il Rocco ricevette frequenti visite dal cardinale Guglielmo Sanfelice, che nutriva per lui un grande affetto e che paternamente lo aveva indotto a recarsi ai piedi del Vesuvio, in quella Casarea selvaggia e non di rado insaguinata da faide e da malvessazioni.

Ogni volta le visite del cardinale erano accompagnate da promesse, ora vaghe, ora accorate e certe, di un ritorno nella natia Afragola.

La promessa del ritorno rendeva più tollerabile la forzata lontananza e rinnovava la speranza nel cuore amareggiato e deluso del poeta.

Nel 1897, però, il Sanfelice moriva, senza aver potuto adempiere alla sua promessa, ma lasciando al poeta una “eredità d’affetti” non facilmente colmabile e un “suggerimento” che si rivelerà importantissimo per la stesura del poema “Africa”, senza dubbio l’opera più significativa della vasta e multiforme produzione del Rocco.

Qualche anno prima, infatti, il Rocco aveva iniziato a scrivere i canti iniziali di un’opera che avrebbe dovuto celebrare l’eroismo di Pietro Toselli in Libia e l’amore della patria.

L’idea era ancora vaga ed indistinta nella mente del poeta, che si era confidato con il suo arcivescovo, durante una di quelle visite tanto desiderate ed attese.

Il Sanfelice fu entusiasmato dalla lettura del “Proelium ad Amba Alagi” (così il Rocco pensava di titolare la nascente sua opera) e suggerì al poeta di allargare lo sguardo e di celebrare le gesta della chiesa cattolica in Africa, senza tralasciare il tema dell’amor patrio.

Fondere insieme l’eroismo della fede e l’amor per la patria: fu questo il suggerimento del cardinale.

Nacque, così, il poema “Africa”, capolavoro del Rocco e preziosa perla da riporre nello scrigno della grande letteratura italiana.

Composto da 3497 versi in quattro libri, il poema destina il poeta afragolese alla funzione di poeta vate e lo pone a buon diritto sulla scia del Parini, in netta antitesi alla platealità dell’esasperato alessandrinismo linguistico di un D’annunzio, che pure ebbe in quegli anni tanto seguito.

I primi tre libri sono dedicati ai martiri cristiani in Africa, a partire dall’esilio degli ebrei in Egitto fino all’infelice crociata di S Luigi, re di Francia.

L’ultimo libro, il quarto, riprende il disegno originario ed è incentrato sulla figura di Pietro Toselli, chiamato dal Barattieri ad un’eroica missione, per amore della patria e della fede in Cristo.

Riprendendo lo schema ovidiano della narrazione a cornice, il Rocco dà vita ad una commossa poesia, dove i vinti dalla storia acquisiscono una dimensione universale, che travalica la dimensione spazio-temporale del contingente, per diventare umanità redenta dalla fede.

Il verso, ora meditativo, ora lirico, ora descrittivo, riesce quasi sempre ad esprimere al meglio la complessa e varia trama narrativa; l’eleganza formale, quasi sempre sobria e misurata, la capacità introspettiva di scandagliare l’animo umano, il dolore personale capace di esprimere al meglio il più vasto dolore universale, sono queste le peculiarità di un poema che ruota quasi unicamente intorno ai motivi della fede cristiana e della patria. Unico neo degno di nota: come già altre volte nella poesia del Rocco, nuocciono le lunghe digressioni, tributo che il poeta afragolese paga alla sua immensa cultura classica, lasciando che il letterato prenda il sopravvento sulla immediatezza dell’ispirazione e sulla misurata e composta simmetria del verso.

Ma è giunto il momento di riprendere il filo interrotto della nostra ricerca, che forse non sarà facilmente dimenticata.

Morto il Sanfelice, fu eletto cardinale di Napoli Giuseppe Prisco, bella figura di pastore, che godeva meritata fama di emerito filosofo neotomista e che, malgrado il voto favorevole ed unanime del collegio dei professori del seminario arcivescovile, non volle consentire al Rocco di riprendere la sua attività di professore.

Correva l’anno 1899.

Credette il Rocco di essere inviso al cardinale: il suo animo, già esacerbato da una lunghissima attesa e dalla palese ingiustizia subita, trovò rifugio in una poesia lirica, da annoverare tra i momenti più alti e salienti della sua vastissima produzione.

Il ricordo degli anni passati divenne struggente e il poeta riscoprì la poesia elegiaca intesa come poesia del pianto: costretto a diventare ancora una volta il soggetto del suo canto, il brillante letterato dei salotti culturali di un tempo ingigantì la portata della sua personale tragedia e si perse in un quadro di desolante solitudine:

<<Cum fugerem carae moenia Afragolae

Qui mihi cernenti versus? Qui moeror euntem

Oppressit? Vel quae tristia verba dedi?

Moenia conversus contra mihi dulcia quondam

Haec flevi, lacrimae dum tumida ora rigant.

Afragola, vale, dulcesque valete sodales>>

Il lamento dell’infelice condizione dell’esule, il rimpianto per la sua terra, il costante rinchiudersi in una poesia elaborata e riflessa, se da un lato richiamano molto da vicino i topoi ovidiani, dall’altro sgorgono frementi ed immediati dall’animo deluso del poeta e il verso diventa a tratti lirico, senza quelle sovrastrutture tanto care al poeta di Sulmona.

Non mancano, a dire il vero, anche versi amari e pungenti nell’episodio del rifiuto, versi che oscurano le virtù cristiane di un autore che in diverse circostanze della sua vita aveva scritto. <<Pro te posse pati cupio, dulcissime Iesu, ut cupio pro te me quoque posse mori>>.

È necessaria una piccola digressione.

Il Rocco era un buon sacerdote, profondissimo letterato, ma difettava di una buona conoscenza biblica e fu questo il motivo del “rifiuto” del Prisco, che voleva sacerdoti addottorati nella Sacra Scrittura, in grado di trasmettere ai futuri presbiteri la ricchissima bellezza biblica e il dono di una fede che traeva da essa sostanza ed alimento.

Il Rocco, lo ripetiamo, non aveva una solida cultura biblica; la sua fede, schietta e genuina, era nutrita essenzialmente da una sentimentale lettura agiografica di tipo medievale.

Era la sua una forma di fede sentimentale, validissima, ma poco adatta alla formazione dei futuri sacerdoti e non poteva giovare ad essi la conoscenza veramente unica che il Rocco aveva delle umane lettere

Intanto gli anni passavano via veloci ed inesorabili e il Rocco contava i suoi tra il silenzio, lo studio, la riflessione e la preghiera.

Di anno in anno giunse così anche il 1909, l’anno della riscossa. Improvvisa giunse la gloria e fu rotto il lungo silenzio, compagno fedele di tanti anni trascorsi tra speranze ed illusioni, tra rimpianti e ripensamenti, tra la stima di pochi e la beffarda noncuranza di molti.

Nunzio Coppola, discepolo ed amico del Rocco, inviò, forzando la mano ad un uomo ormai esausto e sfiduciato, l’ode alcaica “Aeronavis” ad Amsterdam, per il concorso internazionale di poesia latina “Hoeufftiano”.

L’ode venne insignita di “magna cum laude” e premiata ex aequo assieme ad una composizione di Giovanni Pascoli, che aveva in precedenza già vinto per ben dieci volte il suddetto concorso.

La fama del Rocco, rinverdita, uscì fuori dai confini campani e il suo nome ebbe in breve tempo una risonanza europea.

Qualche autore ha voluto vedere in questa ode richiami e riflessi montiani.

Nulla di più falso. Il Monti, artista raffinatissimo, risolve il suo verso in pura bellezza formale e non riesce a dare vis e calore alle sue composizioni, neppure quando l’encomio richiederebbe una necessaria compartecipazione affettiva; al contrario, nel poeta afragolese la bellezza formale non è mai disgiunta dal contenuto vivo e palpitante, mai astratto o vuotamente celebrativo.

Seguirono anni di intensa attività poetica, ma anche di approfondita ricerca storica: la saffica “Ad Christum Salvatorem”, l’alcaica “Vera fraternitas”, la revisione e la stesura definitiva dei “Pediculi”, un’anomala commedia di stile tardo verista, studi su alcune lapidi cristiane attualmente conservate nel museo diocesano di Napoli, epigrammi ed odi di vario genere.

Se il 1908 possiamo definirlo l’anno della riscossa, il 1912 deve essere necessariamente definito l’anno della rivolta.

Dopo ventisei anni di esilio, dopo un così lungo calvario, che l’aveva portato sull’orlo di una depressione senza rimedio, il Rocco, forse incoraggiato dal Coppola che era diventato l’amico più fidato, decise di tornare senza alcun preavviso nella sua Afragola e di rompere quelle dolorose catene che troppo a lungo l’avevano tenuto prigioniero nell’arida terra di Casarea, divenuta, dopo tanto penosa attesa, quasi una compagna fedele

Così si legge in un frammento inedito:

<<In questo oscuro albergo di mia vita,

gli anni migliori già passaro, amico,

e tacita sottentra quella etade

ch’a nuove imprese è poco acconcia

(…). Da questo ostello

Uscir non posso senza nuova guerra

E senza nuovi affanni; questi e quella

Se l’alma invitta affronta, il corpo estinto

Cadrà. La pace io chieggio, e qui la calma

Io trovo in mezzo a queste rare case,

in mezzo a questi campi taciturno>>.

Nel 1912, dunque, il desiderio di pace, che da qualche tempo era diventato per il poeta una dichiarazione di resa incondizionata, fu improvvisamente rotto.

Non nuove lotte, però, attesero il poeta.

La Curia da sempre aveva fatto credere al Rocco che l’esilio era reso necessario da una pesante minaccia di morte che incombeva su di lui.

Ben diversa si rivelò la realtà dei fatti.

Il Rocco fu accolto dai suoi concittadini come un trionfatore, tra la gioia unanime degli amici e dei moltissimi ammiratori.

Negli anni a seguire non mancarono onori e riconoscimenti.

Nel 1918 fu nominato socio dell’accademia napoletana di Scienze e Lettere, fondata proprio dal cardinale Prisco, e divenuta in seguito accademia napoletana di S. Pietro in vinculis.

Sei mesi più tardi fu ammesso tra i membri insigni dell’Arcadia di Roma.

La sua poesia apparirà in questi anni serena, bonaria, talvolta satirica; elegie di stampo tibulliano, odi ed epigrammi che richiamano da vicino moduli oraziani rivissuti alla luce della fede e della speranza cristiana, epistole vicine alle “Ad familiares” di Cicerone, saggi di storia e di archeologia: la penna del Rocco sarà inesauribile e tutto avrà la tonalità di una gnomica ed elegante visione di vita, che vedrà il suo compimento nella ricerca del Dio della luce e della speranza

La lingua latina cederà sempre più spesso il passo alla lingua italiana, soprattutto nella descrizione istantanea di stati d’animo e del vissuto quotidiano

Non mancano, negli ultimi anni della sua vita, neppure componimenti in lingua napoletana, apprezzabili per l’immediatezza delle immagini e per la plasticità descrittiva

Morì il Rocco nel gennaio del 1922

La sua vastissima opera è ancora in gran parte inedita e molte sue cose sono andate disperse, a causa dell’incuria di chi avrebbe dovuto salvaguardare un così ricco patrimonio di arte e di cultura.

Attualmente, Giovanni Giordano, un pronipote del grande poeta di Afragola, conserva ancora una parte inedita di manoscritti, che meritano di essere conosciuti e pubblicati.

Il già più volte citato Nunzio Coppola, essendo il Rocco ancora in vita, classificò e diede ordine metodologico agli scritti del suo maestro

Non possiamo terminare questa nostra fatica senza citare almeno due scritti di archeologia del Rocco: uno studio topografico sul fiume Vesevis, il cui nome scomparve con l’eruzione vesuviana del 79 d. C., e due lavori sull’origine di Resina, sottoposti nel 1921 dal Rocco al vaglio di Giambattista Alfano, che suggerì all’illustre afragolese di raggrupparli con il titolo diRectina o Retina? Città o matrona?”.

Parroco di Casarea per ventisei anni, tornato ad Afragola non ebbe in affido una parrocchia, malgrado l’esperienza maturata, la fama acquisita e i meriti di una vita vissuta in docile obbedienza, tra speranze e amare disillusioni.

La Curia non punì mai la sua “rivolta”, ma il cardinale Giuseppe Antonio Ermenegildo Prisco, morto il 4 febbraio 1927, all’età di 90 anni, con fermezza e senza tentennamenti non credette opportuno affidare una parrocchia al Rocco nel suo paese natale, per motivi puramente pastorali.

L’uomo Rocco ebbe sempre una innata e candida docilità, ma il letterato non sempre seppe adeguarsi alle mutevoli circostanze della vita, altalena perennemente in bilico tra la gioia e il dolore.

Il poeta, infine, si elevò al di sopra delle opposte contingenze del suo animo e della sua cultura e nella poesia il Rocco seppe trovare un suo certo equilibrio, la sua catarsi al dolore personale ed universale.

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