La chimera dell’Unione fiscale europea

La chimera dell’Unione fiscale europea

di Andrea Purpura (*)

La lotta all’ evasione fiscale e – più in generale – alla realizzazione di comportamenti abusivi costituisce un tema più che mai necessitante di adeguata discussione, interazione ed azione tanto a livello nazionale quanto – nell’epoca della globalizzazione ancor di più – a livello internazionale (infra ed extracomunitario).

Quelle appena formulate non sono considerazioni nuove, purtuttavia l’assenza di una risposta concreta derivante dalle Istituzioni non può che destare perplessità.

Molteplici sono stati i tentativi fin qui profusi dalla Comunità internazionale per provare ad arginare tutte quelle condotte poste in essere dagli agenti economici – le multinazionali tra tutti –  idonee a realizzare fenomeni di erosione della base imponibile da un lato e trasmigrazione dei profitti verso le giurisdizioni fiscali più favorevoli dall’altro.

Ed infatti, in questa prospettiva si è mosso il progetto BEPS (Base Erosion Profit Shifting), programma elaborato tempo addietro in sede OSCE, o ancora, in tempi recentissimi, l’adozione delle c.d. direttive ATAD (Anti Tax Avoidance Directive) il cui sarebbe quello di contrastare le pratiche elusive che incidono direttamente sul funzionamento del mercato interno identificando una serie di limiti alla pianificazione fiscale aggressiva, con particolare riferimento alle situazioni in cui i gruppi societari sfruttino le disparità esistenti fra i sistemi fiscali nazionali.

Se il conseguimento di un vantaggio fiscale lecito costituisce uno degli elementi certamente determinanti ai fini del successo di una determinata attività imprenditoriale, l’abuso del diritto tributario internazionale e, di conseguenza, il voler perseguire “a tutti i costi”  vantaggi fiscali indebiti e, ancor di più il concreto ottenimento di detti obiettivi da parte degli operatori economici, non può non destare perplessità almeno sotto due ordini di profili strettamente correlati.

Anzitutto, il risparmio fiscale indebitamente conseguito attraverso lo sfruttamento di normative nazionali disallineate, oltreché dar luogo ad una condotta eticamente non orientata perché lesiva nei confronti della generalità dei consociati, determina inevitabilmente perdite enormi per gli Erari dei singoli Stati Membri.

Basti pensare che l’OCSE stimava (in tempi non lontani) che le perdite di entrate derivanti sia dall’erosione della base imponibile sia dall’imputazione dei profitti a giurisdizioni tributarie “di favore” fosse tra i  100 ed i 240 miliardi di dollari americani (dati calcolati in ragione di anno), ovvero una perdita pari al 4-10% delle entrate delle imposte sul reddito delle società globali (Cfr. Statuizione OCSE del 17 ottobre 2017 “Governments rapidly dismantling harmful tax incentives worldwide: BEPS Project driving major changes to international tax rules).

In secondo luogo, ulteriore questione sulla quale occorre interrogarsi attiene alla reale intenzione, o meno, degli Stati coinvolti – ad esempio, in territorio comunitario, degli Stati Membri – di impegnarsi ed adoperarsi realmente per ridurre al minimo le condotte evasive poste in essere dagli operatori economici all’interno dell’Unione Europea.

Punto di partenza per la realizzazione di detto obiettivo è rinvenibile, a parere di chi scrive, nell’avvicinamento tra le normative fiscali dei singoli Stati membri e nell’armonizzazione – grado più flebile, ma già significativo data la rilevanza del tema di che trattasi –  tra normative statuali.

Ciononostante, considerazioni di questo tipo appaiono sempre più destinate a scontrarsi con una realtà ben più complessa, poco chiara e lineare.

Quanto detto, infatti, troverebbe conferma nell’infausto esito del vertice Ecofin tenutosi a Bruxelles dello scorso 11-12 febbraio 2019, occasione in cui la proposta avanzata della Commissione Europea lo scorso 15 gennaio 2019 avente ad oggetto un invito agli Stati membri a discutere in merito ad un graduale avvicinamento tra normative nazionali per un più efficiente e democratico processo decisionale in materia di politiche fiscali europee, si è scontrata con il parare sfavorevole espresso da un sortito fronte di paesi e cioè Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Lituania e Svezia –  giurisdizioni fiscali notoriamente soft – i quali, opponendosi alla proposta della Commissione consistente, più specificatamente, nella richiesta di superamento del voto all’unanimità fino ad oggi richiesto per l’adozione delle questioni fiscali attraverso il ricorso, di contro, ad un voto a maggioranza, hanno bloccato sul nascere una proposta che si sarebbe potuta rivelare, seppur non determinante, occasione di velocizzazione della gestazione dei provvedimenti comuni da adottare oltreché momento di avvicinamento tra ordinamenti i quali, ad oggi, rimangono, seppur talvolta obtorto collo, ancora troppo distanti.


(*) Dottorando di Ricerca in Scienze Economiche, Aziendali e Giuridiche presso Università degli Studi di Enna “Kore”
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