I motivi dell’aumento della criminalità, profilo criminologico: perché il tasso di delinquenza aumenta in un luogo determinato

I motivi dell’aumento della criminalità, profilo criminologico: perché il tasso di delinquenza aumenta in un luogo determinato

In criminologia, l’aumento della criminalità viene spiegato come il risultato dell’intreccio di molteplici fattori, capaci di creare le condizioni per un incremento del tasso di delinquenza rispetto ai dati rilevati nei periodi precedenti.

Tali fattori possono essere principalmente di natura sociale, economica e ambientale e incidere, con intensità diversa, su una determinata comunità.

Tra i fattori sociali rientra l’associazione differenziale, ossia quel fenomeno per cui determinati individui apprendono comportamenti criminali attraverso la frequentazione di soggetti c.d. devianti, così definiti in chiave criminologica per indicare coloro che pongono in essere condotte illegali.

A tale fenomeno possono essere ricondotte anche le subculture criminali, vale a dire quei gruppi sociali più ristretti e alternativi che si organizzano secondo propri codici di condotta, finendo per normalizzare l’illegalità come modalità ordinaria di interazione con gli altri individui della società.

A contribuire è spesso anche la c.d. disorganizzazione sociale, intesa come indebolimento della capacità delle istituzioni di prevenire e contrastare efficacemente tali fenomeni.

Tra i fattori economici possono invece individuarsi le c.d. cause di opportunità, connesse all’anomia e alla tensione prodotte dal divario tra ricchezza e povertà, tra aspirazione al successo economico e disponibilità dei mezzi necessari per conseguirlo.

Tali dinamiche si collegano alla povertà relativa, ossia alla percezione dell’ingiustizia sociale che nasce dal confronto tra realtà economiche profondamente differenti.

Nel tentativo di colmare tale divario, una parte della comunità può orientarsi verso l’anomia, intesa come mancanza o perdita di efficacia delle norme, ricorrendo a mezzi illeciti per ottenere status e beni.

Si pensi, ad esempio, a Tizio, che utilizza mezzi illeciti per conseguire un vantaggio economico perché si sente autorizzato, dall’ingiustizia percepita, a impiegarli per raggiungere il proprio obiettivo, pur nella consapevolezza di compiere un atto criminale.

In questo quadro può assumere rilievo anche la mancanza di opportunità di lavoro legale, che può favorire l’ingresso nella criminalità o nell’economia illegale.

Per quanto riguarda i fattori ambientali, possono contribuire all’aumento della criminalità l’isolamento di specifiche aree urbane, prive di servizi essenziali, nonché la carenza di sorveglianza degli spazi pubblici, sia da parte delle istituzioni sia da parte degli stessi residenti.

In tale contesto si colloca la c.d. teoria delle finestre rotte, secondo cui i segnali di degrado fisico di un luogo, come ad esempio la presenza di rifiuti, trasmettono una percezione di impunità e di abbandono.

A questo fenomeno possono ricollegarsi anche la perdita di fiducia nelle istituzioni e la stigmatizzazione dei residenti di una determinata area, i quali possono progressivamente assimilare l’identità criminale loro attribuita.

Quando il delinquere deriva da un comportamento acquisito, quale forma di apprendimento cognitivo e sociale, diviene possibile comprendere perché, in un determinato luogo, il tasso di criminalità possa aumentare in modo netto rispetto agli anni precedenti.

Un esempio è rappresentato dalla città di Palermo che, come testimoniato dalle cronache giornalistiche, negli ultimi due anni ha registrato un notevole incremento della criminalità rispetto al decennio precedente.

Quando la devianza criminale conosce un’impennata improvvisa e significativa rispetto a un periodo precedente, essa può trasmettersi «per contagio», e non soltanto in conseguenza delle spinte derivanti dall’eventuale presenza della criminalità organizzata.

Si tratta della c.d. teoria dell’apprendimento sociale, secondo cui le persone possono apprendere comportamenti considerati complessi osservando le azioni altrui.

Può così verificarsi il modelling, ossia l’imitazione, da parte di un soggetto, dei modelli di riferimento presenti all’interno di una determinata comunità, come persone che commettono reati, dalle quali vengono assimilati comportamenti e tecniche utili alla loro realizzazione.

Un ruolo centrale è assunto, in questo caso, dal rinforzo vicario, ossia dal successo ottenuto mediante l’atto criminale quando questo non viene punito. Tale risultato viene osservato dal soggetto e fa apparire la condotta come vantaggiosa.

Il cervello registra così che compiere un crimine può produrre benefici, generando una sorta di ricompensa indiretta che spinge l’osservatore a imitare chi pone in essere quella condotta.

A rafforzare questa prospettiva può contribuire anche la c.d. associazione differenziale, secondo cui una costante esposizione a modelli devianti può determinare un cambiamento nel sistema di valori dell’individuo.

Ciò avviene perché osservare altri soggetti commettere reati all’interno di una comunità può trasmettere al cervello giustificazioni logiche ed emotive che rendono tali condotte progressivamente accettabili all’interno del gruppo.

Se le conseguenze favorevoli della violazione della legge superano quelle favorevoli derivanti dal rispetto della legge, si crea un rapporto di influenze che può spingere l’individuo a considerare giustificabili le condotte illecite.

Vedere altri soggetti delinquere può, inoltre, facilitare la commissione di atti illegali perché attenua il senso di colpa. Si inseriscono in questo meccanismo pensieri quali: «Se lo fanno gli altri, perché non io?».

Il peso morale dell’azione viene così alleggerito, poiché la responsabilità viene percepita come una colpa sociale condivisa.

Allo stesso modo, la propria condotta criminale può apparire meno grave quando viene confrontata con i reati commessi da altri soggetti, soprattutto se questi ultimi risultano più gravi.

Infine, può assumere rilievo la giustificazione morale, che ricorre quando il comportamento deviante viene percepito come necessario alla propria sopravvivenza o a quella di altre persone.

Quando l’atto illecito viene compiuto all’interno di gruppi o comunità, può inoltre determinarsi una temporanea perdita dell’identità individuale: il soggetto tende a fondersi con il gruppo e con la sua identità, sentendosi così maggiormente giustificato a delinquere.

L’esperimento della bambola Bobo, condotto dallo psicologo Bandura presso l’Università di Stanford, ha dimostrato come un comportamento aggressivo possa essere appreso attraverso l’imitazione e la precedente osservazione delle condotte altrui, senza la necessità di specifiche istruzioni o di obiettivi premiali.

L’esperimento, condotto su bambini di età compresa tra i tre e i sei anni, prevedeva la loro suddivisione in tre gruppi:

  1. un gruppo esposto a un modello adulto aggressivo, che colpiva la bambola Bobo e inveiva contro di essa;

  2. un gruppo esposto a un modello adulto non aggressivo, nel quale l’adulto ignorava completamente la bambola e giocava tranquillamente con gli altri giochi presenti nell’ambiente;

  3. un gruppo di controllo, privo di un modello adulto.

Dopo una fase preliminare alla suddivisione e all’osservazione, nella quale veniva generata nei bambini una condizione di frustrazione di base impedendo loro di giocare con altri giocattoli collocati in un’altra stanza, i bambini venivano lasciati soli nell’ambiente insieme alla bambola Bobo e ad altri giochi.

I risultati mostrarono che i bambini esposti al modello aggressivo tendevano a imitare le condotte violente nei confronti della bambola Bobo e a ripetere le espressioni verbali offensive osservate in precedenza. Al contrario, i bambini del gruppo esposto al modello non aggressivo manifestavano livelli di aggressività quasi nulli e comunque inferiori rispetto al gruppo di controllo.

Questo esperimento ha contribuito a superare l’idea secondo cui i comportamenti violenti o criminali deriverebbero esclusivamente da una predisposizione genetica o da un trauma subito direttamente dalla persona.

È anche per questo motivo che i modelli familiari e di quartiere possono incidere profondamente sull’indole dei bambini, i quali possono crescere interiorizzando l’idea della criminalità come comportamento talvolta accettabile e, in altri casi, addirittura necessario.

In questa dinamica possono incidere anche i media e i social media, che talvolta propongono o glorificano comportamenti illegali, contribuendo alla loro diffusione e potenzialmente a un aumento degli atti criminali.

La criminalità può quindi diffondersi come un contagio, attraverso la normalizzazione dell’atto criminale e la sua percezione quale comportamento vantaggioso, capace di produrre una ricompensa indiretta che spinge chi osserva a riprodurlo.

In alcuni casi, dunque, la criminalità può trasformarsi in uno spettacolo quotidiano di successo e impunità. Non si nasce necessariamente criminali: lo si può diventare anche attraverso l’imitazione.

È infatti il successo impunito dell’atto illecito che può trasformare il comportamento contra legem del singolo in una vera e propria epidemia sociale, nella quale più individui finiscono per sentirsi autorizzati a compiere atti criminali per ottenere vantaggi o perché appartenenti a una determinata cerchia sociale.


Salvis Juribus – Rivista di informazione giuridica
Direttore responsabile Avv. Giacomo Romano
Listed in ROAD, con patrocinio UNESCO
Copyrights © 2015 - ISSN 2464-9775
Ufficio Redazione: redazione@salvisjuribus.it
Ufficio Risorse Umane: recruitment@salvisjuribus.it
Ufficio Commerciale: info@salvisjuribus.it
***
Metti una stella e seguici anche su Google News

Articoli inerenti

Oltre la crittografia: l’inutilizzabilità sopravvenuta nelle indagini digitali

Oltre la crittografia: l’inutilizzabilità sopravvenuta nelle indagini digitali

L’avvento delle investigazioni tecnologiche fondate sull’intercettazione dei sistemi di criptotelefonia e sull’acquisizione massiva di dati...

L’Affaire Dreyfus

L’Affaire Dreyfus

Abstract [ITA]. Il caso Dreyfus rappresenta uno dei più celebri errori giudiziari della storia europea moderna. Attraverso l’analisi del processo...

La responsabilità penale nei social: i confini del concorso morale

La responsabilità penale nei social: i confini del concorso morale

L’irruzione della dimensione cibernetica e della viralità algoritmica nel tessuto delle relazioni interpersonali impone alla più rigorosa...

Il paradosso del vero: quando la rispondenza fattuale non esclude l’offensività della diffamazione

Il paradosso del vero: quando la rispondenza fattuale non esclude l’offensività della diffamazione

«Ma è la verità! Perché dovrei essere condannato?». È questa la domanda, venata di genuina indignazione, che ogni avvocato penalista si è sentito...