Avvocata o Avvocato: è davvero questo il dilemma?

Avvocata o Avvocato: è davvero questo il dilemma?

So perfettamente che la maggior parte delle persone – soprattutto uomini, ma non di rado anche donne –quando incappa, suo malgrado, nell’argomento dell’emancipazione della donna e delle cosiddette toghe rosa prova istantaneamente un leggero senso di fastidio, accompagnato dal pensiero che sia incredibilmente noioso, trito e ritrito ed alla fin fine inutile perché significherà passare la prossima mezz’ora ad evidenziare problemi che non ritiene tali e che resteranno comunque irrisolti. Tuttavia, dal momento che non può mostrarsi seccata né tanto meno spiegarne le ragioni apertamente –  perché sa che correrebbe il rischio di vedersi affibbiata l’etichettata di maschilista e retrograda vita natural durante –  è costretta a sfoderare quelle quattro o cinque considerazioni che conserva con cura per l’occasione, socialmente accettate, progressiste ma non troppo, a favore dell’emancipazione della donna, ma non dimenticando di sottolineare che se diamo un’occhiata alla situazione di trent’anni fa comunque c’è stato un progresso notevole, lasciando intendere tra le righe che noi donne continuiamo a lamentarci per ottenere qualcosa che in realtà abbiamo già.  Ma è davvero così?

Davvero la tanto agognata parità di genere l’abbiamo già raggiunta e adesso il principale problema è diventato decidere se “Avvocata” suona come un’incantevole e appassionata ode a decenni di battaglie femministe o piuttosto uno sgraziato e ulteriormente discriminatorio contentino?

Innanzitutto, penso che sia un bene che questo argomento dia ancora fastidio. Anzi, deve dare fastidio. Soltanto chi sceglie una vita dietro le quinte, chi sta zitto, chi subisce, chi accetta passivamente le cose come stanno senza interrogarsi non dà fastidio a nessuno.  Chi parla, chi chiede, chi batte i pugni, chi si ribella dà fastidio ma è segno che siamo vivi, reattivi e solo così possiamo ottenere dei cambiamenti e migliorare la situazione attuale.

Non bisogna aver paura di dar fastidio. Bisogna aver paura, piuttosto, delle subdole e disastrose conseguenze del non dare mai fastidio a nessuno. Se in una fabbrica non vengono mai fatti i lavori di manutenzione e di ammodernamento degli impianti e nessuno dei lavoratori se ne lamenta saranno tutti sereni fino a che però non si verificherà un incidente e più tempo passa mantenendo la situazione in stallo, non apportando dei cambiamenti, più il rischio diventa alto e concreto.

Dobbiamo rifuggire da quello che l’Avvocato Giulia Bongiorno (lei preferisce utilizzare il termine “avvocato”, considerandolo un “neutro di professione”) nel suo libro “Le donne corrono da sole” chiama “il mito della quiete”, cioè quella propensione delle donne ad evitare di riconoscere il reale problema, per paura dello scontro, della contestazione diretta con gli uomini, ponendo la quiete come obiettivo principale. Quiete che, come sottolinea l’autrice del libro, rischia di farci rimanere ostaggio di schemi sbagliati.

Sappiamo tutte e tutti che la parità di genere formale raggiunta non è accompagnata ad oggi da una parità sostanziale.

In primo luogo, quando iniziamo ad avvicinarci al mondo dell’Avvocatura veniamo continuamente scoraggiate con frasi del tipo: “Ma non pensi che sarebbe meglio fare il magistrato, anziché l’avvocato? Almeno così avresti più pomeriggi liberi e per una donna è importante.”, “Perché non ti dedichi allo studio per cercare di passare dei concorsi per trovare un qualsiasi impiego in qualche ufficio pubblico con un bel posto fisso? La libera professione per una donna non è l’ideale, se vuoi farti una famiglia.”, “Una giovane donna che vuole fare l’avvocato? Penalista, per giunta? Io se fossi un potenziale cliente non verrei mai da te, preferirei un avvocato uomo e con esperienza, per certe cose è meglio.”, “Tu vuoi avere a che fare con i criminali? Per una donna è pericoloso, non è meglio se insegni a scuola? almeno sei più tranquilla”.

Un giovane ragazzo neolaureato in Giurisprudenza che inizia a lavorare come praticante in uno Studio Legale non sarà mai destinatario di frasi simili e mi sembra davvero difficile che stia lì ad arrovellarsi nel dubbio se sia preferibile scegliere un lavoro che ama ma sacrificante e impegnativo o piuttosto un lavoro d’ufficio che gli assicuri di potersi ritagliare del tempo per fare le faccende di casa, per far trovare alla sua futura moglie pranzo e cena pronti in tavola al suo rientro o per dedicarsi a passare del tempo con i suoi futuri figli.

Noi donne continuiamo ad essere ritenute dagli uomini e da noi stesse – colpevole una cultura arretrata e tradizionalista – le principali, se non le uniche, responsabili dei lavori domestici, dell’accudimento e dell’educazione dei figli e, per quanto possiamo negarlo o possiamo cercare di delegare qualche piccola mansione, la verità è che nulla è davvero cambiato. Non in modo sostanziale. Negare che le cose stiano così significa nascondere la polvere sotto il tappeto – tanto per restare in tema – non rendendo così possibile una discussione aperta, sincera e critica, necessaria per poter trovare delle soluzioni pratiche e concrete, che non consistano in due parole banali e scontante o in una mera speranza che prima o poi arrivino tempi migliori.

Dunque, una donna che, nonostante le belle parole di incoraggiamento e conforto di cui abbiamo appena parlato, sceglie di fare l’avvocato sa che dovrà affrontare, oltre a tutte le difficoltà che la professione di per sé richiede, anche i pregiudizi dei clienti e talvolta anche dei colleghi e che quindi dovrà impegnarsi il doppio di un uomo per dimostrare di valere quanto lui, pur prendendo meno della metà della sua paga. Possiamo raccontarci che non è così, possiamo raccontarci che viviamo in un mondo in cui poco importa se sei uomo o donna sotto la toga ma ci prenderemmo in giro.

Infatti, dai dati resi noti dalla Cassa previdenziale forense, nel corso della presentazione del nuovo rapporto Censis sull’Avvocatura 2022, è emerso che: nel 2021 gli avvocati iscritti alla Cassa forense ammontano a 241.830, di cui il 94,3% risulta attivo; sono 126.000 gli avvocati uomini e 115.000 le donne, quindi la componente maschile è in prevalenza con il 52,3% sul totale; la distanza fra il reddito medio di una donna avvocato e quello di un collega uomo è tale che occorre sommare il reddito di due donne per sfiorare – e non raggiungere –  il livello medio percepito da un uomo: 23.576 euro contro i quasi 51.000 della componente maschile della categoria professionale. È lapalissiana la gravità della situazione e l’urgenza di superare tale gender gap.

Lungi dall’arrogarmi il diritto di definire battaglie femministe come quella della declinazione al femminile dei ruoli di potere e dell’importanza di un linguaggio meno discriminatorio come battaglie di serie B, ritengo però che sia totalmente irragionevole che ci si indigni se si viene chiamate “avvocato” piuttosto che “avvocata” e non si fiati su una questione di tale rilevanza e portata.

È un dato di fatto che ad oggi la maggior parte delle donne avvocato non riescono a raggiungere gli stessi traguardi economici ed avere lo stesso numero di clienti dei colleghi uomini e molte non riescono a mettersi in proprio davvero, aprendosi un loro studio e decidono di rimanere sotto il proprio dominus.

La professione di avvocato richiede inevitabilmente continui imprevisti, ore in macchina o sui mezzi per raggiungere il proprio assistito o il tribunale o il carcere per i colloqui, notti insonni, fine settimana passati studiando i fascicoli e per fare carriera bisogna sacrificare del tempo, mettendo tutto il resto in secondo piano. Questo rende difficile avere una vita sociale appagante, delle relazioni solide, una famiglia perché dalla donna non ci si aspetta che metta il lavoro al primo posto, dall’uomo sì ed è socialmente accettato da secoli.

Se scegliamo di non pensarci, rimandando il più possibile il momento in cui mettere su famiglia, e concentrarci sulla carriera? O, ancora, se capiamo che trovare un compagno e fare dei figli non è proprio un nostro desiderio? Sentiamo il peso di una società che ci giudica negativamente, come se avessimo fallito, come se ci mancasse qualcosa, come se non fosse normale, come se il nostro “orologio biologico” fosse un argomento di interesse comune, su cui tutti possono permettersi di dire la loro opinione e darti suggerimenti.

E se, invece, decidiamo di non rinunciare a nulla e di essere avvocate/i, mogli e madri? A quali problemi andiamo incontro?

Un primo ostacolo è di tipo culturale e spesso viene posto proprio dalla persona che scegliamo come marito e da noi stesse. Ci lasciamo sopraffare dalla portata e dai sottintesi di domande come: se entrambi lavoriamo tutto il giorno – peggio ancora se siamo entrambi liberi professionisti – chi tra i due seguirà i figli e le faccende di casa? Se ci affidiamo quotidianamente ad una babysitter e una colf questo non potrebbe turbare la serenità e l’intimità familiare? I figli non risentiranno del fatto di essere accuditi più da un’estranea piuttosto che dalla madre?

Spesso questi interrogativi pesano come macigni e spingono tante donne a rinunciare al proprio lavoro per dedicarsi alla famiglia. Ci lasciamo travolgere dai sensi di colpa nel trascurare i figli e dall’enorme senso di responsabilità dell’andamento della vita familiare che sentiamo ricadere unicamente su di noi e non condiviso con il partner, perlomeno non in termini di fifty fifty, come invece dovrebbe essere.

Eppure, bisognerebbe guardarsi indietro e vedere che la società non ha mai colpevolizzato i padri lavoratori per la loro assenza. Vengono compresi, accettati, perdonati. Non ci si aspetta da loro che tornati a casa si mettano a fare la lavatrice, stendere i panni, stirare o cambiare pannolini. Se lo fanno suscitano stupore e ammirazione. Se a farlo è una donna è normale amministrazione, non merita di certo complimenti.

Il secondo ostacolo è invece di tipo pratico. Il congedo di maternità in Italia è previsto come obbligatorio, ha una durata di venti settimane, di cui almeno quattro prima del parto, ed è retribuito con l’85% dello stipendio per le lavoratrici subordinate, mentre per le lavoratrici autonome con l’80% dei 5/12 del reddito professionale Irpef netto prodotto nel secondo anno anteriore al verificarsi del parto.

Grazie al ricorso allo strumento dei protocolli di intesa locali tra i Comitati Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati e l’Autorità Giudiziaria e alla Legge di Bilancio per l’anno 2018 la donna avvocato in stato interessante o in maternità ha trovato tutela, essendo oggi riconosciuti tali stati alla stregua di legittimo impedimento a comparire in udienza, e ciò sia in ambito civile che penale (art. 1, commi 465 e 466, Legge 27 dicembre 2017, n. 205). Quindi soltanto cinque anni fa veniva fatto un concreto passo avanti verso una maggiore e sostanziale tutela delle donne avvocato.

Il difensore potrà, nei due mesi antecedenti la data (presunta) del parto e nei tre mesi successivi ad esso ottenere il rinvio dell’udienza fissata in tale periodo.

Costituisce, altresì, legittimo impedimento anche la necessità di allattamento e lo stato di malattia del figlio fino a tre anni.

Ma assentarsi per cinque mesi dal lavoro non è una faccenda semplice sia per il particolare rapporto che lega l’avvocato al proprio cliente che per le esigenze di speditezza del processo e ciò rende in concreto difficoltosa la gestione di questo delicato periodo.

Inoltre, per le cause per le quali è richiesta un’urgente trattazione il giudice può non tenere conto del periodo di congedo di maternità del difensore nella fissazione delle udienze se da ciò può derivare un grave pregiudizio alle parti. Per cui il difensore dovrà cercare qualche collega che sia disposto a sostituirla e non è sempre semplice.

In conclusione, ritengo che servano ulteriori interventi legislativi in favore delle donne avvocato attraverso un congedo di paternità con una durata maggiore per permettere loro di aiutare di più, una maggiore retribuzione durante il congedo di maternità, quantomeno parificata alla percentuale prevista per le lavoratrici dipendenti, la previsione di un sistema di sostituzioni per le udienze che non si basi unicamente sulla solidarietà e sulla disponibilità di colleghi amici, possibili convenzioni con asili nido vicino al tribunale. Ciò deve essere accompagnato da un cambiamento culturale: ognuna di noi deve avere il coraggio ogni giorno di provare a rompere questa quiete, questi schemi, di farsi sentire e di lottare per non rinunciare a nulla di sé, comprese le proprie aspirazioni lavorative, abbandonando per sempre falsi miti, stereotipi e idealizzazioni della donna ormai stantie e anacronistiche. Soltanto attraverso l’indipendenza economica e un forte e sempre prioritario rispetto di noi stesse potremmo davvero essere pari agli uomini e libere.


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