Pandemia da Covid-19: come ha influito sulla vita delle donne

Pandemia da Covid-19: come ha influito sulla vita delle donne

La pandemia da Covid-19, come ormai tristemente noto, ha comportato la ridefinizione degli spazi e dei tempi di lavoro provocando, oltre che la morte di milioni di persone, una serie di effetti negativi a catena che si sono riverberati in diversi ambiti economico-sociali.

In particolare, la pandemia ha prodotto una “crisi multidimensionale” che tocca sia l’ambito sanitario, in primis, sia l’ambito economico, in secundis, e sia l’ambito delle discriminazioni di genere, in tertiis.

È vero, infatti, che il 2020 ha segnato un forte arretramento in tema di uguaglianza di genere; le famiglie si sono ritrovate a sperimentare nuove sfide, dettate da nuove modalità di lavoro, dalla riorganizzazione degli spazi domestici e dalla necessità di rinegoziare i ruoli domestici e di cura, spesso appannaggio delle donne. La pandemia, invero, ha intensificato le disuguaglianze economiche e di genere ripristinando la sfera dell’esclusività del lavoro di cura e domestico delle donne.

I primi mesi dell’anno appena trascorso evidenziano, infatti, come confermato dal rapporto Ocse “Women at the core of the fight against COVID-19 crisis”, una sovra- rappresentazione femminile nell’ambito dei servizi socio- sanitari ove le donne costituiscono circa l’85% della forza lavoro occupata in mansioni infermieristiche ed ostetriche.

Ciò, ovviamente, ha comportato anche un maggior tasso di infezione per le donne pari circa al 70% su scala globale, confermando la maggiore vulnerabilità per le donne per professioni maggiormente esposte durante la pandemia.

Inoltre, nonostante il Governo abbia adottato misure per entrambi i genitori lavoratori, queste non sono risultate idonee a garantire una parificazione di genere nella gestione del ménage familiare. Non è stata, infatti, prevista alcuna misura che incentivasse i padri ad usufruire del “Congedo Covid”, di cui si sono invece servite in percentuale maggiore le lavoratrici madri, soprattutto in quelle professioni il cui salario della donna è inferiore rispetto a quello dell’uomo.

Si consideri, infatti, che il congedo previsto per i lavoratori subordinati del settore privato e quello pubblico (genitori di figli minori di 12 anni), rispettivamente è stato fissato inizialmente in 15 giorni dal decreto “Cura Italia” e, successivamente, esteso in 30 giorni dal decreto “Rilancio”, prevede un’indennità pari al 50% della retribuzione. Diversamente, per i lavoratori subordinati genitori di figli minori di 16 anni, la durata del congedo è stata estesa sine die, senza la corresponsione di alcuna indennità.

Tali misure paiono essere inefficaci soprattutto per le lavoratrici autonome le quali, anche in un contesto di normalità, non beneficiano della stessa tutela accordata alle lavoratrici dipendenti e, inoltre, ad eccezione dei bonus per i lavoratori autonomi previsti dai suddetti decreti, le lavoratrici autonome non hanno beneficiato e non beneficiano di nessuna misura volta a garantire una doppia presenza.

Anche la dottrina, allo stesso modo, ritiene tali misure poco efficaci, seppur apprezzabili, invocando l’azione delle rappresentanze sindacali e un maggior investimento di risorse economiche idonee a ridurre il gap retributivo di genere e richiamando, inoltre, l’attenzione sul principio del “gender impact assessment”, ossia la valutazione di impatto di genere in ogni intervento legislativo in ambito economico-sociale.

Pertanto, il dilagare della pandemia – attualmente in atto – ha messo in crisi il welfare familiare. Tale situazione ha infatti ingenerato un aggravio delle responsabilità domestiche a carico della donna; a ciò hanno contribuito anche il cd. telelavoro o smart working e le varie forme di D.A.D. (Didattica A Distanza). Nei fatti, invero, lo smart working, più che caratterizzarsi per lavoro agile, pare si sia caratterizzato per una evidente rigidità dovuta alla condizione di assicurare la continuità della prestazione lavorativa determinando, così, una sovrapposizione anche fisica dei compiti produttivi e riproduttivi, con conseguenti aggravi nella gestione operativa delle attività quotidiane e peggioramenti nel disequilibrio domestico.

Solitamente, in una condizione di normalità, il lavoro agile ha la potenzialità di coinvolgere maggiormente gli uomini nel lavoro domestico, ma, durante il confinamento forzato, i dati dimostrano come siano state maggiormente le donne ad occuparsi dei figli e della casa: circa il 68% delle donne lavoratrici con partner ha dedicato più tempo al lavoro domestico durante il lockdown rispetto alla situazione precedente, mentre, degli uomini, solo il 40% ha dedicato più tempo al lavoro domestico, a fronte del 55% che non ha modificato il proprio comportamento in casa. Per le coppie con figli, analizzando il tempo dedicato dai genitori alla loro cura, si nota che la maggior parte delle donne lavoratrici (61%) lo ha aumentato. Solo il 34% ha lasciato inalterato il proprio impegno. Anche la maggioranza degli uomini ha aumentato il tempo dedicato alla cura dei bambini, ma la percentuale si ferma al 51%.

Questi dati rendono la giusta dimensione dell’evoluzione della parità di genere nel nostro Paese e di come questa ancora non sia – nei fatti più che nel diritto – stata raggiunta per via di quegli stereotipi difficilmente estirpabili dalla cultura italiana e non solo.

La situazione pandemica, inoltre, confinando i familiari per lungo tempo, sotto uno stesso tetto e per più ore del solito, ha comportato – soprattutto per le donne – una maggiore esposizione al rischio di violenza domestica. L’evolversi della crisi e dell’incertezza a livello individuale e familiare, infatti, hanno esacerbato le frustrazioni causate dal blocco e l’aggressività di coloro i quali erano già inclini alla violenza prima della pandemia, e provocato un aumento degli episodi criminosi. Inoltre, l’insicurezza finanziaria ha costretto, spesso, le vittime a rimanere con i loro aggressori ed accettare gli abusi cui sono sottoposte quotidianamente. Infatti, l’ISTAT ha rilevato che durante il periodo di lockdown le telefonate al 1522 (numero verde antiviolenza istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità) sono aumentate del 70% circa in più rispetto allo stesso periodo del 2019.

La crisi economica, dal canto suo, poi, ha portato ad un aggravio delle disuguaglianze persistenti di genere, considerata la maggiore esposizione delle donne in quegli ambiti occupazionali precari: si pensi, ad esempio, alle molte donne che lavorano in settori come quello del baby- sitting, del settore della ristorazione, del turismo, e via discorrendo; inoltre, come sovente accade, le donne impiegate in tali settori sono straniere e, trovandosi disoccupate, hanno perso anche l’alloggio e il permesso di soggiorno.

Tutto questo, esacerbando la condizione di marginalità delle donne confinate in quei settori dell’economia definita “secondaria”, ha ampliato il fenomeno del gender pay gap.

In conclusione, quindi, la crisi pandemica è stata devastante per molti aspetti, non solo sanitari, ma anche sociali che meritano di essere discussi con particolare zelo, ripensando le politiche che tengano conto delle donne emancipate e dei loro diritti, affinché – come scrive Laura Ronchetti – “al salto della specie risponda un salto di civiltà”.


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Francesco Di Iorio

Francesco Di Iorio, autore di diversi articoli per Salvis Juribus, collabora con la rivista sin dall'anno 2020. Laureato in Giurisprudenza con voto 110/110. Appassionato di Diritto Costituzionale, presenta la sua tesi dal titolo "Discriminazioni di genere: giurisprudenza costituzionale ed evoluzione normativa". Praticante notaio dal febbraio 2021, sta approfondendo i suoi studi nelle materie tipiche concorsuali presso una Scuola notarile in Roma.

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