Biografia di Carlo Fiorilli

Biografia di Carlo Fiorilli

Sommario: Premessa – 1. Dalla nascita al matrimonio – 2. Il periodo romano – 3. Il periodo fiorentino – 4. Arezzo, l’ultimo incontro con la vita – 5. Una breve considerazione

  

Premessa

Quanto sia imprevedibile la fortuna dell’uomo, in vita e dopo la morte, lo dimostra chiaramente la sorte dell’afragolese Carlo Fiorilli.

Onorato e stimato come pochi nelle più avanzate città della cultura italiana ed europea, ancora oggi è del tutto sconosciuto nel suo paese natio, in quella Afragola che ha da sempre dimenticato i suoi figli migliori.

Nato il 21 agosto 1843 (non il 22, come si ostinano a riportare alcune autorevoli fonti) da Francesco, giudice di Cassazione del circondario di Foggia, e da Nicoletta Gargiulo, rampolla di un’antica e nobile famiglia napoletana, che da qualche ventennio si era trasferita ad Afragola, il Fiorilli cambiò il volto artistico ed archeologico dell’Italia e dell’Europa, conferendo alle arti rigore e dignità scientifica e dando alla scienza la bellezza inamovibile dell’arte.

1. Dalla nascita al matrimonio

Alle 10:00 di uno splendido lunedì di agosto venne alla luce Carlo Fiorilli, al quale fu dato il nome del nonno paterno.

La nascita di Carlo, avvenuta a via Roma, nel palazzo che fino ad un quarantennio fa appartenne all’ultima erede dei Gargiulo, fu causa di grande gioia e di inaspettata riconciliazione.

Le sorelle di Francesco, infatti, colsero l’occasione della nascita di Carlo per riconciliarsi con il fratello, dal quale si erano allontanate a causa di una lite giudiziaria che tempo addietro avevano sostenuto contro Francesco e che era inerente all’asse ereditario.

Francesco, originario di Foggia, era spesso lontano da Afragola, ma ciò non incise sulla psiche di Carlo, sempre circondato dall’amore materno e dai numerosi parenti.

La sua infanzia, quindi, trascorse lieta e spensierata e il ragazzo, sin da piccolo, rivelò un ingegno precoce e versatile.

Dotato di una intelligenza che non è iperbolico definire “prodigiosa”, giovanissimo, il 21 marzo 1860, si laureò con lode a Napoli in storia e filosofia.

Alla Federico II incontrò per la prima volta Antonio Labriola, al quale fu legato da una lunga e sincera amicizia per tutta la vita, malgrado le diverse idee religiose e politiche.

Il 2 gennaio 1866, spinto anche dal desiderio di compiacere ad un sogno del padre, che sarebbe morto pochi mesi dopo, si laureò in giurisprudenza nella stessa città (in seguito, anche quando gloria e onori si riversarono su di lui, nessun titolo gli fu più gradito di quello di essere chiamato “avvocato”).

Da autodidatta, nel giro di tre anni, apprese alla perfezione il francese, l’inglese, il russo e il tedesco.

Fu così versato nella conoscenza della lingua del Goethe da diventare collaboratore inamovibile del prestigioso periodico tedesco “Zuricher post”, sul quale pubblicò numerosi articoli di arte, letteratura, storia e statistica, che lo imposero subito all’attenzione della più avanzata critica europea.

Nel 1873, a trent’anni, dopo aver brillantemente superato un concorso pubblico, fu nominato Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio.

Il 18 febbraio 1881 il Fiorilli sposò, nella gotica chiesa di S. Chiara, Matilde Margherita Ruggiero, donna coltissima e poetessa di non poco valore, della quale ammirò sempre la solida cultura, la nobiltà d’animo, l’innata gentilezza dei modi e lo sguardo dolce e premuroso in ogni circostanza della vita.

Da questo matrimonio nacquero quattro figli: Edgardo, Erberto, Maria Lavinia e Riccardo.

Subito dopo la nascita del primo figlio, avvenuta nel 1882 ad Afragola, si trasferì a Roma, dove alloggiò con la piccola famiglia a Piazza Pilotta numero 1.

2. Il periodo romano

Intanto, la fama del Fiorilli e del suo versatile ingegno cresceva di giorno in giorno.

Nella città eterna, nel 1883, nacque Erberto. L’anno successivo venne alla luce Maria Lavinia, che divenne un’apprezzata acquafortista e una non disprezzabile pittrice della scuola dei macchiaioli.

Nello stesso anno della nascita di Maria Lavinia, il Fiorilli fu nominato Ufficiale dell’Accademia di Francia e Commendatore dell’Ordine di Baden.

Durante il biennio 1899-1900 il Fiorilli fu nominato Direttore generale dell’Istruzione presso il Ministero della P.I.

In questo delicato e prestigioso incarico si distinse particolarmente per l’impegno profuso per la scuola primaria e per ogni tipo di aiuto adatto a favorire la tutela dell’infanzia.

Certamente il Fiorilli, nell’espletare questo incarico, tenne presente l’insegnamento di Pasquale Villari, ma rivestì il massonico razionalismo del Villari di una veste ricca di carica umana e capace di alimentare il freddo dettato legale.

Quasi alla fine del suo mandato, nel dicembre del 1900, fu eletto membro del Comitato per l’Esposizione Universale di Parigi e, a distanza di pochi giorni, componente della Commissione per l’Esposizione Internazionale di Saint Louis.

Nel luglio del 1900, inoltre, fu nominato Direttore generale presso il Ministero delle Antichità e delle Belle Arti, incarico che tenne ininterrottamente fino al 1906.

Nell’espletamento di questo suo nuovo incarico si distinse per alcune riforme, che cambiarono per sempre il volto dell’immenso patrimonio artistico ed archeologico dell’Italia.

L’articolato studio del Fiorilli trovò la sua piena attuazione nella L. 12 giugno 1902, n. 185.

Tale Legge, che prevedeva tra l’altro la minuziosa catalogazione di tutti i beni artistici ed archeologici che si trovavano nei musei pubblici e privati del Bel Paese, trovò una immediata applicazione in Italia e in Europa.

Per rendere più efficace ed omogeneo lo scavo archeologico, propose ed ottenne che l’archeologia fosse considerata una scienza e che la direzione generale dello scavo fosse di esclusiva competenza dell’archeologo.

L’anno successivo, nel 1903, il Fiorilli fu nominato Commendatore dell’Aquila Rossa di Prussia e Grande Ufficiale della Corona d’Italia.

L’incarico del Fiorilli volgeva ormai al Termine e a tutti sembrava evidente che nuovi prestigiosi incarichi dovessero essere affidati all’illustre figlio di Afragola.

Nessuno, se non Dio, conosce veramente i segreti e le aspirazioni del cuore dell’uomo.

All’apice della gloria, nel 1905, Carlo Fiorilli volle trasferirsi a Firenze, per ritirarsi a vita privata e per dedicarsi alla famiglia e ai suoi studi.

Prima, però, diede all’Italia e al mondo intero un dono inestimabile: con poca spesa per lo Stato, Villa Ludovisi e Villa Borghese divennero patrimonio dello Stato italiano, assieme ai loro inestimabili tesori d’arte.

3. Il periodo fiorentino

Nel 1905 Carlo Fiorilli si trasferì a Firenze con la famiglia e, a quanto ci è dato di sapere, trovò alloggio non lontano da Santa Croce. Mentre nuove onorificenze gli venivano conferite da Napoli, Roma, Urbino, Firenze, Venezia, dal Reale Istituto Archeologico di Vienna e da Londra, il Fiorilli, degno emulo di Cincinnato, rinunciando ai fari abbaglianti del potere occulto che giocoforza aveva dovuto possedere a causa delle lunghe e fruttuose frequentazioni con i vari Ministeri, si dedicò ai suoi studi, dedicando tutto il suo tempo alla famiglia e alla riflessione.

Furono quelli fiorentini anni carichi di libertà creativa.

L’impegno sociale del Fiorilli, che fu una costante tematica della sua lunga vita, e che già a Roma aveva dato evidenti frutti attraverso la pubblicazione di due testi esemplari sulla vita e sul pensiero del Villari e del Labriola, trovò un altissimo momento di riflessione critica nel libro “Attraverso il Settecento con Benedetto Croce”, edito nel 1917.

Ma il testo capolavoro del Fiorilli fu pubblicato nel 1910.

“Dipintori di Firenze nell’arte dei medici, speziali e merciai”, libro inestimabile per la comprensione artistica e sociale dell’arte fiorentina dal 1200 al 1500, è, ad una attenta lettura critica, il primo testo europeo che vede nell’arte il prodotto delle istanze sociali e politiche della società alla luce del genio individuale, capace di andare oltre il muto d’ombra del contingente e di leggere nel futuro.

Nel testo del Fiorilli, inoltre, si presenta anche una realtà nascosta, che va letta tra le righe: l’unità nazionale, che trovò un durissimo ostacolo nell’Austria, trova ancora oggi un ostacolo insormontabile nel divisionismo nazionale, alimentato da una cultura di massa indegna di un Paese civile e capace di favorire unicamente gli interessi di pochi.

L’arte, per il Fiorilli, è documento essenziale della vita e delle aspirazioni degli uomini ed è capacità di vedere ciò che, non la mente, ma il cuore dell’uomo soltanto vede.

Sempre nel 1917 il Fiorilli pubblicò “Le antichità della Libia”: in questo libro non solo deprecò apertamente la “caccia al tesoro” che stava prendendo piede in molte nazioni europee verso i tesori artistici del continente nero, ma profeticamente vide nella Libia la strada per l’Europa, auspicando piena comprensione e un buon vicinato attraverso lo scambio culturale.

Intanto da qualche anno era scoppiata la grande guerra che sconvolse profondamente il mondo intero, lasciando dietro di sé un mare di dolori, morti e miserie.

Anche il Fiorilli fu sconvolto e il dolore lo colpì nei suoi affetti più cari: la sera del 4 ottobre del 1918, dopo tre giorni di atroce sofferenza, morì la sua dilettissima Maria Lavinia, a causa della febbre spagnola, che procurò più morti della guerra.

Nello stesso anno, sul campo di battaglia, trovò la morte anche Riccardo, che in trincea aveva stretto amicizia con Giosuè Borsi.

Queste due morti furono per i coniugi Fiorilli, come per tantissime famiglie nel mondo, la più crudele condanna a morte, morte per consunzione.

Tre anni dopo, affranta dal lacerante dolore e consunta da una lenta e progressiva inedia, moriva anche l’amatissima moglie, all’inizio dell’aprile del 1921, accompagnata dal dolce tepore della primavera, quasi un’ultima carezza della vita.

4. Arezzo, l’ultimo incontro con la vita

I tre dolorosissimi lutti avevano schiantato l’animo forte e determinato del Fiorilli, ma bisognava reagire per il bene di chi restava a percorrere l’imprevedibile cammino della vita.

Edgardo ed Erberto già da qualche tempo abitavano ad Arezzo e con insistenza pregavano il vecchio padre di trascorrere presso di loro quanto ancora gli restava da vivere.

Il Fiorilli non voleva lasciare Firenze, dove ogni angolo della casa, ogni odore delle strade gli ricordava i suoi cari, in una perenne istantanea di infinita dolcezza e di desolante solitudine.

Gli era particolarmente caro, come ricordò Edgardo in una lettera inviata a Mario Benelli, il tramonto, perché quel tempo della giornata gli appariva come l’agognato traguardo verso la morte.

Le preghiere dei figli, ma più ancora le amorevoli insistenze dei nipoti, lo portarono, tuttavia ad Arezzo, l’ultima sua dimora.

Lentamente, il vecchio albero, alimentato dal calore dell’amore, riprese a fiorire e l’illustre afragolese, rivedendo il suo passato, riprese a scrivere: erano appunti di ricordi, riflessioni di vario genere, forse qualche opuscolo di storia.

Non sapremo mai cosa veramente scrisse il Fiorilli in quegli anni, perché i manoscritti, affidati ad Erberto, andarono dispersi in circostanze poco note fino ad oggi.

Il pomeriggio del 18 ottobre 1937, mentre passeggiavo con l’amatissima nipote Maria Cristina, improvvisamente, in pochi attimi, si accasciò a terra e si ricongiunse ai suoi cari.

5. Una breve considerazione

Non è stato agevole scrivere una biografia di Carlo Fiorilli, dal momento che anche fonti autorevolissime sono scarne di notizie, che appaiono anche inesatte.

Sono, pertanto, veramente orgoglioso di questo mio lavoro, che ha almeno il merito non piccolo di aver riportato alla conoscenza dei lettori la vita, il pensiero e le opere di un uomo che seppe elevarsi a difesa dell’arte e del bene comune.

Ho volutamente omesso di parlare di alcune opere, perché di esse già scrissi nel mio precedente lavoro.

Spero che altri studiosi riescano a darci un quadro più completo ed organico sulle opere e sull’operato del più illustre degli afragolesi, ma temo che l’impresa sia ardua.


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Andrea Romano

Laureato in Lettere classiche, fondatore del disciolto gruppo archeologico di Afragola, Andrea Romano è autore di numerose pubblicazioni a carattere storico, artistico e letterario. Le sue competenze in campo archeologico l’hanno portato a scoprire numerose necropoli e ad individuare l’ubicazione dell’acquedotto augusteo in Afragola, suo paese d’origine. Prossimo alla pensione, attualmente è docente di religione presso la Scuola Secondaria di primo grado “Angelo Mozzillo”, pittore del quale ha scritto l’unica biografia esistente, dopo aver raccolto e analizzato quasi tutte le tele dell’artista afragolese, prima quasi del tutto ignorato. Ricercatore instancabile, ha portato alla luce un manoscritto inedito di Johannes Jørgensen, di prossima pubblicazione.

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