Casta forense: avvocati napoletani presidiano il Palazzo di Giustizia

Casta forense: avvocati napoletani presidiano il Palazzo di Giustizia

Dopo la “rivolta” degli avvocati catanesi (che stanno raccogliendo firme per “la riduzione drastica e immediata dei costi della cassa forense”), ora tocca a quelli di Napoli.

Gli avvocati Salvatore Lucignano, fondatore di NAV (Nuova Avvocatura Democratica), insieme ai colleghi Giuseppe Scarpa e Ciro Sasso, stanno portando avanti una manifestazione contro l’insostenibile peso della “casta” forense, divenuta ormai una vera spada di Damocle sul collo soprattutto degli avvocati più giovani.

Dal 27 gennaio, infatti, gli avvocati hanno intrapreso uno sciopero della fame ad oltranza per manifestare contro i privilegi della casta ed hanno istituito un presidio permanente fuori il Palazzo di Giustizia di Napoli: “Non mangeremo – dichiarano gli avvocati – fino a quando i signori del Consiglio Nazionale e della Cassa Forense non rinunceranno ai gettoni di presenza e alle indennità”.

Nuova Avvocatura Democratica, infatti, protesta “contro le istituzioni forensi che, incuranti della gravissima crisi che vivono alcuni colleghi avvocati, si sono costruiti mega indennità e mega stipendi”.

Il senso della protesta – spiegano gli avvocati – è che vogliamo rappresentare la fame di molti avvocati e cittadini mentre le istituzioni continuato a ragionare dei propri privilegi. Un aspetto collaterale e importante, è che queste prebende, come i gettoni di presenza, servono come patto di scambio con la politica che continua a deflazionare la giustizia e rendere l’accesso ad essa più difficile. L’avvocatura nazionale, dal proprio canto, è silente per avere mano libera e vessare i propri colleghi con contributi esosi e indennità assurde. Ultimo aspetto, noi ci battiamo per un principio di democrazia, non pauperista. L’avvocato istituzionalista percepisce uno stipendio di circa 60mila euro all’anno e può permettersi di non lavorare, l’avvocato fa fatica ad arrivare a fine mese ed è svantaggiato”.

Il disagio provocato alla classe forense va assumendo sempre di più una dimensione nazionale e, forse, i tempi appaiono davvero maturi per una riforma organica che, scevra da ipocrisie, dia il giusto risalto ad una professione oramai martoriata. Una riforma che renda più accessibile la professione, meno lontano il divario tra vertici istituzionali ed operatori di giustizia, più giusto il trattamento pensionistico.


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