Gli immondezzai di Ostia antica

Gli immondezzai di Ostia antica

Sommario: 1. Un’intermittenza del cuore – 2. Il ruolo dell’archeologia nel passato e nel presente – 3.Qualche accenno sull’antica città di Ostia – 4. Antichi immondezzai di Ostia: incomincia… la nostra ricerca – 5. Commercio ed economia della penisola italica nel primo secolo d.C. – 6. L’asse commerciale si sposta in Africa – 7. Il definitivo declino della penisola italica – 8. Quarto secolo d.C. – 9. Conclusione

 

1. Un’intermittenza del cuore

“Alla ricerca del tempo perduto”, l’immortale opera di Marcel Proust, è essenzialmente una ricognizione della memoria attraverso una fortissima trasfigurazione poetica, mediante la quale il tempo perduto diventa il tempo ritrovato.

Questo recupero avviene grazie ai ricordi, che, improvvisi, nascono da un odore, un volto, una parola, una qualsiasi sensazione che induca mente e cuore a ritrovare il filo conduttore di un vissuto che sembrava pantareico.

Spesso lo sciabordio delle onde del mare mi porta a ricomporre nella mente il vissuto quotidiano di Ostia antica, la città che deve il suo nome alla vicinanza del Tevere e del mare, alla città che nel secondo secolo d.C. era divenuta uno dei principali porti mercantili della Roma imperiale.

In tali momenti, non le chiassose strade mi si affollano alla mente, non i templi, le terme o i numerosi magazzini, non la vita quotidiana nelle sue mille sfaccettature, ma, per una proustiana intermittenza del cuore, rivedo, commoventi e liriche, le immortali pagine di Agostino d’Ippona, nelle quali il geniale africano descrive il suo incontro con la madre Monica lungo la spiaggia di Ostia tiberina.

Correva il quarto secolo d. C. ed Ostia si avviava lentamente incontro al suo fatale declino; meno di un secolo più tardi su di essa sarebbe calato il silenzio e l’ombra dolorosa della morte.

Una inusitata ricerca archeologica ha, però, disvelato il volto dell’antica città di Ostia ed ha minuziosamente recuperato i tasselli che la resero prospera e fiera dal secondo al quarto secolo d. C., pur tra gli alti e i bassi di una storia economica varia e dinamica.

Di questa ricomposizione vogliamo trattare, non senza chiarire prima qual è il ruolo dell’archeologia oggi e come essa era stata considerata nel passato.

2. Il ruolo dell’archeologia nel passato e nel presente

In un tempo non molto remoto l’archeologia era relegata ad un deposito di curiosità erudite, quasi un modo alternativo per evadere dalla realtà quotidiana, al fine di favoleggiare un passato di eventi grandi e meravigliosi.

Oggi, al contrario, l’archeologia è senza dubbio una delle poche discipline in grado di coniugare umanesimo e scienza e si configura come uno degli strumenti più idonei e completi per una oggettiva ricostruzione della storia dell’uomo e del suo zigzagato cammino.

Gli scavi ci forniscono i materiali per quest’opera di ricomposizione: templi, edifici, strade, acquedotti, opere d’arte, ma anche oggetti quotidiani, semplici ed indispensabili per la vita di ogni giorno.

A ben riflettere, al di là di ogni apparato scenico, sono proprio gli oggetti “poveri”, giunti fino a noi il più delle volte come cocci, quelli che ci aprono le porte della storia economica delle diverse compagini della storia.

Ciò è esattamente quanto è avvenuto con gli immondezzai di Ostia antica.

3. Qualche accenno sull’antica città di Ostia

L’antico e prestigioso porto di quella che fu la “caput mundi” è, per la sua struttura produttiva, un esempio emblematico, forse unico, della ricostruzione del vissuto quotidiano di una città romana.

Nessun autore del passato ci ha tramandato il resoconto economico del porto di Ostia, un porto che gareggiava in floridezza con i grandi scali dell’impero romano.

Il suolo di Ostia, abbandonato per sempre dopo la tarda antichità, presenta una stratificazione non contaminata da successivi momenti storici e in questa sua peculiarità acquisisce la stessa importanza delle città campane sepolte dalla eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Ricostruire la storia economica di Ostia antica è, di conseguenza, come riportare alla luce di una città ricoperta dalla lava del silenzio, lava potente da rimuovere, più di quella naturale.

4. Antichi immondezzai di Ostia: incomincia… la nostra ricerca

Oggi come ieri, gli scarichi di rifiuti sono una fotografia veritiera della vita quotidiana delle famiglie e dei quartieri; oggi come ieri, gli avanzi alimentari e gli oggetti rotti vengono gettati via.

Nell’antichità non esisteva la raccolta differenziata e gli avanzi venivano gettati via senza alcuna distinzione.

Nella città di Ostia antica, non lontano dal teatro cittadino, a ridosso delle mura di un modesto edificio, furono riportati alla luce antichi immondezzai, che il tempo e la vegetazione avevano trasformati in collinette.

Absit iniuria verbis: questi immondezzai (negli anni a seguire, tra il 1980 e il 1990, ne furono ritrovati altri in diversi luoghi della città) furono per gli archeologi un vero banchetto di conoscenze, che consentì ad essi di ricostruire quattro secoli di storia economica e commerciale, in maniera minuziosa, scientifica, precisa e sistematica.

5. Commercio ed economia della penisola italica nel primo secolo d.C.

Durante il principato di Augusto, e per l’intero secolo, la città di Ostia si presentava come il punto di raccolta della produzione artigiana della penisola italica.

I cocci aretini, in particolare, certificano che questo tipo di ceramica verniciata di rosso faceva bella mostra di sé sulle mense delle famiglie di ogni condizione sociale, sia nel Lazio che nel resto della penisola.

Esse, come pure i laterizi e le matrici di vario genere, provenivano dalla fornace di Cn. Aetius, nella maggior parte dei casi.

Le molte lucerne ad olio, invece, provenivano dal Lazio, mentre le anfore provenivano dalla Campania, a testimonianza dello scambio commerciale tra le due regioni limitrofe, scambio incentrato sull’olio, sul grano e sul vino, oltre che sui prodotti ceramografici di maggiore prestigio.

Intorno alla metà del secolo, però, nuovi piatti, nuove anfore e nuovi calici si imposero nelle case dell’italica penisola, provenienti dalla Valle Padania e dalla Gallia meridionale.

I vini laziali e campani, che fino ad allora avevano avuto l’indiscusso predominio commerciale, vennero affiancati e sostituiti dal vino della Gallia, più accessibile al palato e alle tasche di una vasta fetta della popolazione.

6. L’asse commerciale si sposta in Africa

Nel secondo secolo d.C. la ceramica aretina e quella proveniente dalla Valle Padania e dalla Gallia meridionale cedono il passo a quelle provenienti dalle grandi province dell’impero.

Il colore del vasellame è arancione o rosso bruno, privo di decorazioni e con la stampa a matrice, a testimonianza della crescente influenza dell’Africa, i cui prodotti si impongono ora su tutto il Mediterraneo.

L’olio, il grano e il vino del Lazio e della Campania, nel secolo precedente riservati alle tavole dei ricchi, vengono soppiantati dagli avanzati prodotti provenienti dalla penisola iberica; il vino d’Oriente, poi, troverà uno spazio crescente sulle tavole degli agiati cittadini dell’impero, a discapito del Massico, del Falerno, del Cecubo e del Formiano, che erano stati decantati da Orazio e da diversi grandi autori del primo secolo.

La ceramica ritrovata ad Ostia in questo secolo, sta ad indicare, anche alla luce dei suoi materiali organici, i profondi cambiamenti dell’impero, la cui economia diventava sempre più florida nelle grandi province.

L’asse del commercio si sposta dalla penisola italica in Africa, in Oriente e nella penisola iberica.

7. Il definitivo declino della penisola italica

Il terzo secolo si apre con la dinastia africana dei Severi e per lunghi decenni sarà teatro di lotte interne e di una tragica anarchia militare.

L’Italia produce ormai quel poco necessario alla semplice sussistenza; i mercanti portano a Roma i prodotti dell’Oriente e dell’Occidente.

I cocci di Ostia in questo secolo evidenziano una produzione italica assai modesta e una circolazione commerciale dell’Italia assai ridotta e anche di scarsa qualità artigianale.

La crisi dell’agricoltura e dell’artigianato italico, in parte già ravvisabili nel secondo secolo, appaiono, nel terzo, senza via di uscita.

La ceramica africana invade tutto il Mediterraneo, perché, essendo di bassa qualità, viene venduta a prezzo stracciato; l’olio giunge quasi interamente dalla penisola iberica; il vino per il popolo proviene dalla Gallia, mentre, per i ricchi, c’è il vino proveniente dal lontano Oriente.

8. Quarto secolo d.C.

<<Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca>> : questi i versi di una nota poesia risorgimentale, “L’ultima ora di Venezia”.

Questi versi definiscono con estrema chiarezza il quadro economico della penisola italica nel corso del quarto secolo dopo Cristo, quale si evince dall’analisi dei cocci.

Il porto commerciale della città è diventato ormai un fantasma del tempo passato, un porto sepolto.

9. Conclusione

Gli immondezzai di Ostia antica, attraverso l’analisi di milioni di cocci, hanno svolto la funzione di un esclusivo ed analitico trattato di storia economica: attraverso l’analisi dei cocci abbiamo il quadro economico e sociale della città e della capitale dell’impero.

Pompei ed Ercolano ci hanno svelato il volto intatto di antiche città, ma la media e tarda età imperiale ci vengono svelate pienamente soltanto dai cocci di Ostia, restituiti in quantità immensa dal suolo di una città che nel suo massimo splendore raggiunse e forse superò i cinquantamila abitanti.

Da una ricerca archeologica “povera” e senza squilli, abbiamo ricevuto una ricchezza di dati inimmaginabili, un registro fedele, un registratore di cassa della complessa, varia e fluttuante economia dell’impero romano tra il primo e il quarto secolo d.C.


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Andrea Romano

Laureato in Lettere classiche, fondatore del disciolto gruppo archeologico di Afragola, Andrea Romano è autore di numerose pubblicazioni a carattere storico, artistico e letterario. Le sue competenze in campo archeologico l’hanno portato a scoprire numerose necropoli e ad individuare l’ubicazione dell’acquedotto augusteo in Afragola, suo paese d’origine. Prossimo alla pensione, attualmente è docente di religione presso la Scuola Secondaria di primo grado “Angelo Mozzillo”, pittore del quale ha scritto l’unica biografia esistente, dopo aver raccolto e analizzato quasi tutte le tele dell’artista afragolese, prima quasi del tutto ignorato. Ricercatore instancabile, ha portato alla luce un manoscritto inedito di Johannes Jørgensen, di prossima pubblicazione.

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