Lotta all’evasione, “da obbligo giuridico-morale alla più grottesca delle barzellette”

Lotta all’evasione, “da obbligo giuridico-morale alla più grottesca delle barzellette”

“Io pago, tu paghi, egli paga, noi paghiamo, voi pagate, essi riscuotono”. Così esordiva, nel lontano 1958 quando fu proiettato per la prima volta nelle vecchie sale cinematografiche, il celebre film I Tartassati. Racconta la vita di Maresciallo della Guardia della Finanza, Fabio Topponi, interpretato da un eccellente e indimenticabile Aldo Fabrizi, che si è imbattuto negli intrighi e imbrogli di natura fiscale del Cavalier Pezzella, proprietario di un negozio di indumenti, nel cuore del centro storico di Roma. Quest’ultimo, personaggio interpretato dal Divin Principe della risata, Totò. Una commedia che ha raccontato anni molto diversi, minimamente paragonabili ai tempi odierni. Al tempo stesso, ha egregiamente fotografato il peggior incubo di tutti gli italiani, dal più ricco al più umile: le tasse.

Tasse ed evasione fiscale sono, da sempre, al centro dell’attenzione di istituzioni, Agenzia delle Entrate, Fiamme Gialle e, quando occorre, della magistratura. Da anni dobbiamo fare i conti con un livello di evasione fiscale che, alla pari della corruzione, è alle stelle. Dal 2011 in poi, esattamente dall’arrivo a Palazzo Chigi del Professor Mario Monti fino agli esecutivi successivi, son successe diverse cose. L’entrata in vigore del redditometro, l’introduzione di alcuni limiti nell’uso del contante, l’obbligo, mai diventato tale, per bar, esercizi di ristorazione e commercianti, di far pagare con il bancomat per una maggiore tracciabilità, il dovere da parte di banche e uffici postali di trasmettere le liste movimenti all’erario, qualora risultassero capitoli di spesa pari o superiori ai 1.000 l’anno. Tutti strumenti che non sono serviti a niente o hanno fatto, ad onore del vero, pochissimo effetto. Per non parlare, poi, della caccia ai grandi evasori e ai loro paradisi fiscali. Su quest’ultimo punto la commedia Made in Italy diventa particolarmente interessante: per anni e anni, la Svizzera è stata nel taccuino nero dei nostri agenti fiscali. Il rigidissimo segreto bancario elvetico, non ha mai permesso alle autorità fiscali nostrane o di altri paesi di conoscere nomi, cognomi e patrimonio di tutti i ultra benestanti che hanno esportato il loro patrimonio in territorio elvetico per non pagare più le tasse in Italia o in altri paesi di provenienza. Da qualche anno, il Governo di Berna è venuto più incontro alle richieste sia degli Stati Uniti che del resto d’Europa, a cominciare dall’Italia, aprendo uno spiraglio significativo utile a tassare i “furbetti” che sono fuggiti con tutti i loro soldi guadagnati nel loro paese di residenza, tassati altrove con un’aliquota decisamente molto bassa. Per quanto riguarda casa nostra, grazie al nuovo patto bilaterale firmato sull’asse Berna-Roma, gli italiani che hanno aperto un conto in Svizzera, versando soldi guadagnati lungo lo stivale non sono obbligati a riportare la loro rendita nel loro paese natale. Tuttavia, sono soggetti a due opzioni: restare nella Confederazione elvetica, chiedendo alla loro banca di mantenere il rigoroso segreto bancario, ma versando al fisco italiano un’imposta con aliquota che oscilla tra il 25% e il 40%. Percentuale quest’ultima calcolata in base a due fattori: l’ammontare totale del loro patrimonio in più gli anni complessivi in cui sono residenti oltre i nostri confini. Qualora, invece, rinunciassero al segreto bancario, devono accettare di farsi controllare, ogni anno, il loro conto svizzero dai funzionari dell’erario o militari della Guardia di Finanza, anche se giuridicamente non più soggetti alle leggi e alla sovranità giuridica del nostro paese.

“Eppur qualcosa si muove”, direbbe più di qualcuno stando così i fatti. Eppure, sotto questo aspetto non possiamo dire di vivere una situazione felice: oltre al debito pubblico che ci travolge e fa paura, a trasmetterci la pelle d’oca ci pensa l’ammontare complessivo delle imposte che il nostro erario non è riuscito a recuperare in ben 19 anni. I soldi dei grandi evasori che, purtroppo, mancano all’appello e che, fatto deleterio, non entreranno mai nelle casse del nostro fisco ammontano a circa 909 miliardi. (Fonte, Libero Quotidiano: https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13509290/evasione-fiscale-cartelle-non-riscosse-2000-oltre-900-milardi.html).

Facendo bene i conti di questi 909 miliardi, circa 150,2 miliardi di euro sono dovuti da imprenditori, titolari di aziende/imprese, che hanno subito un procedimento fallimentare e, in quanto falliti, ai sensi di legge non devono corrispondere nulla. In secundis, ci sono 109,8 miliardi di euro non corrisposti allo Stato da persone, titolari di attività che hanno cessato il loro esercizio, e da persone decedute che non hanno eredi o parenti, in grado di intervenire al posto loro. Altri 107,8 miliardi di euro, sono imposte dovute da persone che, secondo i dati raccolti dagli esperti dell’anagrafe tributaria, apparterrebbero alla categoria dei nullatenenti. Ridendo e scherzando, di tutti questi soldi che mancano all’appello lo Stato italiano è riuscito a recuperare somme che oscillano fra gli 80 e i 108 miliardi di euro massimo, non di più. Ragionando in percentuali, è stato recuperato solo il 10%. Tutti questi miliardi persi, irreversibilmente, non ci permettono di sanare il “maledetto” debito pubblico e di tornare, cosa di cui abbiamo fortemente bisogno, a respirare.

Chiamiamola beffa, ingiustizia sociale, danno erariale o economico-sociale: di opzioni per descrivere lo scempio che viviamo, ce ne sarebbero. Il fatto è che, allo stato attuale, il problema dell’evasione fiscale resta e, aspetto peggiore, non si sa per quanti anni le persone umili, oneste e che vivono di solo stipendio, dovranno portarselo sul groppone.

La notizia di quest’ultimi giorni, freschissima come il latte che beviamo la mattina presto, è la proposta di legge avanzata dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Aumentare le pene e aprire le porte del carcere a tutti quei cittadini che hanno un debito con il fisco pari a un minimo di 100.000 euro e non più 150.000 come stabilito dalle vecchie norme. Se la proposta diventasse legge a tutti gli effetti, chiunque fosse giudicato un evasore rischierebbe una condanna che parte da un minimo di tre fino a sette, otto anni di reclusione. Pene severe anche in caso di omessa dichiarazione, dichiarazione fraudolenta, omissione o distruzione di documenti contabili.

Siamo alla frutta, da diverso tempo! Dai primi anni ’90 fino ai primissimi anni 2000, si è parlato più volte del grande debito erariale che avrebbe avuto il Pibe de Oro, Diego Armando Maradona. Lui si è sempre difeso dicendo di aver saldato l’intero conto, al cospetto di chi l’ha sempre attaccato accusandolo di aver evaso. Accuse di fronte alle quali Maradona ha replicato più volte, arrivando addirittura al gesto dell’ombrello durante una puntata del programma televisivo, Che Tempo che fa. Maradona o non Maradona, più di una verità è evidente, palese: l’evasione continua ad essere inarrestabile, costa parecchio alle tasche dei poveri onesti, gli unici da quali il fisco prende e continuerà a prendere facilmente. La lotta all’evasione? Da obbligo giuridico-morale qual è, si riduce ad essere la più grottesca delle barzellette italiche.

Aleggia, come un tambur battente, la cinica regola dell’Io…povero fesso…pago, lui prende!

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