“Regnum in Regno” breve storia feudale della contea di Modica

“Regnum in Regno” breve storia feudale della contea di Modica

Ad Anna Rita, agli incontri che cambiano le nostre vite per sempre 

Sommario: 1. Introduzione – 2. Le dinastie che governarono il contado di Modica – 3. L’epilogo della storia feudale della contea

 

1. Introduzione

Il presente lavoro nasce con l’intenzione di delineare in maniera semplice e nel modo più chiaro possibile per il lettore la storia feudale della Contea di Modica[1], partendo dai feudi che ne rappresentano il preludio e dalla prima investitura della stessa nel 1296 nella persona di Manfredi I Chiaramonte fino alla data dell’abolizione del feudalesimo in Sicilia con la Costituzione del 1812.

La storia che ruota intorno la Contea di Modica inizia con le due contee di Ragusa, costituita dai territori di Ragusa e Gulfi, e Modica, a sua volta composta dai territori di Modica e Scicli, quali entità separate con diversa data di fondazione e diversi signori. La storiografia risulta discordante, con dati per lo più indiretti, rimane tuttavia certo che il primo Conte di Ragusa sia stato Goffredo d’Altavilla, figlio naturale del Gran Conte Ruggiero I.

Non vi è certezza sulla data di investitura di quest’ultimo, la stessa potrebbe coincidere la visita del sovrano a Ragusa nel 1091, avvenuta nel corso della spedizione contro gli arabi che in quel periodo occupavano ancora l’isola di Malta. A tale Goffredo succedette il primogenito Bartolomeo morto senza figli, a cui subentra in seguito lo zio Silvestro, fratello del primo investito. Quest’ultimo ricoprì prestigiosi incarichi alla corte del Re e ottenne l’investitura della Contea di Marsico. Ultimo investito è Guglielmo (di Silvestro), accusato di aver tramato una congiura contro l’imperatore Enrico IV, Re di Sicilia, che lo imprigionò in Germania insieme ai suoi complici. In seguito a tali eventi, il feudo ragusano viene incorporato nel regio demanio, in conformità con la politica accentratrice dei sovrani della casata di Svevia.

La prima contea di Modica[2], vede come primo signore Gualtieri de Mohac, quest’ultimo ne ottenne l’investitura nel 1176 in seguito ai meriti d’armi riportati nell’esercizio della carica di ammiraglio nella spedizione navale contro l’Epiro e l’Egitto. A lui successe il figlio Arnaldo che presto perse la Contea come conseguenza dei provvedimenti riduttivi dei feudi da parte dei sovrani Svevi, e anche essa verrà incorporata al demanio. I territori che costituivano questi due feudi resteranno incamerati nel regio demanio per tutto il periodo della dominazione sveva (1194-1266)[3] ed angioina (1266-1282) della Sicilia.

2. Le dinastie che governarono il contado di Modica

I vespri siciliani provocarono la cacciata della “mala Signoria angioina” dalla Sicilia nel 1282 e pertanto gli isolani chiamarono come nuovo regnante Pietro III d’Aragona, il cui dominio del suo casato durerà dal 1282 al 1516. Si deve a quest’ultimo la ricostituzione delle contee di Ragusa con Gulfi e di Modica con Scicli, con investitura nel 1282, rispettivamente di Pietro Prefoglio e Federico Mosca, le quali saranno riunite nel 1296 e andranno a formare quella stabile identità territoriale, politica ed economica che prenderà il nome di Contea di Modica.

Il primo signore del contado modicano fu Manfredi Chiaramonte, il quale riunì in sé i due casati sopracitati; infatti da un lato è figlio dell’ultima discendente dei Prefoglio, dall’altro prende come sua sposa Isabella Mosca, figlia di Federico. Questa unione non è affatto un atto dovuto, poiché è ragionevole pensare ad una sua investitura limitatamente al feudo ragusano, più complessa invece è la situazione per la famiglia Mosca, che vedeva ancora vivo il primo titolato. La riunione sotto un unico feudo è da leggersi come un atto venutosi a creare per contingenti ragioni politiche, in quanto Federico Mosca aveva parteggiato per gli Angiò, mentre Manfredi Chiaramonte aveva strenuamente combattuto contro il dominatore francese. Pertanto, il Re Federico III, da un lato premiò il valoroso Chiaramonte, e dall’altro privò del suo titolo il Mosca, in tal modo l’entità venutasi a creare prese il nome di Contea di Modica; essa si estendeva entro i limiti dei due feudi precedenti, ovvero i territori delle odierne città di Modica, Scicli, Ragusa e Chiaramonte Gulfi.

Manfredi I Chiaramonte venne ricompensato dal proprio sovrano con il contado modicano e con diversi incarichi di governo. Egli rivestì dapprima la carica di Capitano di guerra del Val di Noto e Maestro Giustiziere di Palermo in seguito quella di Siniscalco, equiparabile ad un sovrintendente della Casa reale del Regno, ed infine quella di plenipotenziario nella missione diplomatica presso Ludovico VII del Sacro Romano Impero al fine di stringere alleanza tra i due Stati. Manfredi inoltre ricevette ulteriori terre feudali, tra le quali ricordiamo la ricca ed importante contea di Caccamo; a lui si deve la ricostruzione di Gulfi, distrutta nel 1299[4], che prende successivamente il nome di Chiaramonte Gulfi nonché del palazzo dello Steri a Palermo che in seguito diverrà la sede dell’inquisizione in Sicilia.

Dimorando a Palermo, per via degli incarichi governativi che ricopriva, Manfredi nell’amministrare il proprio stato feudale si avvalse di un vero e proprio governatore affiancato da alcuni funzionari analoghi a quelli che nella capitale governavano il Regno[5]. Le università, ovvero i comuni, del contado erano governati da un corpo assembleare di giurati con a capo un sindaco, questi provvedono alle esigenze della città, deliberando a maggioranza in seguito a discussione ed occupandosi dei processi civili di lieve entità. In tal contesto si parlerà di corte giuratoria, essi erano coadiuvati da un maestro notaro, un algoziro ed un monterio. Per ciò che concerneva l’amministrazione della giustizia penale minore essa era compito di un capitano di nomina comitale assistito da un giudice, un consultore, un mastro notaio e da una forza di algoziri e guardie, per l’arresto e l’esecuzione delle pronunce emesse.

Nella famiglia Chiaramonte va dunque a concentrarsi un immenso potere derivante dalla titolarità di feudi, come visto anche al di fuori delle terre modicane, e di cariche che permetteranno de facto un progressivo aumento dell’influenza non solo nei territori limitrofi ai loro possedimenti, ma determinante per le sorti dell’intero Regno di Sicilia. A Manfredi I succede il figlio Giovanni, figura con una vita alquanto turbolenta, in ragione della quale sarà colpito da una scomunica papale per via della sua partecipazione nel 1322 ad una ambasceria del Regno di Sicilia in Germania presso Ludovico IV[6]. In seguito, Giovanni, venne temporaneamente bandito dal Regno per aver aggredito il cognato Francesco Ventimiglia, il quale aveva ripudiato la sorella. Proprio successivamente a questo atto, tralasciando la semplice lesione d’onore, si cela la nascita del secolare antagonismo con il casato dei Ventimiglia Conti di Gangi; quest’ultimo rappresenta la principale fazione avversa ai Chiaramonte che parimenti ad essi aveva avuto modo di ottenere notevoli incarichi e feudi nel Regno di Sicilia.

Venendo meno l’alleanza matrimoniale, si giunse ad un conflitto diretto tra i due potenti Comites, che vede inizialmente prevalere i Ventimiglia con conseguente espulsione dalla Sicilia di Giovanni[7]. Salito al potere Pietro II, ottenuta ora prevalenza il partito chiaramontano, viene reintegrato nei suoi precedenti titoli e possedimenti fatta eccezione per il castrum di Caccamo. Alla sua morte si pose il problema sulla sua successione, in quanto Giovanni era privo di un erede maschio, la questione venne risolta grazie alla volontà testamentaria di Manfredi I, il quale aveva stabilito che la titolarità sarebbe dovuta passare in tal caso al nipote ex fratre Manfredi.

Quest’ultimo ereditando tutte le terre feudali chiaramontane diviene uno dei signori feudali più potenti dell’isola sia economicamente che militarmente e per tale motivo lo si trova coinvolto nella guerra civile generatasi tra il partito nazionale formato da signori siciliani, detto parzialità latina, contro quelli forestieri di origine catalana ed aragonese, riuniti nella così detta parzialità catalana. Tale contrapposizione ha alla base reciproche pretese che vede da un lato i signori indigeni gelosi dei loro privilegi e delle loro terre, e dall’altro i catalani che si sentivano orgogliosi di aver salvato la Sicilia dal dominio angioino e pertanto meritevoli di ricompense. Il quadro appena delineatosi scaturì ben presto in una serie di violenti tumulti e guerriglie nonché in un’aggressione e reciproca occupazione delle terre.

Il conflitto ebbe una breve tregua nel 1353, anno di morte di Manfredi II, anche grazie all’energico intervento del Re Ludovico ed un attenta politica matrimoniale pacificatoria tra le reciproche famiglie – fazioni. Simone Chiaramonte, succeduto al padre, subentrò nel conflitto che nel frattempo era ripreso; quest’ultimo essendo cresciuto tra le armi e la guerra aveva sviluppato un animo fiero e forte, lo si ricorda come una figura violenta e sprezzante, che al fine di ottenere potere e ricchezze non esita ad occupare terre demaniali di altri nobili senza parteggiare per gli Angiò, i quali non avevano rinunciato alle loro pretese in Sicilia. Privato dei beni e condannato a morte dal sovrano, Simone chiese aiuto a Luigi d’Angiò ed in tal modo la guerra civile si trasformò in un nuovo conflitto tra aragonesi ed angioini. Il conte chiaramontano arrivò financo a tramare la morte della moglie al fine di ottenere più prestigiosi e lucrosi matrimoni, ma morirà improvvisamente nel 1357, forse avvelenato, prima che potesse raggiungere lo scopo. Tra gli altri Conti di questa dinastia si ricorda Federico III, zio di Simone, succeduto per mancanza di eredi ed indicato nel testamento del fratello Manfredi II.

Nonostante patteggiasse per il partito angioino e fosse in aperto conflitto con la fazione catalana, l’allora sovrano Federico IV, per ingraziarselo ed indurlo verso la pace con tale fazione, gli restituisce i territori confiscati al nipote investendolo del mero e misto imperio[8]: con questa concessione inizia quel percorso, che vede un aumento delle prerogative comitali, che porterà la contea di Modica ad essere detta Regnum in Regno.

Per mezzo di una intercessione sovrana si giunge a porre fine alla guerra civile nel 1362, anno in cui è siglato un accordo con il capo della fazione catalana Artale Alagona, il quale prevede il mantenimento dei territori demaniali usurpati, il reintegro nelle cariche pubbliche nonché il diritto alla nomina di due membri della Gran Corte. Venuto a mancare Federico nel 1363, vi succede Matteo Chiaramonte, detto Mazziotto, sesto Conte di Modica dal 1363 al 1377. In antitesi con i suoi predecessori, egli è di indole mite e pacifica ma come accadde in precedenza viene investito di svariate cariche ed onori dal Sovrano, tra cui quello di ospitare il Re nei suoi feudi nel 1366.  Matteo morirà non lasciando alcun erede maschio e pertanto gli succederà Manfredi III, figlio naturale di Giovanni II ed in quanto tale primo nella linea di successione nei titoli aviti.

Quest’ultimo è un signore influente e potente, molto temuto dall’autorità sovrana tanto che l’allora monarca Federico IV poco può contro di lui[9]; emblematico è il caso dell’assedio di Messina del 1364 da parte degli Angiò in cui il Comites è incaricato di governarne la città, ottenuta la pace e ripreso il controllo da parte della Corona aragonese, il sovrano lo riconferma in tale carica ed in ogni suo titolo. Alla morte del Semplice, per disposizione testamentaria di quest’ultimo, Manfredi è ricompreso insieme ad Artale Alagona, Francesco Ventimiglia e Guglielmo Peralta nel consiglio di reggenza, i così detti Quattro Vicari, con il compito di affiancare l’erede minorenne Maria d’Aragona. Oltre ad amministrare gli affari correnti dello Stato, tra i compiti del Consiglio vi è quello di trovarle un marito. La giovane Regina viene confinata nel castello Ursino di Catania, diverse sono le proposte di matrimonio che vengono valutate dai Vicari ed ognuno coltiva i suoi interessi e le proprie convenienze, come l’Alagona che si accorda per darla in sposa a Gian Galeazzo Visconi, all’insaputa degli altri reggenti.

Manfredi venuto a saperlo, ribalta la situazione con una drastica azione, il conte Guglielmo Raimondo di Augusta, su istigazione del primo, rapisce la giovane Regina; ma anche questi a sua volta cerca di sfruttare la situazione a suo vantaggio recandosi alla corte d’Aragona, con la speranza di un lauto compenso, al fine di darla in sposa al giovane Martino, figlio del Duca di Montblanc e nipote del regnante Pietro IV. L’astuto Monblanc, al fine di ingraziarsi il Conte di Modica, offrì onori e convenienti matrimoni per i suoi figli; ma tutto ciò non servì a convincerlo, anzi dal canto suo portò avanti una politica filo-romana, legandosi sempre di più ad una corte storicamente avversa al casato d’Aragona. A tutto ciò si aggiungono le trattative e le successive nozze nel 1389 della figlia Costanza con il sovrano di Napoli Ladislao, nemico giurato della corona siciliana. In tal modo il conte di Modica accrebbe sempre di più il suo potere con la conquista dell’isola di Gerba e l’investitura di Papa Urbano VI, che gli accorda l’assoluto possesso di tale isola.

Nel il 1390 il progetto di nozze tra la regina di Sicilia e Martino, detto il Giovane, si concretizzò; tale evento non venne accettato in alcun modo dal Chiaramonte, rimasto oramai l’ultima autorità nazionale superstite, che nel 1391 riunisce a Castronovo l’aristocrazia siciliana con lo scopo di sovvertire il nuovo regnante. Non riesce però a sopravvivere alla sua impresa, morendo nello stesso anno. Gli subentra dunque il figlio Andrea, il quale si trova automaticamente a capo di questa difficile operazione politico militare. Il nuovo signore feudale si trova in una situazione difficile, stretto com’era da un lato dal Papa Bonifacio IX, il quale ritiene nullo il matrimonio tra Martino I e Maria in quanto cugini, senza aver ricevuto l’apposita dispensa (o meglio, avendola ricevuta dall’antipapa Clemente VII e non da un papa “legittimo”) e che non mancava di rivendicare l’antica soggezione della Sicilia alla chiesa di Roma; dall’altro dal Montblanc, che arma un poderoso esercito con il sostegno del condottiero Bernardo Caprera, e promettendo immunità e vantaggi a chi si sarebbe schierato dal suo lato. A poco a poco il Conte si trova da solo a portare avanti questa impresa e come ultimo estremo atto occupa Palermo, sostenuto dal clero e dal popolo della capitale ma essendo senza più viveri, è costretto alla resa. Tenta di patteggiare, ma viene arrestato, processato e infine decapitato nel 1392.

Il titolo comitale che fu dei Chiaramonte passa nello stesso anno a Bernardo Cabrera, come premio per il suo ruolo determinante nella conquista della Sicilia. Come già accennato, in virtù dei suoi meriti, il catalano Bernardo Cabrera è investito della Contea di Modica nello stesso 1392, a distanza di pochi giorni dalla decapitazione di Andrea Chiaramonte. Con il cambio di famiglia feudale il contado, però, assume una conformazione ben diversa da quella del precedente titolato, risultando essere molto più ampio.

Infatti il territorio sotto i Cabrera comprende adesso non solo il nucleo originale di Modica, Scicli, Ragusa e Gulfi ma anche il castrum di Spaccaforno, il feudo di Comiso con castello, edifici e fortificazioni, il castello del Dirillo con fortezze e casali, la torre di Cammarana con foresta ed il pertinente territorio ed i feudi di Cifali e Gomez. Questo era il risultato della formalizzazione dell’egemonia della Contea che si era sviluppata tra il 1350-1390. All’espansione territoriale segue la possibilità di godere di ulteriori privilegi come il diritto di esportare dallo scaro di Pozzallo 12.000 salme di grano alla grossa, ogni anno, esenti dall’imposta di dogana dovuta alla Corte del Real Patrimonio[10] ed inoltre diversamente dalla prassi siciliana, viene concesso anche tutto il perimetro costiero pertinente al contado.

Al mero e misto imperio, già concesso nel 1361, esercitato tramite la Corte Giuratoria, la Corte Capitanale ed una Gran Corte, si aggiunge il massimo imperio con l’istituzione di una Corte delle appellazioni di I e II grado ed una corte arbitrale[11] ;  dulcis in fundo, la facoltà di riscuotere censi, affitti, diritto di laudemio per vendita di immobili, diritti angarici per impianti e servizi, d’imporre collette, di assegnare feudi, di concedere asilo ai malfattori salvo rei di lesa maestà ed ai falsari. Per tutte tali diritti e particolarità giuridiche il contado poteva realmente e con ancora più forza dirsi Regnum in Regno. Inoltre alle terre da poco annesse si aggiungono Giarratana nel 1395, Monterosso nel 1397 ed infine Biscari, l’odierna Acate, nel 1410. Oltre a tali privilegi feudali, il Cabrera venne chiamato a ricoprire cariche di massimo rilievo, quale Ammiraglio del Regno, Giustiziere di Palermo e Gran Giustiziere dello Stato.

In questo periodo il governo dell’Isola e del contado, però, è tutt’altro che facile: nel 1392 il nuovo sovrano, Martino il Giovane, ben presto deve fronteggiare la ribellione di diversi signori tra cui alcuni vassalli del Conte di Modica, i quali non gradiscono il nuovo sovrano quanto il nuovo feudatario Cabrera. Nel sedare tali rivolte il Comites apporta un notevole sostegno militare al Re, che è premiato con gli incarichi sopracitati ed in seguito interverrà militarmente anche in una successiva rivolta nel 1397 di altri potenti feudatari, tra cui il Conte Moncada, Giustiziere del Regno. Nel 1408 invia una flotta a sostegno del sovrano in Sardegna, combattendo e vincendo i nemici genovesi. Morto Martino I di Sicilia, detto il Giovane, vi subentrò il padre già Re di Aragona con il nome di Martino I d’Aragona, II di Sicilia, detto il Vecchio.

Quest’ultimo conferma quale sua vicaria la vedova Regina Bianca di Navarra, affiancata da un Consiglio di Stato, da cui il Cabrera viene escluso. Tale evento, così come l’esclusione dal godimento di alcuni legati che il defunto sovrano aveva distribuito tra i suoi fedelissimi, lede l’onore del Comites. Con la morte dell’anziano sovrano nel 1410, il feudatario coglie l’occasione per ritenere decaduta dal suo incarico di Vicaria del Regno la Regina Bianca, sostenendo la sua legittimità a governare lo stato quale Gran Giustiziere.[12] Si forma così un partito guidato dal Cabrera avverso alla Bella Navarrina, supportata da una corrente “legittimista” con a capo l’ammiraglio Sancio Lihori. Per porre fine a tale questione, a Taormina si riunì nel 1410 un “parlamento” con lo scopo di trovare un marito, e dunque un nuovo sovrano. Il Comites non accettando l’orientamento del parlamento, prima dell’utilizzo della forza, compie un tentativo pacificatorio chiedendone la mano della Vicaria del regno, tale gesto però riceverà un diniego. La Regina Bianca non sentendosi più al sicuro nel castello Ursino di Catania dove si trovava al momento della proposta, cominciò a spostarsi da castello in castello per tutta la Sicilia, protetta dal partito legittimista, che nel frattempo si faceva sempre più forte.

Il potente feudatario arrivò ad assediare Palermo continuando la persecuzione della Regina, ma nel 1412 tradito da un soldato, fu catturato dal Lihori ed in seguito imprigionato a Motta S. Anastasia. La complicata situazione venne risolta con la nomina a Re di Sicilia di Ferdinando di Castiglia, detto il Giusto, il quale ordina la liberazione del Conte, lo reintegra nei suoi possedimenti ma lo condanna al pagamento di un ingente risarcimento a favore del Lihori e della Navarrina[13]. Trascorse i suoi ultimi anni nella Contea, ma morì durante l’epidemia di peste a Catania nel 1423, gli succedette il figlio Bernardo Giovanni che giunse al possesso del contado solo dopo un contrasto familiare con il fratello Raimondo, conclusosi nel 1424 tramite mediazione del principe Ferdinando d’Aragona, luogotenente del Regno del fratello Alfonso detto il Magnanimo[14]. Giovanni Bernardo prese il possesso della Contea in data successiva al 1431, essendo stata la stessa oggetto di confisca per aver parteggiato per il Re di Castiglia, riottenendola grazie alla la fiducia del proprio sovrano per il notevole contributo militare nell’assedio di Napoli del 1437-38, che gli permetterà di riottenere una nuova infeudazione del 1452 dopo una lunga e complessa lite giudiziaria[15]. Questa pronuncia andava dunque a confermare, una volta per tutte, il dominio dei Conti di Modica acquisito con la forza e con l’influenza delle cariche svolte. Per far fronte alla forte spesa legale sostenuta, il Comites ricevette altresì l’autorizzazione regia per l’alienazione dei propri domini, con diritto di riscattarli una volta trascorso il periodo di ristrettezze. Pertanto vengono ceduti i sottofeudi di Comiso, Giarratana, Spaccaforno, Chiaramonte, Dirillo e Monterosso. Chiaramonte e Dirillo sono riacquistate dopo qualche anno, mentre si dovrà attendere il 1508 per Monterosso, le altre terre sono vendute insieme allo ius ludendi fuoriuscendo in tal modo per sempre dai domini comitali.

Giovanni Bernardo morto nel 1466, gli succede il figlio omonimo, che tenne la carica feudale tra il 1466 e il 1474, ed il nipote Giovanni II che muore ancora minorenne nel 1478. Giovanna Ximenes, vedova di Giovanni I, riceve l’investitura per conto della figlia Anna, occupandosi di provvedere al governo dei suoi domini e soprattutto di darla in sposa così da far continuare il dominio dei Cabrera sulla contea. Dopo svariate richieste della sua mano provenienti da nobili di tutto il Regno, il Re Giovanni di Castiglia propone il nipote Federico Henriquez, accettato da Giovanna. Quest’ultima si occupò in prima persona della preparazione dei capitoli matrimoniali stabilendo, tra le varie disposizioni, che il matrimonio si sarebbe dovuto tenere in Modica e che il marito avrebbe dovuto aggiungere il cognome “de Cabrera” al proprio unitamente al relativo stemma araldico.

Nel 1481 Anna sposa l’Almirante di Castiglia Federico Henriquez primo Conte della nuova casata, egli visse solo per un breve periodo nel contado, per far poi ritorno nel 1486 in Spagna ove è chiamato a svolgere prestigiosi incarichi di governo. Nonostante la distanza si interessa agli affari del suo feudo siciliano, amministrandolo attraverso governatori nominati per breve periodo ai quali dirige dettagliati e minuziosi ordini al fine di ridurre o prevenire gli abusi e fenomeni di malgoverno[16]. Morirà nel 1530 e gli succederà Ludovico, nipote ex fratre, che nel 1534 ottiene l’investitura del contado nonché dei feudi di Caccamo e Alcamo, riacquisiti dallo zio e della baronia di Calatafimi; nel 1541 ottiene inoltre la conferma dei privilegi goduti dai precedenti conti da parte di Carlo V. Il nuovo Comites nominerà come governatore Antonio de Arellano, a cui affida il compito di avviare una rigida e corretta amministrazione dei suoi domini, in prosieguo alla politica iniziata da Federico, nonostante ciò questi si macchierà di notevoli illiceità ed irregolarità che saranno denunciate dal suo successore Bernardo del Nero. Quest’ultimo si farà carico non solo di regolarizzare la macchina amministrativa, ma anche di procedere ad un attenta riforma della stessa. Tra i primi suoi atti vi è quello di un’analisi della precedente amministrazione Arellano, che è ritenuta non solo “viziata” da notevoli illegittimità ma financo obsoleta e poco efficiente. Per questa ragione porta avanti, con l’aiuto di giuristi locali, una riforma che trova sbocco nelle Ordinanze, Statuti, Capitoli e Pandette dei diritti, ispirati alle più moderne norme amministrative adottate nelle città demaniali. Nonostante gli indiscussi meriti di Bernardo del Nero, per conflitti personali è rimosso dal suo incarico di Governo che è nuovamente assegnato al predecessore Antonio de Arellano, il quale, al fine di vendicarsi delle censure mosse nei suoi confronti, dispone l’arresto dell’ex governatore accusandolo fittiziamente di appropriazione indebita. Essendo che la Gran Corte era presieduta dallo stesso Governatore, non fu difficile ottenerne una condanna ma Bernardo, non si rassegnò e fece ricorso alla Magna Curia di Palermo accusando gli organi locali di denegata iustitia e di legittima suspicione. Alla fine di un lungo processo, con annessi ben 5 anni di prigionia, ottiene la condanna del Conte alle spese processuali nonché ad una indennità per i danni subiti. Questa condanna si ripercuote pesantemente sulle finanze degli Henriquez de Cabrera che per far fronte alle spese sono costretti a vendere alcuni feudi ed a cedere l’amministrazione della contea a dei banchieri, dietro un cospicuo anticipo delle future rendite. In ultimo, l’orgoglioso Conte, in spregio al vittorioso ex governatore, revoca dunque gli Statuta che qualche anno prima aveva emanato, sebbene saranno in seguito confermati da successive riforme amministrative del contado.

Nel 1565 subentra nella titolarità del contado Ludovico II, il quale ottenne l’investitura anche delle Baronie di Alcamo, Caccamo e Calatafimi[17] ma al contempo si trovò in una situazione economica alquanto precaria, risentendo ancora delle spese per il processo al governatore del Nero. Per far fronte ad esse si recò dalla Spagna nei suoi possedimenti siciliani nel 1563 e qui, per ingraziarsi il suo popolo avviò una riforma amministrativa che introduce nel gretto sistema feudale siciliano delle novità e delle aperture[18]. Insieme alla riforma dei feudi, segue una minuziosa misurazione delle sue terre date in enfiteusi concesse nel periodo compreso tra il 1550 ed il 1564, al fine di verificare usurpazioni ed aumentare i suoi introiti, così facendo l’astuto Comites riesce a recuperare oltre 4.000 salme[19] di terreno.

Ludovico III subentra nei titoli del padre divenendo nel 1596 il terzo Conte della dinastia degli Henriquez de Cabrera, il nuovo Signore modicano fu profondamente legato alla Famiglia reale spagnola e per tale ragione si trovò a far fronte ad uno stile di vita dispendioso aggravando così le esigue casse familiari[20]. Il Comites si occupò poco del suo Stato feudale, non recandovisi mai nella sua vita ma preferì governarlo per mezzo di un procuratore, conducendo anch’esso la lotta agli abusi degli enfiteuti. Morì improvvisamente nel 1600, lasciando il piccolo figlio Giovanni Alfonso di soli tre anni, del quale se ne prese cura il Re e la moglie divenuta vedova Vittoria Colonna, figlia del Viceré Marcantonio.

La nobildonna romana governò con prudenza e oculatezza i feudi degli Henriquez de Cabrera fino alla maturità del figlio, riuscì inoltre a trattare con i creditori al fine di alleggerire le passività ottenendo una transazione e conseguente rateizzazione delle somme dovute, a cui farà fronte vincolando buona parte della rendita della Contea. Vittoria si fece promotrice di una migliore gestione delle terre feudali e tentò un governo diretto delle stesse ma tali progetti erano complessi e difficoltosi, così poco dopo si avvalse nuovamente di vari governatori riuscendo a contrattare salari particolarmente convenienti rispetto a quelli precedenti. L’ oculata gestione patrimoniale, permise il riscatto di alcuni feudi spagnoli e la possibilità di avere matrimoni economicamente vantaggiosi per i figli.

Divenuto maggiorenne nel 1617, Giovanni Alfonso assume la diretta gestione dei propri possedimenti, nel frattempo la madre si era ritirata a vita privata dedicandosi alla beneficienza ed al sostegno di istituti religiosi[21]. La figura del nuovo feudatario è di grande spessore e valore militare, e per tali ragioni riuscì ad ottenere la prestigiosa nomina a Viceré di Sicilia, dal 1641 al 1643, dopo aver riportato nel 1638 una vittoria a Fonterabia contro i francesi, e successivamente divenne Viceré di Napoli, dal 1644 al 1646. Nei periodi nei quali rivestì tali prestigiose cariche, delegò alla moglie il governo dei suoi possedimenti, proseguendo l’attività di misurazione e di delimitazione delle terre date in enfiteusi, il dispendioso tenore di vita dovuto anche alle cariche rivestite, gli impose l’alienazione del feudo di Caccamo che in tal modo uscì definitivamente dai possedimenti del contado senza essere mai più riscattato. Morì nel 1647 a Madrid, ha poco rilievo storico e giuridico il settimo Conte Henriquez de Cabrera, Giovanni Gaspare, che succedette nei titoli aviti dal 1647 al 1691, il quale dimorerà per tutta la vita in Spagna ma lo stesso non potrà dirsi del figlio Giovanni Tommaso per il ruolo e l’importanza rivestita nella storia della contea.

Quest’ultimo viene ricordato, per aver rivestito le prestigiose cariche di Viceré di Catalogna e Governatore di Milano, divenne Conte di Modica dal 1691 e solo due anni più tardi si trovò ad affrontare il terribile terremoto che colpì la Sicilia sud-orientale[22]. Dimorò per tutta la vita in Spagna, non godendo della stima e del prestigio dei suoi antenati nei suoi feudi siciliani, nel 1702 è nominato ambasciatore del Duca d’Angiò presso il Re di Francia. Partito per assolvere l’incarico, in segreto abbandona il suo ufficio e si reca in Portogallo al fine di parteggiare per Carlo d’Asburgo nella pretesa alla Corona spagnola. E’ così accusato di fellonia, processato in contumacia, condannato a morte nel 1703 e privato dei suoi titoli e possedimenti, compreso il contado modicano. Muore nel 1705, lasciando, solo formalmente, tutti i suoi beni all’Arciduca d’Austria.

3. L’epilogo della storia feudale della contea

In seguito alla condanna e confisca, patita da Giovanni Tommaso Henriquez de Cabrera, si potrebbe pensare che il feudo modicano debba ritenersi “estinto” ed incamerato nel regio demanio ma analizzando giuridicamente gli eventi che si susseguono si può affermare che la Contea mantenga una sua “soggettività feudale”, posto che dal 1704 è amministrata da una giunta sedente in Messina, grosso modo simile ad un’attuale “commissariamento” di un ente pubblico, sebbene i termini di tale gestione non sembrano essere stati oggetti di particolari studi.

È da ricordare come in seguito alla Pace di Utrecht del 1713 la Sicilia passi nelle mani del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia sebbene alcuni suoi feudi, tra cui la contea di Modica, rimangono nelle mani di Filippo V di Spagna che ne diviene de facto nuovo Conte e padrone. Dopo un breve periodo, dal 1713 al 1718,  che vede contrapposti il nuovo Re di Sicilia e Sua Maestà Cattolica in una complessa controversia politico-diplomatica ed un tentativo di quest’ultima di occupazione e riconquista dell’Isola, questa è ripresa grazie all’intervento degli Asburgo che ne ottengono il titolo Regio in virtù del patto di Londra del 1718 ed in forza del quale il sovrano Sabaudo viene costretto a rinunciare alla turbolenta Sicilia per la modesta ma più quieta Sardegna, di cui ne entrerà in possesso nel 1720.

I Regni di Sicilia e di Napoli, dopo secoli, ritornano sotto un unico monarca nel 1721: Carlo VI d’Asburgo, lo stesso sovrano per cui l’ultimo Conte di Modica aveva parteggiato e per il quale era stato privato d’ogni bene, per tale ragione il nipote, Pasquale Henriquez de Cabrera fu premiato riottenendo i titoli e le terre avite nell’Isola. Ad esso succedette senza particolari virtù la pronipote Maria Teresa Cayetana Alvarez de Toledo XIII duchessa titolare di Alba che ottenne l’investitura nel 1742.

Cayetana non avendo figli legittimi, trasmetterà tutti i suoi titoli e diritti nobiliari ad un lontano cugino Carlos Fitz James Stuart VII duca di Berwick. Quest’ultimo era esponente di una famiglia generatasi come linea naturale discendente da Giacomo II Stuart, monarca d’Inghilterra e Scozia, trasferitasi in Spagna a seguito della Gloriosa rivoluzione[23]. Carlos divenne l’ultimo Conte di Modica ad esercitare realmente i poteri propri dello ius feudale poiché com’è noto la conseguente abolizione del feudalesimo del 1812, parte del più grande e coevo evento della rivoluzione siciliana, farà sì che i successivi investiti potranno solo vantarsi di un nome glorioso e nulla più, ponendo così fine alla prestigiosa Contea che fu un vero e proprio Regnum in Regno.

 

 

 


[1] Non sono pochi gli autori che nel descrivere la storia del Contado iniziano dai primi abitanti dei suoi territori nella preistoria, alle principali vicende sotto i domini dei Greci, dei Romani, dei Bizantini ed Arabi fino alla discesa dei Normanni, i quali importarono il sistema feudale in Sicilia. Atteso che l’interesse del presente articolo è rivolto alla Contea quale stato feudale, ulteriori trattazioni risulterebbero superflue; per eventuali approfondimenti in tal senso si rimanda ai seguenti testi: R.SOLARINO, La Contea di Modica, ricerche storiche, Ragusa 1973 (Rist. An. 1885), Vol I; G. RANIOLO, La Contea di Modica nel Regno di Sicilia, lineamenti storici, Modica 1993.
[2] La storiografia è solita distinguere tra la prima contea di Modica, creata nel 1176 e in seguito incorporata al demanio, dall’omonimo feudo nato nel 1296 con una struttura territoriale, politica e amministrativa che si manterrà integra nei lineamenti essenziali fino all’abolizione del feudalesimo nel 1812.
[3]  Vi è un’eccezione ovvero dopo la scomunica di Federico II (1250) si colloca la concessione di Papa Alessandro IV di diversi feudi a titolo di retribuzione a coloro che si erano ribellati agli Svevi, tra cui nel 1255 le terre di Vizzini, Modica e Palazzolo al nobile Ruggero Fimetta, il quale non ne prese il possesso in quanto l’esercito ribelle, a cui era a capo, venne sconfitto nel 1256 dalle truppe sveve guidato da Federico Lanza.
[4] Ruggero di Lauria durante i Vespri Siciliani assediò e conquistò Gulfi per gli Angioini nel 1299: l’abitato fu completamente distrutto e venne commesso un eccidio. Manfredi I Chiaramonte spostò i superstiti in un luogo più elevato e fortificato, detto “Baglio”, attorno a cui sorsero le prime case che fece circondare da mura e all’interno di queste costruì il famoso castello. Cfr. G. MORANDO, Chiaramonte medievale e la contea di Modica, Flaccovio editore, 2000.
[5] Tali funzionari erano: Il Maestro Razionale, ovvero colui che si occupava della gestione del patrimonio feudale nonché con funzione di giudice in materia fiscale e patrimoniale. Il Mastro Segreto, il quale coordinava i Segreti di ogni comune nella riscossione dei tributi e si occupava della manutenzione e costruzione di opere edilizie. Il Protonotaro vera e proprio sovrintendente alle scritture notarili riguardanti la Contea. Il Protomedico controllore dei medici, cerusici ed ostetriche con compiti di ufficiale sanitario relativi ai controlli igienici presso le botteghe dei speziali, droghieri e barbieri provvedendo al rilascio delle loro licenze. Mastro Giurato sovrintendente alla gestione dei comuni del Feudo. Cfr. G.RANIOLO, Op. Cit., pp. 61-63.
[6]  L’imperatore Ludovico IV era intenzionato con questa alleanza a rafforzare il partito ghibellino, avverso a quello guelfo rappresentato dalla casa d’Angiò, motivo per il quale lo stesso Imperatore era stato anch’egli scomunicato.
[7] Giovanni verrà esiliato e privato del contado, in seguito nel 1335 trova riparo alla corte di Napoli ed al servizio del relativo sovrano prendendo parte ad una spedizione militare contro la Sicilia. Salito al potere Pietro II, ottenuta ora prevalenza il partito dei Chiaramonte, viene reintegrato nei suoi precedenti titoli e possedimenti (fatta eccezione per il castrum di Caccamo). Partecipò alla battaglia navale di Lipari nel 1339, in cui viene imprigionato dal nemico e liberato solamente dietro riscatto di 10.000 fiorini, pagati dal cugino Enrico in cambio del possesso della contea di Modica, morirà poco dopo aver fatto ritorno a casa, nel 1342. Cfr. G.BARONE (a cura di), La Contea di Modica (secoli XIV – XVII), Atti del settimo centenario, Catania 2006.
[8] F. SAN MARTINO DE SPUCHES, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia, Palermo,1925. Vol. X, pag. 9. “In diritto feudale si chiamava mero il più alto, il più elevato impero e cioè il diritto di esercitare la giurisdizione criminale jus gladii; ogni altra giurisdizione era di misto impero. Il mero e misto impero comprendeva l’esercizio della giurisdizione più ampia. Mentre la giurisdizione civile era conferita comunemente e generalmente a tutti i feudatari, la giurisdizione criminale, nei primi tempi del feudalesimo in Sicilia, venne concessa di rado a qualche feudatario privilegiato ed a volte anche con limitazioni. L’imperatore Federico II abolì tutte le giurisdizioni criminali, costituite nei feudi, sia per espressa concessione normanna, sia per abuso. La riforma durò sino ai tempi aragonesi, successivamente si tornò a concedere la giurisdizione criminale ai feudatari, raramente fu dato il mero impero”.
[9] R.SOLARINO, Op.Cit., p. 97. In quel periodo l’autorità regia era nient’altro che “un’idea astratta, una semplice finzione: di quanto si ribassava il livello della corona, di tanto si ergeva l’aristocrazia feudale, che oramai teneva ogni prerogativa ed adempiva da sola a tutte le funzioni politiche”.
[10] Comprensivo della facoltà di estrarre un quantitativo superiore a compensazione di un precedente anno in cui si fosse esportato una misura inferiore, ovvero il così detto diritto di refezione. Gli scari erano magazzini generali ante
litteram, che permettevano la compravendita del frumento senza la materiale consegna della merce tramite una polizza sottoscritta dal venditore e diretta al governatore – magazziniere.
[11] Cfr. G. MODICA SCALA, I Tribunali nella Contea di Modica in «Archivium Historicum Mothycense» II, 1996. Tale privilegio era negato alla stessa città di Palermo, e veniva detenuto dal solo Arcivescovo di Monreale.
[12] Nonostante seguendo le regole dello ius feudale, il suo incarico sarebbe dovuto decadere per le medesime ragioni.
[13] Tale condanna ammontava a circa 20.000 fiorini, e per far fronte a tali spese è costretto a cedere in pegno Monterosso, Giarratana e Chiaramonte, riottenendoli qualche anno dopo. A ciò si aggiunge la perdita di Biscari, a seguito di una lite giudiziaria portata vanta da Antonio Castello, il quale ne rivendica e ne ottiene il legittimo possesso.
[14] L’accordo prevedeva il versamento a Raimondo di una somma pari a 45.000 fiorini e garantiti dalla cessione di Alcamo, Calatafimi e Mazzara nonché da altri beni appartenenti al fratello. Ad ulteriore garanzia si ha la cessione dei centri di Scicli, Giarratana e Spaccaforno, nei quali il Raimondo dimorerà, tenendole quale suo signore e padrone.
[15] E.SIPIONE, I privilegi della Contea di Modica e le allegazioni di G.L. Barberi in «Archivio storico per la Sicilia orientale» LXII (1966), Fasc. II. Alla base di tale controversia troviamo gli abusi perpetrati da Bernardo e continuati dal figlio a danno degli abitanti del contado e del demanio; i primi insorgono chiedendo addirittura l’annessione delle terre comitali al demanio, accusandolo nello specifico di aver alterato il privilegio del 1392, di aver usurpato diritti demaniali e di aver abusato dei propri. Invero il Caprera era già stato processato per accuse simili mosse dal Fisco; in tal sede la Regia Magna Curia nel 1445 accerta alcune illegittimità delle prerogative comitali del 1392, dichiarando alterato l’atto e condannandolo ad un risarcimento da versarsi al fisco di 60.00 ducati. Tutto ciò spinge il Caprera a supplicare il sovrano, il quale, pur essendo convinto degli abusi, raggiri e manomissioni di Bernardo e Giovanni (il quale non aveva nemmeno versato lo ius relevi), conferma nel 1451 tutti i privilegi leciti e illeciti fino a quel momento goduti, sanando ogni abuso ma confermando la condanna a 60.000 ducati.
[16] G.RANIOLO, Op. Cit., pp. 93-95. Lo si ricorda per aver emanato capitoli ed ordinanze nel 1511 e nel 1520, indicando in modo dettagliato i doveri e compiti dei suoi funzionari; ed ancora nel 1523 emana un bando in cui invita ogni suo suddito a denunciare abusi ed illiceità dei suoi officiali.
[17] A questi si aggiungono numerosi titoli spagnoli, tra qui il prestigioso titolo di Almirante di Castiglia e Duca di Medina de Rio Seco, quest’ultima capitale dei domini spagnoli della famiglia Henriquez de Cabrera e sede della cappella mausoleo di famiglia.
[18] Come ad esempio quelle riguardanti i consiglieri ed i giurati riuniti in collegio elettorale, da ora in poi, avrebbero potuto eleggere le più alte cariche amministrative della città (giurati, avvocato ed procuratore del comune, consultore, capitano etc etc). In cambio a questa notevole concessione, ottiene i proventi di una nuova gabella sull’esportazione e vendita di animali da macello, filati e tessuto oltre ad una imposta per ogni “rotolo” di carne fresca.
[19] Le salme erano un’antica unità di misura siciliana, la cui entità è suscettibile di variazioni in relazione alle diverse zone dell’Isola; Nel caso del contado modicano equivaleva a circa 2.7985 ettari in Modica e Ragusa.
[20] Ad esempio di quanto detto, lo si trova tra i contribuenti delle spese sostenute per gli oneri delle nozze di Filippo III di Spagna ed è perciò ricompensato con il prestigioso Toson d’oro.
[21]  Sarà per suo volere la fondazione nel 1607 dell’omonima città di Vittoria, sul già esistente feudo di Boscopiano.
[22] Solamente nel contado miete oltre 11.00029 vittime su circa 60.000 complessive e costringendo ad una totale ricostruzione delle sue città, alcune delle quali verranno edificate in luoghi più accessibili rispetto gli antichi siti. Tra queste, ricordiamo: Scicli, che scende dalla rupe per adagiarsi nella cava che si apre sulla piana che guarda il mare di Donnalucata; Spaccaforno (Ispica) abbandona l’angusto sito difensivo affogato tra le rocce dell’omonima cava, per essere ricostruito nell’altopiano tra Modica e Pozzallo; Modica, dopo lunghe contese rimane nel suo antico sito, tra la rocca e le cave dei suoi due torrenti (solo il secolo XIX lo sviluppo urbanistico farà espandere la città verso il sito alternativo, ovvero la piana che degrada verso Pozzallo); Ragusa, che non accordandosi sul da farsi si divise addirittura in due, rimanendo la vecchia nell’antico sito detto oggi Ibla e costruendosi la nuova nell’altopiano retrostante che si dirige verso il porto di Mazzarelli (oggi Marina di Ragusa).
[23] Il titolo di Duca di Alba è certamente, ancora oggi, il più importante tra tutti i quelli rientrati tra i così detti “Grandi di Spagna”. Le immense proprietà terriere congiuntamente agli straordinari palazzi e castelli della famiglia riflettono l’importanza di una vera e propria dinastia, pari e per certi versi superiore per lignaggio ad alcune attuali Case regnanti europee. Attualmente un omonimo Carlos Fitz James Stuart y Martinez detiene il titolo, puramente onorifico, di XXII Conte di Modica.

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Agostino Zito

Dopo aver conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza, marzo 2019, presso l'Università degli studi di Enna "Kore" con una tesi dal titolo "Lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia”, ha condotto studi approfonditi sulle esperienze costituzionali in Europa nell'ottocento, sullo ius feudale siculo e sul diritto nobiliare. Post laurea ha seguito una summer school d'inglese giuridico a Cambridge (UK), giugno - luglio 2019; un master part - time sul diritto agroalimentare presso la business school del Sole 24 ore sede di Milano, ottobre - dicembre 2019; un E- Course in agribusiness erogato dalla University of Adelaide (Australia), marzo 2021. Dalla primavera del 2019 ricopre il ruolo di consulente legale ed esperto di food law presso la Società agricola Zito, storica azienda agricola di famiglia. Da gennaio 2020 è assistente presso l'Università degli studi di Messina nella cattedra di Storia del diritto italiano. Da settembre 2021 è redattore di pubblicazioni scientifiche con la rivista Salvis Juribus.

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