Immigrazione, tentativo di lettura transdisciplinare di un fenomeno complesso

Immigrazione, tentativo di lettura transdisciplinare di un fenomeno complesso

Sommario: Premessa – 1. A proposito dell’immigrazione – 2. La normatività dell’ottica statocentrica – 3. La prospettiva di studio transdisciplinare – 4. Diaspora ed immigrazione – 5. Conclusioni

 

Premessa

Il presente contributo intende focalizzare gli aspetti fondamentali di un fenomeno complesso. Il rischio elevato di scivolare nel riduzionismo semplicistico imporrebbe di assumere un atteggiamento scientifico adeguato.

La prudenza del novizio[1] suggerisce di ricorrere alla forma condizionale che avvisa il lettore esperto del tentativo ambizioso di coniugare il rigore della riflessione accademica con la gradevolezza stilistica della scrittura giornalistica.

Non dispongo di solide basi sociologiche né giuridiche, almeno per quanto riguarda la prima parte dell’elaborato. L’approccio transdisciplinare, oggetto della seconda, mi risulta, invece, più congeniale.

In entrambe le trattazioni, ho cercato di porre l’accento sull’esigenza di un criterio epistemologico che, in quanto tale, accomuni la diversità dei contenuti della ricerca.

1. A proposito dell’immigrazione 

Il discorso sull’immigrazione non riesce ad affrancarsi dalla dimensione giuridica. Basti pensare che le migrazioni interne, ben più numerose, non hanno lo stesso rilievo di quelle esterne.

Il fenomeno assume una connotazione inedita. In passato, il leit motiv, funzionale al processo di integrazione, era rappresentato dagli elementi aggreganti tradizionali (scuola, lavoro, chiesa e servizio militare). L’attuale situazione di generale incertezza induce a includere l’argomento nella post-modernità, ovvero, in quel filone di delegittimazione delle prospettive filosofiche della modernità, messe in discussione a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

Secondo Paolo Grossi[2], nel campo del diritto, il processo ha avuto inizio con Santi Romano che, per primo[3], ha polemizzato contro la concezione dello Stato quale produttore esclusivo di diritto. Al contrario, secondo il giurista palermitano[4], lo  Stato stesso è un prodotto del diritto[5] che nasce per necessità, in modo involontario, dalla società (ubi societas, ibi ius). Non è questa la sede per descrivere tale dottrina, sebbene il recupero delle premesse cognitive e di alcune categorie possa consentire una rilettura degli studi sul legal pluralism e sul diritto transnazionale contemporaneo.

L’estrema parcellizzazione giuridica, che caratterizza l’epoca attuale, impone l’adeguamento degli strumenti di comprensione. Il costante e rapido mutamento della società conduce ad una riflessione aperta, scevra da qualsivoglia astrattezza dogmatica, che esalti il pluralismo piuttosto che la prospettiva normativistica di matrice kelseniana. Scrive, opportunamente, Francesco De Vanna:

«La globalizzazione e l’estrema accelerazione degli scambi e delle comunicazioni, in particolare, hanno consentito la riemersione del carattere spontaneo del fenomeno giuridico essenzialmente sotto tre profili: a) quello dell’autonomia rispetto alla catena di comando statuale; b) quello della trasversalità rispetto ai confini statuali; c) e, non da ultimo, sotto il profilo della rottura dell’identificazione tra ius e iussum, tra diritto e ‘comando’ espressivo di una volontà»[6].

2. La normatività dell’ottica statocentrica

La paura è l’elemento che caratterizza il fenomeno migratorio. Essa assume una  valenza politica e può determinare il successo elettorale nei paesi in cui è presente (basti pensare alla vittoria di Trump alle passate “presidenziali” degli Stati Uniti). L’esame del modo in cui la società percepisce lo Stato è oggetto di attenzione da parte della sociologia.

Donatella Di Cesare arriva ad ipotizzare una sorta di conflitto tra la prospettiva statocentrica[7] normativa e quella alternativa di natura cosmopolita (accentramento statalistico e cosmopolitismo costituirebbero il tessuto del diritto dell’immigrazione). Tale scenario coglie sicuramente alcuni aspetti importanti ma non sembra risolvere il problema.

Si potrebbe obiettare, infatti, che l’immigrato, alla ricerca della mera sopravvivenza, accetti, ben volentieri, l’assetto statocentrico, basato sulle regole imposte dal sistema giuridico del paese ospitante. Altro aspetto meritevole di menzione è quello della sedentarietà che si contrappone a quello del nomadismo.

La stabilità, legata all’essere stanziali ovvero al fatto di avere una fissa dimora, contribuisce alla creazione, nell’immaginario collettivo, di un ordinamento solido e rassicurante.  L’immigrazione, in un certo senso, mette in crisi la sicurezza evocata da tale immagine.

3. La prospettiva di studio transdisciplinare

L’immigrazione attuale è caratterizzata da una nuova forma di nomadismo. Essa, per quanto sia spinta dalla legittima aspirazione a condizioni di vita migliori, è fonte di preoccupazione nei Paesi ospitanti. Tra le motivazioni, dobbiamo annoverare il terrorismo religioso, soprattutto quello di matrice islamica, che si presenta come “interno” al movimento migratorio.

Vista la gravità, il fenomeno deve essere studiato da una prospettiva transdisciplinare. Occorre che antropologi, politologi, sociologi, pedagogisti, giuristi, psicologi, lavorino tutti insieme.

La transdisciplinarità[8] rappresenta la sfida del futuro[9]. Il problema non può essere esaminato da specialisti che, utilizzando il metodo proprio della disciplina di appartenenza, producano una serie di risultanze monadistiche[10]. Occorre andare oltre e privilegiare una dimensione in cui gli esperti affrontino le questioni con una logica basata sul mutuo scambio di pareri.

Un modus operandi in cui le persone coinvolte operino come se fossero in una squadra, evitando che la posizione di una possa prevalere su quella delle altre. A tal proposito, appaiono eloquenti le parole di Ervin Laszlo[11], uno dei  maggiori teorici della complessità, che indica tale approccio come «essenziale per riscoprire la nostra umanità, la nostra identità e il nostro ruolo».  E tale risorsa, in una stagione in cui soffia il vento del cambiamento per le sorti del pianeta, «è vitale per tutti noi»[12].

L’etica del terzo millennio, sostiene il filosofo ungherese, dovrà essere necessariamente biocentrica. Tutte le creature impareranno a convivere nel pieno rispetto della natura, raggiungendo il livello superiore della simbiosi mutualistica[13].

Il passaggio dalla coesistenza egocentrica[14] ad una forma più evoluta di interesistenza panumana[15]consentirà la partecipazione attiva in luogo della mera tolleranza. Esistere insieme significa costruire una civiltà dell’unità, alimentata dalla valorizzazione delle diversità etniche, linguistiche, religiose e culturali. Osserva il teologo svizzero Hans Küng:

«Non si tratta di omogeneizzare, ma di pervenire ad un patrimonio etico accomunante, senza il quale non sarebbe nemmeno possibile parlare di interesistenza e abbandonare l’esperienza limitante dell’interdipendenza»[16].

D’altra parte, comunità e identità non sono termini antitetici. Sebbene il primo indicherebbe l’unione e l’altro, al contrario, rappresenterebbe l’individualità, non sussiste alcuna contraddizione.

La neurobiologia offre un esempio di efficientismo comunitario che può aiutare a dissipare ogni dubbio al riguardo. Basti pensare all’organizzazione neuronica per comprendere appieno il concetto. Il neurone è individuo grazie al  rapporto con tutte le altre cellule nervose che compongono il cervello.

L’identità della comunità “sistema nervoso” si realizza attraverso la comunicazione[17] tra le varie individualità. Il dialogo tra i neuroni è una delle tante testimonianze presenti in natura. Di qui, la necessità di uno studio rigoroso delle numerose cause che determinano i grandi flussi migratori.

Non è più ammissibile liquidare la “faccenda” in poche battute. Al contrario, bisogna prestare attenzione al significato delle parole. Il termine “altro”, spesso riferito all’immigrato, è usato con una certa disinvoltura. Ebbene,  non basta superare la c.d. alterità per integrare. È una semplificazione arbitraria di una diffidenza che parte da molto lontano (dalle invasioni straniere all’immagine dello zingaro che “ruba” i bambini!, ndr).

Non si può negare che l’esercizio dei diritti dell’immigrato dipendano, in larga misura, dalla sua presenza sul territorio. In tal senso, la paura atavica è uno dei principali ostacoli al processo di integrazione.

4. Diaspora ed immigrazione

La riflessione di Marx[18] sulla rivoluzione americana, secondo John Peterson, attribuisce un certo peso al ruolo avuto dagli immigrati. La fine del colonialismo inglese è stata decisa dalla rivolta[19] non solo degli autoctoni ma anche di un certo proletariato immigrato da oltre mare.

Così, argomentando, Raffaele Chiarelli[20] arriva a distinguere il concetto di  diaspora[21] da quello di immigrazione. La prima è sicuramente più coesa e genera maggiore conflittualità esterna.

L’origine è mitica oppure reale. Il modello classico è quello ebraico, fatto intimo che appartiene all’identità e alla storia di quel popolo. Le diaspore creano disagi nella società ospitante ma, al tempo stesso, stabiliscono relazioni con altri fenomeni analoghi. La questione dei marrani, ad esempio, crea una rete di rapporti commerciali tra i perseguitati nelle varie parti del continente europeo. Londra e Amsterdam sono “prodotti” della diaspora.

Il sionismo favorisce la nascita dello stato di Israele (attraverso una sorta di applicazione della c.d. negotiorum gestio, istituto caro al diritto romano). Altra diaspora è quella legata allo schiavismo. La formazione di una nazione, partendo dalla schiavitù, si sviluppa ad Haiti, attraverso una rivoluzione[22] che avviene ai “ritmi” e sulla scia di quella francese del 1791.

5. Conclusioni

L’approccio securitario[23] continua ad occupare il primo posto nel dibattito politico. La questione di fondo, che continua a dividere l’opinione pubblica internazionale è, invece, rappresentata da un paradosso: se non esistessero le frontiere, non ci sarebbero i migranti. A tal proposito, osserva Raimondo Cagiano de Azevedo:

«[…] un paradosso che fa riflettere su quante forme di migrazioni si stratificano su di un solo migrante, per il numero delle frontiere che questi deve attraversare. Non si tratta solo di frontiere fisiche, politiche, economiche, sociali, linguistiche, ambientali, religiose: per molti cittadini che vogliono entrare nell’Unione oggi la frontiera dell’Europa è l’acquis communautaire; ad esempio, quando esso rappresenta il parametro quantitativo e qualitativo per l’adesione di nuovi paesi all’UE; qui l’acquis communautaire non è altro che la sedimentazione nel tempo dei trattati, degli accordi, delle leggi, dei regolamenti, delle procedure che l’Unione Europea ha adottato dalla sua origine fino ad oggi»[24].

L’identikit del migrante è cambiato. Le persone alla ricerca di un primo impiego diminuiscono a vantaggio dei richiedenti asilo. Anche i paesi di partenza e transito non sono più gli stessi. Emerge la necessità di un approccio nuovo che vada oltre quello nazionale degli Stati di immigrazione. Un dialogo tra le nazioni coinvolte che guardi allo sviluppo in un contesto multilaterale, superando i pregiudizi e le divisioni del passato e garantendo l’effettività di un diritto alla mobilità che nasca dal fatto e non dalla norma.

In Italia, l’idea più difficile da accettare è il fatto che l’immigrato possa prestare giuramento di fedeltà alla nostra carta costituzionale. Ovvero, a quel patto sociale, stipulato dai nostri padri costituenti, sulla base di valori profondamente diversi da quelli della sua cultura di origine. La tendenza ad inserire il sistema della governance all’interno dell’immigrazione consente, forse, di evitare l’esposizione diretta della politica e lo scontro con le leggi volute dal Parlamento.

Riflettendo su quest’ultimo aspetto, l’antropologo Luigi Lombardi Satriani elabora un’interessante teoria che, sebbene di non facile applicazione, rappresenta un valido contributo al dibattito sulla vexata quaestio. «Insiemi minimali di norme» andrebbero a costituire quel «minimo comune etico» al quale tutti gli appartenenti alla società multietnica dovrebbero provare a conformarsi. Ciascuno rinuncerebbe ad una parte delle proprie norme esclusive, chiedendo a tutti gli altri consociati di fare altrettanto con le loro, in una prospettiva di reciproco arricchimento derivante dall’incontro tra culture diverse[25].

In conclusione, la paura nei confronti dei miti del passato incide largamente sul fenomeno dell’immigrazione. L’immagine di un popolo che prevarichi gli altri in nome di una ideologia religiosa o politica, spaventa il comune sentire al punto da provocare una sorta di irrigidimento nei confronti dello straniero.

L’attuale discorso sull’immigrazione, pertanto, evidenzia le tante difficoltà ad individuare soluzioni a problemi che, in passato, venivano affrontati con un atteggiamento di maggiore apertura.

 


[1]  P. Grossi, Prima lezione di diritto, Roma-Bari, Laterza, 2010, 44. L’aggettivo “novizio” è usato per indicare il lettore poco avvezzo alle cose giuridiche: «[…] l’autore del libriccino scrive per il candido novizio ancora immune da pre-giudizi [e] per i suoi colleghi giuristi, probabilmente per i più dotti che troppo spesso di pre-giudizi sono intrisi. Un torto del moderno scienziato del diritto è, infatti, di essersi troppo spesso dimenticato che l’applicazione è creazione giuridica non meno della promulgazione d’una legge».
[2] P. Grossi, Mitologie giuridiche della modernità, Milano, Giuffrè, 2001, 232: «Santi Romano […]sintetizza egregiamente il suo generale atteggiamento di insoddisfazione verso la modernità giuridica quando afferma con frase sobria ma efficace che si è voluto costruire un edificio semplice, il più semplice possibile ma non si trattava di semplicità bensì di semplicismo».
[3]  S. Romano, Lo stato moderno e la sua crisi, Giuffrè, Milano, 1969. Santi Romano, già nel 1909,  denunciando la crisi dello Stato moderno nella celebre prolusione pisana, evidenzia, a chiare lettere, la presenza di una sottile linea di confine tra diritto e fatti. Fatti che traggono efficacia vincolante dal loro stesso riproporsi
[4]  S. Romano, L’ordinamento giuridico, Macerata, Quodlibet, 2018.
[5]  F. Tessitore, Crisi e trasformazioni dello Stato. Ricerche sul pensiero giuspubblicistico italiano tra Otto e Novecento, Milano, Giuffrè, 1988, 227: «[…]in una prospettiva che assuma la legge “solo” come la fonte prevalente e preminente del diritto – è piú corretto inserire il pensiero istituzionalistico di Romano in una cornice “neo-statualista” che mira ad andare “ oltre lo Stato”, ma non contro lo Stato».
[6]  F. De Vanna, L’ordinamento giuridico di Santi Romano e il pluralismo oltre l’orizzonte dello Stato: alcuni percorsi interpretativi,  in Iura gentium, vol. XV, 2018, 55.
[7] D. Di Cesare, Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Torino, Bollati Boringhieri, 2017, 33: «Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati-nazione limitrofi che al contempo si fronteggiano e si fiancheggiano. Questo ordine statocentrico è assunto come norma. Tutto quel che accade viene considerato e giudicato entro i confini di una prospettiva statuale. Dall’interno dello Stato, e della sua stanzialità territoriale, viene vista anche la migrazione, ritenuta perciò un fenomeno contingente e marginale. Se lo Stato è il fulcro essenziale dell’assetto politico, la migrazione è l’accidente. L’ottica statocentrica è sempre anche normativa. Ai cittadini, appartenenti allo Stato, viene riconosciuta a priori la libertà di decidere, la prerogativa di accogliere o escludere lo straniero che bussa alla loro porta».
[8]  B. Nicolescu, Il manifesto della transdisciplinarità, Messina, Armando Siciliano, 2014, 149: « […]Quando il vaso di Pandora fu spalancato, i mali che ne uscirono minacciarono gli umani che popolavano la Terra. Al fondo del vaso erano nascosti il sogno e la speranza. È di questo sogno e di questa speranza che intende dare testimonianza la transdisciplinarità».
[9] F. Marzocca, Il manifesto della transdisciplinarità, in Acrònico, 4 dicembre 2014: «[…]Già nel 1994 Nicolescu, insieme al filosofo Edgar Morin e al pittore e scrittore Lima de Freitas, aveva redatto e pubblicato la Carta della Transdisciplinarità come esito del primo congresso internazionale della Transdisciplinarità (convento da Arrabida, Portogallo)». Articolo on line: https://www.acronico.it/2014/12/04/il-manifesto-della-transdisciplinarita-b-nicolescu/ (1/5/2019).
[10] F. Marzocca, Il nuovo approccio scientifico verso la transdisciplinarità, Roma, Mythos edizioni, 2014, 21-23 (21/05/2020).
[11] «Ervin László (Budapest, 12 giugno 1932) è un filosofo e pianista ungherese, considerato il fondatore della teoria dei sistemi. È stato candidato due volte (2004 e 2005) al premio Nobel per la pace, nel 2001 ha ricevuto il Goi Award e nel 2005 il Mandir of Peace Prize».  https://it.wikipedia.org/wiki/Ervin_L%C3%A1szl%C3%B3 (21/05/2020).
[12] E. Laszlo, La sfida di una evoluzione collettiva, editoriale in Pluriverso, n.5, 1996. Articolo consultabile on line: http://www.fiorigialli.it/dossier/view/9_un-altro-mondo-possibile/1876_la-sfida-di-unevoluzione-collettiva (21/05/2020).
[13] In biologia, l’espressione simbiosi mutualistica è utilizzata per riferirsi a individui di specie differenti che si associano allo scopo di trarne un vantaggio reciproco senza, però, che tale “accordo” comporti alcun obbligo  «potendo le due specie vivere anche indipendentemente l’una dall’altra». Fonte consultabile:http://www.treccani.it/enciclopedia/mutualismo/ (21/05/2020).
[14]  E. Laszlo, Obiettivi per l’umanità, Milano, Mondadori biblioteca della EST, 1978, 283.
[15] A. Papisca, Democrazia internazionale, via di pace. Per un nuovo ordine internazionale democratico, Milano, Franco Angeli, 1991 (III ed.),54: «[…]Si tratta di passare da una “coesistenza egocentrica” delle nazioni, incentrata su di un asfissiante e potente protagonismo degli Stati in concorrenza tra loro, ad una forma di “interesistenza panumana” fondata sulla mutua responsabilità e cooperazione garantita da strutture di governo sovranazionali».
[16]  H. Küng, Progetto per un’etica mondiale, Milano, Rizzoli, 1990, 83.
[17]  F. Polito, A. Cavallaro (a cura di) Identità delle comunità, Roma, Herder editore 1993,introd.: « […] La comunicazione rende possibile lo scambio delle varie individualità, le quali, alla fine, sommate insieme formano il comune. Questo fenomeno non distrugge l’individualità di colui che permette la comunicazione, anzi ha un potenziamento stesso del proprio essere, così come il neurone che non comunica con l’altra cellula nervosa, muore».
[18]  J. Peterson, Class Struggle and the American Revolution, In Defence of Marxism, 14 december 2011: «[…]In actual fact, the American Revolution was a far more dialectically complex, far-reaching, and fundamental social movement and transformation than most give it credit. It was not a mere colonial rebellion. It was a profound political and social revolution».
[19]  Ibidem.
[20]  R. Chiarelli, Legislazione e razzismo, in G. Bolaffi, S. Gindro (a cura di), Il Corpo straniero, Napoli, Alfredo Guida editore, 1996, 77.
[21]  « Dispersione nel mondo di un popolo costretto ad abbandonare la sede d’origine. In particolare, la dispersione degli ebrei nel mondo antico, quella avvenuta dopo le deportazioni in Assiria (721 a.C.) e a Babilonia (586 a.C.), ma soprattutto quella legata alla fine dell’indipendenza politica ebraica in Palestina, con la duplice distruzione di Gerusalemme da parte di Roma (70 e 135 d.C.). Dopo la d. provocata dai romani, il tema del ritorno in Palestina degli ebrei dispersi è divenuto uno dei più comuni della letteratura apocalittica e delle aspettative messianiche dell’ebraismo». Versione integrale del testo consultabile on line :http://www.treccani.it/enciclopedia/diaspora_%28Dizionario-di Storia%29/#:~:text=d%C3%AF%C3%A0spora%20s.%20f.%20%5Bdal%20gr.,.%2C%20la%20dispersione… (13/08/2020)
[22] S. Nirenstein, Haiti, la rivoluzione selvaggia, in La Repubblica, 30/07/1999: «[…]Situazione esplosiva se esposta agli echi e alle leggi libertarie della Rivoluzione francese: come quella del 15 maggio del 1791, appunto, con cui l’ Assemblea Nazionale di Parigi garantisce diritti politici ai mulatti nati da genitori liberi. La portata simbolica della delibera scuote coloni e schiavi: i primi temono che ci si avvii all’ abolizione della schiavitù, gli altri lo sperano e, visto che niente cambia, si ribellano, molti machete e pochi fucili in mano». https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/07/30/haiti-la-rivoluzione-selvaggia.html (16/08/2020).
[23]«Destinato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico». Testo integrale consultabile on line:  http://www.treccani.it/vocabolario/securitario_%28Neologismi%29/
[24] C. Giudici, C. Wihtol de Wenden, I nuovi movimenti migratori. Il diritto alla mobilità e le politiche di accoglienza, Milano, Franco Angeli, 2016, 13.
[25] L. M. Lombardi Satriani, Pluralismo degli ordinamenti giuridici e le «“nuove” credenze popolari» gramsciane, in International Gramsci Journal, 2(3), 2017, 342-350. Testo integrale consultabile on line :http://ro.uow.edu.au/gramsci/vol2/iss3/18 :«[…]Per coloro che, nonostante tutto riescono a raggiungere i paesi europei e a inserirsi, più o meno drammaticamente, in essi, si porrà comunque il problema della coesistenza-contrasto tra il proprio ordinamento giuridico, quello del Paese in cui tentano di inserirsi, e quelli di tutte le altre etnie con le quali comunque entrano in contatto. Incontro-contrasto che a volte può sfociare in eventi altamente drammatici. Riflettendo su questi ultimi aspetti ho avuto modo di elaborare la prospettiva critica del minimo comune etico».
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Enrico Pintaldi

Messinese d’origine e vimodronese d’adozione, lavora nella pubblica amministrazione da un quarto di secolo. Dal 2012 è funzionario responsabile dei tributi in un Comune della città metropolitana di Milano. Laureato in scienze della formazione continua, specializzato in comunicazione pubblica, è stato più volte richiamato alle armi, in qualità di ufficiale della riserva selezionata dell’Esercito. Giornalista professionista (iscritto all’ordine professionale dal 1996), ha frequentato due master universitari. Uno, di primo livello in diritto tributario e l’altro, di secondo livello, in scienze della pubblica amministrazione. Dottorando di ricerca in scienze giuridiche e politiche è autore di due saggi e di numerosi articoli, pubblicati su quotidiani e periodici.

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