La decrescita economica

La decrescita economica

Nelle moderne società occidentali, è pensiero comune quello di sostenere, a mio avviso superficialmente che, l’economia tutta, sia un oggetto duttile e malleabile all’infinito. Quando quest’ultima non risponde ai parametri di crescita stabiliti da un’azienda, o da un determinato Stato all’interno del Bilancio pluriennale, di primo acchito, si guarda subito ad una presunta responsabilità amministrativa.

Già dalla fine degli anni 90, si iniziarono ad elaborare diverse teorie che spostano il focus su altri aspetti, sottolineando come i problemi legati alla decrescita, non siano dovuti sempre alla cattiva gestione o agli investimenti sbagliati.

Una di queste Teorie è proprio quella della Decrescita Economica. Il termine “decrescita” viene usato per la prima volta dall’intellettuale francese Andrè Gorz nel 1972 ispirato da Nicholas Georgescu-Roegen, pioniere dell’ecologia e della bio-economia. Gorz poneva il dubbio se l’equilibrio della terra fosse compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalista. Secondo gli esponenti di questo movimento, le grandi disuguaglianze e i disastri socio ecologici presenti oggi, non sono effetti della crisi economica o della mancanza di crescita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, bensì sarebbero proprio la crescita e lo sviluppo stessi la causa di tali problemi.

Secondo tale teoria, se si dovessero rispettare le norme presenti nei Paesi più sviluppati ed, in generale, l’etica dei diritti dei lavoratori, i principi di uguaglianza e il rispetto dell’ambiente circostante, non sarebbe possibile assistere a tali miracoli economici che vediamo oggi.

In tal senso, dunque, secondo questa teoria, una crescita così tanto sviluppata nasconderebbe, quasi sicuramente, dei lati oscuri. Per raggiungere tali livelli di benessere in determinati Stati, essi, storicamente, sono dovuti scendere a compromessi e “prendendosi il lusso” di non tutelare i diritti di tutti i cittadini o, peggio, di sfruttare le risorse dei Paesi in via di sviluppo e quelle dei Paesi del terzo mondo.

Tutti gli esponenti di questa teoria sono concordi nell’affermare che, quasi tutte le società capitalistiche odierne, dovrebbero naturalmente essere a crescita zero, raggiunta una certa soglia di benessere e livello di crescita. Il concetto di decrescita infatti, non coincide con la visione di una crescita negativa dell’economia e quindi del prodotto nazionale pro capite, anche se questa sarà la conseguenza probabile delle attività sostenute a nome della decrescita. Anche le politiche di austerità o di riduzione della spesa hanno come obiettivo finale il ritorno alla crescita. L’assunto della decrescita è che le risorse naturali sono limitate e che vengono gestite in modo iniquo. la decrescita è un valido strumento per avviare una equa redistribuzione delle risorse del pianeta tra tutti i suoi abitanti, perseguendo il principio dell’eguaglianza tra i popoli[1].

Per continuare a crescere, invece, si fa leva sulla mercificazione sfrenata di prodotti, nello studio dei comportamenti di una determinata popolazione per vendere quel determinato prodotto, nel riempire il prodotto di zuccheri ed altri elementi che creano dipendenza per convincere, in maniera subdola, i consumatori, che trattasi di prodotti indispensabili.

Altro aspetto fondamentale, è che è ormai scientificamente dimostrato come, nelle società con crescita sproporzionata, i disturbi psicologici crescano molto più rapidamente che negli altri Paesi[2].

Inoltre, anche i fattori umani e spirituali vengono visti come merci di scambio, favorendo la diminuzione del benessere sociale.

La felicità non aumenta con la crescita.

Se tutti tendono a migliorare la propria posizione e nessuno la migliora, l’individuo si sente più insoddisfatto. Inoltre questi beni diventeranno sempre più costosi e questo aumenterà l’insoddisfazione sociale. Il grado di crescita attuale rende le condizioni dell’ecosistema insostenibili entro poco tempo.

Per i decrescitisti la decrescita è un progetto “desiderabile” attraverso l’autonomia dalle istituzioni e dalle infrastrutture, prendendo decisioni in modo collettivo e cooperativo. Progetti come l’alta tecnologia, sono mal visti dalla decrescita perché riducono l’autonomia, cosi come lo sfruttamento capitalistico delle risorse naturali e umane[3].

In definitiva possiamo affermare che uno Stato a crescita zero non è sempre sinonimo di una società con carenze o problematiche anzi, a volte è sinonimo di una crescita sana e graduale.

 

 

 

 


[1] Lezione n. 41 sulla decrescita Economica. Esame di Economia Politica II, Uniecampus, Master in “Insegnamento delle Materie Giuridico-Economiche: Metodologie didattiche”.
[2] Idem.
[3] Idem.

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