Le democrazie dopo la decolonizzazione: il caso del Mozambico

Le democrazie dopo la decolonizzazione: il caso del Mozambico

Sommario: 1. Introduzione – 2. Crescita come processo ma non come progresso – 3. Conclusioni: una cultura della cooperazione e non della democrazia potrebbe provocare crescita

 

1. Introduzione

Fino alla fine della Seconda guerra mondiale, i paesi europei colonizzarono gli stati meno sviluppati instaurando ed imponendo politiche proprie nei paesi conquistati. Dopo la guerra, si sentì l’esigenza di cambiare l’assetto sociopolitico delle colonie. Già la carta atlantica -1941-, come ricorda Gentili, “aveva dichiarato che ciascun popolo aveva diritto di scegliere il governo sotto il quale vivere” (Gentili, 2016, p. 317) I processi di decolonizzazione, comunque, avvennero con estrema velocità intorno agli anni ’50 del ’900. In questo periodo le colonie francesi ed inglesi lasciarono la Libia (1951), e, nel 1956, il Marocco, la Tunisia e il Sudan divennero indipendenti (Carbone, 2012, p. 43) Negli anni successivi, anche la maggior parte dei restanti stati africani si dichiararono indipendenti.

Negli anni Settanta, l’entusiasmo di stati indipendenti fomentò l’opinione pubblica dei singoli stati che guardava ottimisticamente questo processo: si può ricordare come alcuni stati cambiarono nome riprendendo nomi del “passato” per cancellare le “etichette” imposte dagli stati europei (ad esempio la Costa d’oro divenne Ghana), ma, contrariamente alle previsioni, gli stati non furono stabili ed economicamente indipendenti, ossia non si trasformarono in stati che autori come  North, Wallis e Weingast definiscono “d’ordine aperto”. Infatti, si pensa che non era sufficiente “acquisire il pieno controllo del governo perché le società africane potessero avviarsi su quei percorsi di sviluppo che l’oppressione straniera aveva loro precluso”. (Carbone, 2012, p. 52).

L’occupazione coloniale del Mozambico ha origini lontanissime: il primo insediamento da parte dei portoghesi ci fu nel 1498 ad opera di Vasco da Gama. Nel 1875, il Portogallo ottenne il riconoscimento di questo stato da parte gli altri paesi europei.

Queste radici lontanissime fecero ritardare il successo dell’indipendenza del Paese, che avvenne nel 1974. Dopo una lunga guerra anticoloniale condotta da “fronte di liberazione del Mozambico” (Frelimo) una strategia di “guerriglia popolare protratta” (Carbone, 2012, p. 56) durata all’incirca dieci anni, vide schierarsi a favore della decolonizzazione attori trans-nazionali come la Cina e l’Unione Sovietica.

Nel 1975, il Frelimo, dopo l’accordo di Lusaka del 1974, proclamava l’indipendenza dello stato e Samora Machel, leader del comitato centrale del fronte, diventò Presidente.

In questi anni maturava un’adesione collettiva ad un approccio marxista e nel 1977 il movimento concretizzò quest’idea adottando un programma di “socialismo scientifico”.

“La trasformazione profonda della società mozambicana” come scrive Carbone “aveva i suoi punti focali nelle nazionalizzazioni e nella mobilitazione sociale”.

Queste politiche suscitarono disordini sia a livello regionale che a livello interno che generarono una guerra civile che durò più di dieci anni.

Poiché questa politica portò ad “una deriva della realizzazione della promessa democratica insita nella concezione di sovranità popolare […] a detenere il potere è un partito-stato che blocca l’azione rivoluzionaria a favore di una politica dirigista[…] questo diventa evidente quando si sceglieranno politiche poco flessibili[…] sarà la caduta di legittimità del regime che renderà fragile in molte regioni la resistenza contro la dissidenza armata della RENAMO” (Gentili, 2016, p. 405)

La formazione di guerriglie e la politica centralista dello stato di stampo marxista-leninista si conclusero nel 1987, quando, a causa dei fallimenti economici interni che colpirono lo stato, il Frelimo, con a capo Joaquin Chissano, dovette firmare un programma di “Riabilitazione Economica” con il Fondo monetario Internazionale e “ciò avrebbe presto trovato un seguito nella liberalizzazione politica” (Carbone, 2012). Nel 1990 venne proclamata una nuova costituzione multipartitica ed il passo successivo avvenne nel 1992 quando venne siglato a Roma un accordo tra i ribelli (Renamo) e il capo dello stato.

Tuttavia, il passaggio al multipartitismo e la legittimazione delle opposizioni non hanno risolto il problema dell’ex partito unico che ha mantenuto un legame con gli apparati politico/statali.

Ancora oggi è evidente, a differenza dei rapporti positivi emanati da istituzioni come fondo monetario internazionale, banca mondiale e gli accordi di partenariato economico europeo (2016), che lo sviluppo di questo paese è lento e la stabilità, in verità, si rivela per diverse ragioni un mito. (Selemane, 2014)

2. Crescita come processo ma non come progresso

La questione mozambicana è abbastanza articolata: come si è visto nella sezione precedente, anche dopo l’introduzione di un sistema multipartitico e di una forma “democratica”, il paese non ha presentato elevati livelli di sviluppo.

Sebbene lo stato conti di un enorme quantità di materie prime (cereali etc.) risulta che il 64% della popolazione sia in condizioni di insicurezza alimentare a causa di un’economia, che potremmo chiamare estrattiva, che prevede al vertice politico un gruppo di persone relativamente piccolo che detengono, per i propri interessi, la maggior parte della produzione.

Per spiegare perché lo stato mozambicano non sia riuscito ad avere tratti delle moderne società avanzate, ossia perché non abbia presentato un elevato sviluppo economico-democratico, si devono analizzare e considerare i modelli di ordine sociale.

Douglass C. North, John Joseph Wallis e Barry R. Weingast affermano che “gli ordini sociali si caratterizzano per il modo in cui le società forgiano le istituzioni che sostengono le specifiche forme di organizzazione umana, per il modo in cui le società limitano o favoriscono quell’accesso a quelle organizzazioni, nonché per gli incentivi offerti dal modello di organizzazione. Queste caratteristiche degli ordini sociali sono anche connesse al modo in cui le società limitano la violenza”. (Douglass C. North, 2012, p. 28)

Partendo da questo, gli autori individuano tre tipologie di ordini sociali, ognuna delle quali ha modelli di comportamento differenti.

La prima tipologia è quella dello “stato di natura”, dopodiché si passa al c.d. “stato naturale o ad accesso limitato” per arrivare, infine, ad una società abbastanza avanzata che viene denominata “d’ordine aperto”.

Lo stato di natura è uno stato intrinsecamente violento: diversamente dalla visione di Hobbes, che non prevedeva la presenza di alcuna istituzione, per North, Wallis e Weingast gli stati possono crescere e possono farlo quando si creano organizzazioni capaci di gestire la violenza endemica. In questo quadro possiamo definire il passaggio da stato di natura a stato ad accesso limitato, caratterizzato dal fatto che il diritto di formare organizzazioni contrattuali sia esclusivamente un privilegio delle élite.

Secondo Douglass C. North (2012) le élite essendo consapevoli che la violenza porti ad un calo delle rendite troveranno più “utile” collaborare piuttosto che combattersi a vicenda.

Lo stato naturale è un ordine sociale di forma “chiusa”, dove non c’è un monopolio della legge in senso weberiano, ciò comportando che la violenza viene guidata e gestita dai singoli potentati (controllo del monopolio della violenza). Inoltre, questo non è un ordine sociale immutabile bensì può assumere tre forme diverse: può essere fragile, per cui riesce a malapena a sopravvivere in caso di conflitti interni, di minacce esterne e di shock subìti a causa del clima, delle popolazioni vicine, etc; è basico nel caso in cui le élite siano capaci di sostenere una struttura organizzativa statuale durevole e stabile, ma comunque esercitano un limitato controllo sulla violenza, e le istituzioni pubbliche presenti non permettono di presagire la sua possibile durata, per cui la capacità di assumere impegni credibili a lungo tempo è limitata; infine, lo stato naturale di tipo maturo è caratterizzato dall’esistenza di strutture istituzionali durevoli e dalla capacità di sostenere le organizzazioni delle élite esterne alla sfera statuale in senso stretto. (Douglass C. North, 2012, pp. 80-86)

Il passaggio tra una tipologia ad un’altra non è necessariamente cronologico: si può passare da uno stato naturale di tipo fragile ad uno di tipo basico quando i cittadini hanno maturato l’idea di lasciare un sistema instabile (basato, ad esempio, sulla pastorizia) per passare ad un sistema sedentario (basato, invece, sull’agricoltura), che, se da un lato è meno redditizio, dall’altro è più stabile. In questo passaggio, il compito di spartire le risorse spetta ad un leader che viene identificato sia come autorità politica sia come autorità religiosa: si può quindi notare ancora uno stretto legame con le élite, in quanto le persone più potenti trovano un accordo tra di loro per la spartizione delle rendite.

Il passaggio da uno stato naturale base ad uno stato naturale maturo avviene quando, invece, c’è maggiore stabilità nei rapporti tra le élite e quindi si crea maggior indipendenza da parte di quest’ultime.

Il caso mozambicano si può inserire in quest’ultima visione, in quanto, nel 1974, dopo la decolonizzazione, il potere si era consolidato su uno stato basato su un sistema monopartitico. Questo sistema non riuscì comunque a risolvere i conflitti interni poiché le élite che detenevano e detengono la maggior parte delle risorse escludono il resto della popolazione (come ad esempio nel settore agricolo).

Il passaggio da una società d’ordine naturale ad una d’ordine aperto, infine, avviene quando i cittadini non sono più strettamente legati alle élite.  Il distacco tra le elite e i cittadini provocherebbe l’instaurarsi dell’idea che le leggi debbano essere uguali per tutti e debbano essere rispettate in maniera imparziale poiché i cittadini stessi hanno il diritto di formare organizzazioni e maturare concetti  come inclusione e uguaglianza,: “la transizione avviene in due fasi: nella prima si ha la trasformazione delle relazioni da personali in impersonali[…]nella seconda si continua ad assistere alla trasformazione dei rapporti interni alle élite ed estendere i diritti a un segmento più ampio”. (Douglass C. North, 2012, pp. 221-222)

Dopo questa breve sintesi dei modelli di Douglas e gli altri autori, è possibile affermare che il Mozambico non abbia superato spontaneamente un ordine sociale di tipo naturale.

Ma perché ciò non è avvenuto?

Una risposta potrebbe essere la seguente: l’intervento di organi esterni come L’Unione Europea e il fondo monetario Internazionale sono stati interventi artificiali che hanno trattato lo stato africano come stato di ordine aperto: questo aiuto pur essendo visto come un modo per risolvere l’instabilità economica ed attenuare i conflitti interni non ha in concreto aiutato lo Stato de-colonizzato. Il programma di “riabilitazione economica” è stato pensato come uno dei migliori mezzi per democratizzare il paese, anche se non ha preso in considerazione l’ambiente interno e la conseguente violenza (Douglass, 2012) come un fattore di deficit non risolvibile esclusivamente con l’aumento del PIL.

Nel caso mozambicano si sono verificate delle turbolenze economiche, che rientrano in quelle democratizzazioni definite “endogene” queste, però, non sono state considerate nel programma di riabilitazione economica attuato dagli organi sovra-nazionali che si sono basati, invece, su ragioni esogene.

Lo sviluppo del settore primario ne è un esempio: In Mozambico l’agricoltura rappresenta una delle più importanti attività economiche, la quale, tuttavia non è ancora sufficiente per far diminuire il tasso di povertà, poiché appare controllata da politiche estrattive che non sono risolvibili attraverso l’aiuto di attori sovra-nazionali che applicano politiche di tipo esogeno, come l’introduzione di un sistema più democratico.

La tesi che si sosterrà nelle prossime righe, in realtà, spiega che le “democratizzazioni esogene” non hanno alcun effetto sulla crescita economica poiché, al contrario, questa è guidata da “democrazie endogene”. In altre parole, l’associazione positiva comune tra democrazia e crescita economica è guidata dall’erronea inclusione di transizioni democratiche esogene per stimare l’impatto del sistema politico sui risultati economici, che, a sua volta, dà la falsa impressione che la democrazia causi maggiore crescita. (Pozuelo, 2016)

Le politiche sovra-nazionali europee e del fondo monetario Internazionale sono in accordo con le teorie avanzate da Acemoglu e Johnson: Questi, basandosi su dati panel, sostengono che la democrazia abbia un considerevole effetto sulla crescita economica.

Le stime di Acemoglu e Johnson (2018) implicano che un paese che passi dalla non democrazia alla democrazia raggiunge circa il 20 per cento in più di PIL pro capite nei 25 anni successivi rispetto ad un paese che rimane nella non-democrazia, sostenendo che la democrazia causa una maggiore crescita economica e/o che la turbolenza economica causa l’emergere di un governo democratico.

La tesi opposta, invece, afferma che l’intervento di organi sovra-nazionali come, ad esempio,  il Fondo monetario internazionale, sono stati dei processi “esogeni” nei quali le politiche più inclusive sono state imposte “dall’alto” senza considerare e controllare le variabili interne, quali violenza, geografia, clima, cultura, religione etc          \

In altre parole, si pensa che le istituzioni più inclusive, se vengono imposte senza considerare la cooperazione, non determinano maggior democrazia.

Come è stato visto, le condizioni di insicurezza alimentare sono ancora elevate poiché, il tentativo di trapiantare la democrazia, da parte degli attori sovra-nazionali, non ha portato alla nascita di politiche inclusive, come ad esempio all’interno del settore primario.

Boranbay e Guerriero (2019) dimostrano che i processi di democratizzazione non sono esclusivamente imposti dall’alto, in quanto, contrariamente a quanto affermato da Acemouglu e Johnson, nel caso in cui i cittadini e le élite mostrino interesse nel cooperare, questi processi possono nascere “dal basso” in maniera non violenta.

La democrazia, in altre parole, appare essere un modo per rendere appetibile un contratto tra élite e cittadini. si arriverà ad un momento in cui un’attività economica apparirà vantaggiosa per entrambe le parti, momento in cui i cittadini saranno convinti che l’élite, una volta formatasi, non li deruberà ma che, al contrario, concederà loro diritti politici.

Boranbay e Guerriero utilizzano la “teoria dei giochi” per definire i rapporti che intercorrono tra l’élite e i cittadini, spiegando che tra questi si instaura una specie di “contratto” capace di far convergere gli interessi e ridurre i costi dove la cooperazione è più vantaggiosa per le due parti. Se due agenti dello stesso gruppo si incontrano avranno gli stessi input e condivideranno il rischio di consumo, se, invece, uno dei due agenti, pur avendo deciso di condividere il rischio, non rispetta il patto di cooperazione, si crea una situazione di non cooperazione che si sostanzia nel c.d. dilemma del prigioniero.

Comunque, con lo sviluppo della “cultura di cooperazione” si può modificare l’equilibrio del gioco passando da un sistema di Cooperazione/non-Cooperazione ad uno di Cooperazione/Cooperazione: la cultura di cooperazione è, in altre parole, un fattore “endogeno” che quindi può incentivare il funzionamento dei mercati.  (Boranbay & Guerriero, 2019, p. 18) Da qui, la conferma che se nel piano per il Mozambico si fosse preso in considerazione un fattore endogeno, quale ad esempio la cultura di cooperazione, avremmo avuto una crescita maggiore dal punto di vista economico.

3. Conclusioni: una cultura della cooperazione e non della democrazia potrebbe provocare crescita

Come si è visto precedentemente, il Mozambico è uno stato che non ha superato spontaneamente le diverse fasi dello stato naturale proposte dalle teorie di Douglass C. North e altri, poiché l’intervento di agenti sovra-nazionali è stato arbitrario e, anche se ha avuto un impatto sulla crescita del PIL, non ha causato un significativo miglioramento delle istituzioni.

Come scrive Carbone, “la recente vicenda mozambicana esemplifica tanto lo straordinario potenziale di una transizione democratica quanto i complessi limiti e gli ostacoli a una sua piena realizzazione” (Carbone, 2012). Queste riforme economiche e istituzionali non possono avere successo in un fragile stato naturale che manca sia di impersonalità che di perpetuità (Douglass C. North, 2012)  e il legame tra economia e politica è visto come forma di corruzione piuttosto che parte intrinseca dell’ordine sociale.

Il Mozambico non è, per utilizzare un termine brutale, uno stato “malato”. Il problema sorge dai tentativi di trapiantare le riforme di mercato, la democrazia e lo stato di diritto in una realtà ascrivibile come stato ad accesso limitato, rischiando così di annullare il controllo della violenza attraverso le offerte economiche che costituisce, invece, il collante che sorregge lo stato naturale. Lo stato appare così frammentato e le condizioni che determinano la sua sopravvivenza sono dettate da politiche estranee ad esso: “lo stato resta indispensabile per accedere alla rendita che avviene in maggior parte dall’aiuto internazionale […] in questo contesto le regioni meno competitive, sono sempre succubi di decisioni che in nessun modo controllano.” (Gentili, 2016, p. 416)

In conclusione, si potrebbe dire che uno stato di ordine ad accesso limitato come il Mozambico deve in primo luogo risolvere i problemi endogeni, attraversando le fasi proposte da Douglas e i suoi colleghi, ma, perché ciò sia possibile, è necessario che le èlite formino alleanze capaci di controllare la violenza senza ricorrere ad aiuti esterni. Il secondo punto, che è necessariamente legato al primo, è in linea con l’analisi di Guerriero: l’aumento di cultura è un mezzo che può far incrementare gli scambi che avvengono tra i cittadini e tra le èlite favorendo così un processo democratico ed il passaggio ad uno stato di ordine aperto (Guerriero, 2018) Pertanto, gli aiuti internazionali non devono concentrarsi tanto sull’impiantare istituzioni estranee con un sistema che potremmo definire di top-down, piuttosto devono favorire e guidare i processi interni utilizzando una politica bottom-up, condizione possibile esclusivamente se non entrano in gioco interessi sovra-nazionali.


Bibliografia
Boranbay, S. & Guerriero, C., 2019. Endogenous (In)Formal Institutions. [Online] Available at: https://sites.google.com/site/carmineguerrieroshomepage/home/research-1
Carbone, G., 2012. L’Africa. s.l.:Mulino.
Douglass C. North, J. J. W. B. R. W., 2012. violenza e ordini sociali. Un interpretazione della storia. s.l.:Mulino.
Gentili, A. M., 2016. Il leone e il cacciatore. s.l.:Carocci editore.
Guerriero, C., 2018. Endogenous Institutions and Economic Outcomes. [Online] Available at: https://sites.google.com/site/carmineguerrieroshomepage/home/research-1
Pozuelo, S. e. V., 2016. [Online] Available at: https://voxeu.org/article/democracy-does-not-cause-growth
Selemane, T., 2014.
http://www.infomercatiesteri.it/public/images/paesi/21/files/dossier%20Mozambico.pdf. [Online] Available at: http://www.infomercatiesteri.it/public/images/paesi/21/files/dossier%20Mozambico.pdf

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Adriano Giuliani

Nato a L’Aquila nel 1995, si è diplomato in violino al Conservatorio di Campobasso. Laureato triennale in filosofia all’Università dell’Aquila consegue la laurea magistrale in scienze politiche presso l'università di Bologna discutendo una tesi sulle visioni alternative del concetto di Rappresentanza, si interessa di teoria e filosofia politica, sotto l’influenza del pensiero di John Stuart Mill

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