Mutilazioni genitali femminili in Sudan: svolta storica

Mutilazioni genitali femminili in Sudan: svolta storica

Dopo il governo trentennale di Omar al-Bashir, Abdalla Hamdok, premier sudanese da fine agosto 2019 in seguito ad un accordo tra militari e civili, ha mantenuto fede a quanto dichiarato all’indomani dell’insediamento del suo Governo: “Il nuovo governo inizierà il suo lavoro immediatamente in maniera armoniosa e collettiva. Iniziamo una nuova fase della nostra storia. Cercheremo di stabilire un programma nazionale e la ristrutturazione dello Stato sudanese”[1]. 

Queste parole, pronunciate durante la conferenza stampa a Khartoum, si sono rivelate veritiere: da qualche giorno il Sudan ha stabilito, infatti, che praticare le mutilazioni genitali femminili è reato; una svolta epocale per i diritti delle donne in Sudan. 

Adesso in Sudan, chiunque pratichi mutilazioni genitali all’interno di un istituto medico o altrove, rischia tre anni di reclusione e una multa.

Cosa sono le MGF e dove vengono praticate

Ricordiamo che la mutilazione genitale femminile “comprende tutte le procedure che includono la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”[2].

I tipi di mutilazione genitale femminile (MGF) si distinguono in: clitoridectomia che è la forma più lieve di MGF e comporta la sola asportazione del prepuzio clitorideo, chiamata “sunna” dalla tradizione islamica. L’escissione prevede invece l’asportazione del prepuzio clitorideo e di parte o della totalità delle piccole labbra, mentre la circoncisione faraonica o sudanese comporta l’escissione integrale del clitoride e delle piccole labbra oltre all’asportazione parziale o totale delle grandi labbra. 

Si parla di infibulazione quando l’apertura vaginale viene cucita e ridotta ad un piccolo foro per consentire la fuoriuscita di urina e sangue mestruale. [3] Generalmente la MGF viene praticata da individui con conoscenze scarse e assai limitate di anatomia e chirurgia, come persone anziane del villaggio chiamate “gedda” in Somalia o “daya” in Sudan, ma anche dalla nonna o dalla madre della bambina stessa. In alcuni casi l’operazione viene eseguita da un medico in una clinica privata. 

Gli strumenti utilizzati per questa pratica sono differenti, a seconda del grado di cultura di chi la pratica, delle possibilità economiche e includono bisturi, rasoi, coltelli, schegge di vetro, pietre appuntite, schegge di legno o di carbone ardenti; in genere il tutto avviene senza uso di anestetici. Ovviamente sono gravissime e, in alcuni casi, letali le conseguenze dovute a queste pratiche: emorragia, prolungato sanguinamento causa di choc e morte, infezione locale e sistemica, formazione di ascessi e di ulcere, setticemia, anemia, tetano e molti altri devastanti effetti. 

In alcune tribù africane, le ragazze sono allontanate per alcune settimane prima o dopo l’operazione e al loro ritorno vengono considerate “pure” e adatte al matrimonio. Per alcune donne africane le cicatrici genitali, sono finalizzate a distinguerle per etnia da altri gruppi e attribuiscono loro uno “status” elevato, mentre le donne che si sottraggono alle MGF sono considerate “impure” e di cattiva famiglia. Nella maggior parte dei casi, la MGF ha lo scopo evidente di impedire il piacere sessuale femminile, ma presso altre popolazioni avrebbe motivazioni diverse. Clitoride e prepuzio, infatti, secondo le credenze di alcuni popoli, costituirebbero i residui della iniziale androginia dell’essere umano e le operazioni di mutilazione sarebbero proprio funzionali alla loro eliminazione, producendo così due esseri distinti e opposti. 

Nel mondo oggi vivono circa 200 milioni di ragazze e donne che sono state vittime di MGF. Un atto insano e brutale con conseguenze fisiche, psicologiche e sociali indelebili. [4]

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in  29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati come Somalia, Eritrea, Gibuti, ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza – fino ad arrivare a quote dell’1-4% in paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.

Si registrano casi di MGF anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto tra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale. [5]

Le radici di questa pratica risalgono ad epoche lontanissime; lo storico greco Erodoto (V sec. a.C.) narra che la MGF era praticata da Fenici, Ittiti, Egizi, Etiopi.

Ad Atene e a Roma era frequente la pratica dell’infibulazione per evitare l’adulterio durante il periodo di assenza dei soldati impegnati nelle campagne militari dell’Impero: attraverso una spilla, la “fibula”, veniva chiusa l’apertura vaginale alle mogli dei soldati.

Cosa prevede la normativa italiana

L’articolo 5 del Codice civile prevede che:Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”.  [6]

La Costituzione, all’art. 32, prevede che:Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun modo violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. 

Nel 2006 l’Italia ha adottato una legge specifica contro le MGF, la legge 9 gennaio 2006 n. 7 [7]; questa normativa prevede che: tutti coloro che provocano volontariamente o spingono qualcun altro a fare una MGF rischiano il carcere da 4 a 12 anni, la pena è applicata a tutti i tipi di MGF, se si danneggiano le funzioni sessuali, provocando un danno al corpo o alla mente, la pena sarà tra 3 e 7 anni. 

La disciplina sancisce, inoltre, che se la mutilazione è compiuta nei confronti di una minorenne, o è praticata a fini di lucro, quindi per trarre un guadagno dalla pratica, le pene sopra menzionate aumentano di un terzo. Tale normativa si applica anche se il fatto è commesso fuori dall’Italia da un cittadino Italiano o uno straniero che ha la residenza in Italia oppure viene commesso all’estero contro una cittadina Italiana o una straniera residente in Italia.

I medici che praticano una MGF rischiano la sospensione dall’esercizio della professione da 3 a 10 anni.

Convenzioni, Dichiarazioni e Risoluzioni in materia

La Carta Africana dei Diritti dell’Uomo del 1986, all’articolo 18 comma 3 sancisce che gli Stati devono provvedere all’eliminazione di qualsiasi discriminazione contro la donna e di assicurare la protezione dei diritti della donna e del bambino. [8]

Nel 2003 è stato adottato da 53 stati africani  il “Protocollo per i Diritti delle Donne in Africa” [9]  ; ad oggi firmato da 42 paesi dell’Unione Africana e ratificato da 20, condanna le pratiche volte a ledere l’integrità fisica e psichica delle donne, come le MGF. 

Oltre ai devastanti e permanenti effetti sulla salute psichica e fisica dovuti a questa brutale pratica, sono coinvolti e violati molteplici diritti umani: in primis, il diritto alla vita e alla sopravvivenza, non è raro infatti che una donna muoia a seguito di questa operazione [10]; è violato anche il diritto all’integrità di donne e bambine [11], nonché il diritto alla libertà ed alla sicurezza della propria persona [12].

Non va dimenticato un altro fondamentale dato: una tra le maggiori cause di abbandono scolastico nei Paesi in cui si praticano le MGF sono proprio gli strazianti esiti dell’intervento. Inoltre, dopo aver praticato le mutilazioni, le donne vengono considerate pronte ormai per il matrimonio e dunque l’istruzione non viene portata avanti. 

Il Consiglio d’Europa ha ricompreso le MGF nei trattamenti inumani e degradanti condannati dall’articolo 3 della CEDU [13]. Ha poi sancito il loro divieto in maniera chiara e precisa anche in ipotesi di operazione praticata da personale professionalmente competente, superando qualsivoglia tentativo di giustificare medicalmente le MGF (un fenomeno  accaduto negli ultimi anni).

L’intervento dell’ONU sulle MGF

L’Assemblea Generale, con una risoluzione del 2007 [14], ha dichiarato l’impossibilità di giustificare forme di violenza attraverso tradizioni, credenze religiose, rituali e costumi. Nel 2008, di concerto tra varie agenzie ONU (OHCHR, UNAIDS, UNDP, UNECA, UNESCO, UNFPA, UNHCR, UNICEF, UNIFEM e WHO), è stata adottata una dichiarazione che analizza la cause della pratica e i motivi e per considerarla una violazione dei diritti umani. Il Relatore Speciale sulla Violenza contro le Donne, nel 2009, dichiarò che le pratiche culturali tradizionali che causano dolore, sofferenza e violazione dell’integrità di un individuo, sono da considerarsi, in base al diritto consuetudinario, veri e propri “atti di tortura”. 

Una tappa centrale in materia è stata l’adozione della Risoluzione 67/146 del 20 dicembre 2012 [15], rivolta in maniera espressa alle mutilazioni genitali femminili, con la quale si condannano le MGF e tutte le pratiche tradizionali dannose e si invitano gli Stati membri delle Nazioni Unite a sostenere l’abolizione delle stesse.

Osservazioni sul testo di legge approvato in Sudan

La nuova legge approvata in Sudan, punisce tanto la pratica clandestina quanto l’appoggio a strutture mediche; molti osservatori però, avanzano dubbi sulla reale efficacia della legge.

Anche se il provvedimento adottato in Sudan considera reato tale pratica, a parere delle associazioni di difesa dei diritti delle donne, non occorre dimenticare che in alcune comunità, le MGF rappresentano una fase necessaria per le ragazze al fine di contrarre matrimonio e quindi inevitabilmente questa nuova disciplina andrà a scontrarsi con le varie realtà legate a questa millenaria usanza. 

In Sudan le questioni femminili sono diventate argomento di discussione solo nell’ultimo anno, dopo il ruolo fondamentale che donne e ragazze hanno avuto nelle proteste contro la dittatura di Omar Hassan al-Bashir nell’aprile del 2019. 

Nell’attuale Governo sudanese, i dicasteri di affari esteri, gioventù e sport, istruzione superiore, lavoro e sviluppo sociale sono affidati a donne. Nell’agosto 2019 in Sudan era stata approvata la Dichiarazione costituzionale sui diritti e le libertà; la nuova disciplina sul divieto delle MGF sarà inserita in un nuovo articolo del Codice penale. Inoltre, è stata abrogata anche la precedente legge sull’ordine pubblico, basata su un’interpretazione rigida e rigorosa della Sharia che limitava in maniera estremamente vigorosa la libertà delle donne di vestirsi, di muoversi ed era incredibilmente restrittiva anche con riferimento al diritto di istruzione delle stesse, nonché ai diritti di associarsi e di lavorare. 

Ad esempio, era fatto divieto alle donne di indossare pantaloni o di partecipare a feste private, di lasciare i capelli scoperti in pubblico, di incontrare uomini che non fossero mariti o parenti stretti. Il movimento di protesta guidato dalle donne sudanesi contro l’ex dittatura aveva richiesto infatti, in primo luogo, l’abolizione di queste norme al nuovo Primo Ministro Hamdok.

A distanza di nemmeno un anno dalla caduta della dittatura di Omar al-Bashir, accusato oggi di genocidio e crimini contro l’umanità, il Sudan ha iniziato la sua lenta e laboriosa ricostruzione, partendo proprio dai diritti e dalle libertà delle donne per troppo tempo violati, umiliati e non osservati col giusto e dovuto rispetto.

 


[1] Discorso del Premier sudanese durante la conferenza stampa a Khartoum
[2] Definizione delle MGF secondo WHO, UNICEF, UNFPA
[3] I Tipi di MGF (OMS,1995)
[4]  Stima Unicef 2020
[5] Dati Unicef
[6] Art. 5 Codice civile italiano
[7] Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile
[8] La Carta Africana dei Diritti dell’Uomo del 1986, adottata dall’Organizzazione dell’Unità africana (OAU), l’odierna Unione Africana (AU)
[9] c.d. Protocollo di Maputo
[10] art. 6, Patto sui Diritti Civili e Politici 
[11] Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989
[12] art. 3, Dichiarazione Universale sui Diritti Umani
[13] Risoluzione 1247 del 2001
[14] Intensification of efforts to eliminate all forms of violence against women
[15] Intensifying global efforts for the elimination of female genital mutilation
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