Professionisti: accertamento fiscale nullo se fondato su movimenti bancari sospetti

Professionisti: accertamento fiscale nullo se fondato su movimenti bancari sospetti

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, 21 giugno 2016, n. 12779

Nel caso di specie il contribuente aveva proposto ricorso avverso l’avviso di accertamento con cui l’Ufficio delle Entrate aveva recuperato a tassazione redditi di lavoro autonomo attraverso accertamenti bancari e ricostruiti mediante il metodo induttivo ex art. 39 d.P.R. n. 600/1973.

La CTP non accoglieva il ricorso del contribuente mentre la CTR in parziale accoglimento riteneva che spettasse al contribuente esibire i giustificativi dei movimenti bancari e posti alla base dell’accertamento induttivo.

Il contribuente proponeva ricorso in Cassazione eccependo che i movimenti erano diretta conseguenza della vendita di un immobile di famiglia.

La Suprema Corte ha ritenuto che l’operatività della presunzione di cui all’art. 32, d.P.R. n. 600/1973 – secondo cui sia i prelevamenti e i versamenti operati sui conti correnti bancari, non annotati contabilmente, vanno imputati ai ricavi o compensi conseguiti dal contribuente che non ne dimostri l’inclusione nella base imponibile oppure l’estraneità alla produzione del reddito -, vale solo per gli imprenditori e non anche per i lavoratori autonomi o professionalmente intellettuali.

Su tale base i giudici di legittimità hanno accolto le ragioni del professionista fondate sulla vendita di una unità immobiliare e in virtù del principio di diritto secondo cui l’ufficio finanziario non poteva adottare, a supporto della ripresa a tassazione, i soli movimenti bancari, dovendoli verificare in base ad ulteriori elementi di prova da richiedere al contribuente stesso.

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Osservatorio giurisprudenziale

Altra e precedente giurisprudenza ha, invece, ritenuto comunque che è possibile e legittimo l’accertamento induttivo effettuato dall’ufficio finanziario basato sull’esame dei conti correnti bancari del contribuente che investe in titoli se il normale rendimento del mercato finanziario non si accosti al flusso di denaro depositato nel conto (Cass n. 9535/2011; 20268/2008).

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Si rileva anche che, in materia di IVA, se gli assegni emessi dall’imprenditore non trovano rispondenza nella contabilità, l’ufficio può legittimamente accertare il maggior reddito imponibile partendo dalla presunzione prevista dalla legge (art. 51, comma 2, d.P.R. n. 633/1972), in base alla quale tutti i prelevamenti non giustificati risultanti dai conti correnti aziendali sono serviti per acquistare merci relative alla produzione e al commercio della società (Cass n. 19555/2014).


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