Il suicidio assistito in Svizzera, euthanasia e influenza in Italia

Il suicidio assistito in Svizzera, euthanasia e influenza in Italia

Le statistiche sono sconcertanti. Il 2018 ha visto un incremento del numero delle morti assistite in Svizzera, dove le leggi permettono il suicidio assistito dal 1940. Fin da ora si chiarisce che chi scrive ripudia fortemente tale pratica.

Invero, in Svizzera, in presenza di una malattia incurabile o terminale, comprese quelle psichiatriche, è ritenuto legittimo l’intervento delle associazioni volte ad “assistere” le persone che, in grave stato di salute e di sofferenza, esprimono la volontà non condizionata di terminare la vita. Questo in presenza di un certificato che attesta la malattia inguaribile (l’augurio è di non avere tra le mani un certificato sbagliato o reso troppo superficialmente!).

La principale associazione, Exit, con sede in Svizzera vanta nel 2018 un incremento delle morti assistite al di sopra di 1200 persone e, altresì, l’incremento dei propri membri. Numeri francamente troppo alti.

Viene normale domandarsi se esista una reale vigilanza su tale fenomeno. Perché le leggi non permettono errori, ma permettono la “volontaria” scelta di terminare la propria esistenza? Queste sono le regole di una moderna società che si presenta con nuove esigenze e nuovi elitari equilibri, considerate le somme abbastanza elevate per accedere a questo trattamento terminale.

La gente che lotta per la vita come si dovrebbe sentire di fronte a tutto ciò? Le istituzioni religiose che hanno come principio fondamentale la sacralità della vita come si atteggiano di fronte a queste imponenti influenze?

Viene immediato il ricorso alle autorità religiose in quanto più vicine e maggiormente concentrate sulla tutela della vita. Eppure ormai i concetti di eutanasia e morte assistita stanno diventando popolari.

E’ divenuto, ormai, quasi un motivo di scherno ripudiare tali “evoluzioni filosofiche” sul diritto alla vita: l’eutanasia attiva è la somministrazione endovenosa da parte del medico del farmaco letale, quella passiva invece riguarda la sospensione delle cure o lo spegnimento che tengono in vita il paziente.

Viene definita volontaria se il paziente è in grado di decidere e di richiederla; involontaria quando il paziente è in grado di decidere, ma il suo consenso non viene richiesto; non volontaria quando non è più in grado di decidere.

Il suicidio assistito, invece, sempre più spesso ammesso dagli Stati, è la procedura in base alla quale il medico fornisce alla persona il farmaco che provoca la morte in modo da poterla somministrare personalmente. Quindi per morte assistita si definiscono i concetti di suicidio assistito e eutanasia attiva.

Ma non finisce qua perché oltre l’eutanasia vi è la differenza con la sedazione profonda, attenzione, dove il malato viene portato dal medico in uno stato di incoscienza indotto da farmaci prima che le cure vengano eventualmente sospese; un’altra possibilità è che il medico somministri delle cure che riducono sì le sofferenze, ma accettando  il rischio che una eventuale morte venga accelerata.

Le “filosofie” sul diritto alla vita stanno diventando correnti, veri diritti, e addirittura, qualcosa di più vincolante.

La vita non si razionalizza, si comprende, si supporta appunto con dignità. Stiamo razionalizzando i sentimenti con leggi, stiamo proibendo il sentimento dell’amore con altre giustificazioni ispirati ai concetti del potere e del materialismo dimenticando la spontaneità o appunto censurandola se non definendola malattia [1].

Stiamo vivendo quasi un rovescio di quello che i valori essenziali della vita sono e siamo costretti a sopportare in silenzio. Cosa è la vita se non un infinito desiderio di amore verso tutto quello che ci circonda? Ma come se non bastasse la legalizzazione del suicidio assistito in tanti paesi europei, lo stato Svizzero accoglie anche tutti gli stranieri provenienti da qualsiasi altro Stato. Infatti se l’associazione Exit Svizzera opera nell’accompagnamento al suicidio, la versione Italiana con sede a Torino si occupa di promuovere questo diritto.

Non sporchiamoci le mani di sangue innocente perché anche i guanti non ci salveranno.


[1] Nella scienza psichiatrica di orientamento specialmente tradizionale vi  e’ una elencazione molto articolata di tutti i comportamenti umani con un apposito manuale con validità internazionale.
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Mi sono laureata nel 2007 in Giurisprudenza presso l'Università degli studi di Pavia in Diritto Internazionale. Nel 2009 ho ottenuto dall'Ordine degli Avvocati di Milano il Certificato di Pratica Forense per l'abilitazione alla professione di Avvocato. Ho studiato diritto comparato a Strasburgo e ho potuto approfondire le mie conoscenze giuridiche con corsi di specializzazione in materie quali "Le regole di genere" presso l'Università di Bergamo, "Contracts:From trust to promise" presso l'Università di Harvard e "International Human Rights" presso Louvain University etc. Negli anni successivi alla laurea ho collaborato con diversi studi legali con attività di redazione di atti giudiziari e stragiudiziali nei rami principali del diritto, ricerca giurisprudenziale e dottrinale, traduzioni etc. Dal 2010 svolgo l'attività di libero professionista nell'ambito della consulenza legale. Nel 2017 ho completato presso la University of London il corso telematico in Global Diplomacy-Diplomacy in the Modern World. Ultimamente ho potuto svolgere anche studi in religione presso la Divinity School di Harvard. I miei recenti studi invece riguardano l'atteggiamento umano difronte ai disturbi psichici nel corso completato presso un'associazione che si occupa di volontariato in questo campo.

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