Sindrome di Stoccolma: analisi criminologica ed il suo rapporto con il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612 c.p.

Sindrome di Stoccolma: analisi criminologica ed il suo rapporto con il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612 c.p.

1) Genesi del termine ed analisi criminologica:

Il termine “Sindrome di Stoccolma” è stato  coniato da Nils Bejerot, criminologo e psicologo, ed in contemporanea da Conrad Hassel, agente FBI, in seguito ad un episodio criminoso accaduto tra il 25 ed il 28 agosto del 1973 in Svezia, in cui due rapinatori tennero in ostaggio per 131 ore quattro impiegati (tre donne ed un uomo) nella camera di sicurezza della Sveriges Kreditbank di Stoccolma. Nonostante l’effettivo pericolo di vita determinato dalla loro condizione di ostaggi, le vittime temevano più la polizia dei rapitori, tanto che una di queste sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei suoi carcerieri  durato anche dopo il sequestro ed il rilascio, legame di una intensità tale che la donna chiese clemenza per i sequestratori, arrivando a testimoniare in loro favore al processo.

Avendo trovato situazioni simili un notevole riscontro in numerosi altri episodi, tale fenomeno  ha assunto i connotati di una situazione tipicizzata in psicopatologia. Essenzialmente  consiste nell’instaurarsi di uno strano rapporto affettivo tra le vittime di  sequestro di persona ed i loro rapitori, come risposta emotiva automatica e spesso del tutto inconscia al trauma dell’essere ostaggio e coinvolge nel suo sviluppo sia sequestrati che sequestratori, constando generalmente di tre fasi: 1) sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori, 2) sentimenti negativi degli ostaggi contro la polizia o altre autorità, 3) reciprocità di sentimenti positivi da parte dei sequestratori verso i sequestrati.

A facilitare l’insorgere della sindrome  rivestirebbero un ruolo pregnante alcuni fattori e nello specifico : la durata e l’ intensità dell’esperienza che si subisce; la condizione di dipendenza dell’ostaggio dal rapitore per la sua sopravvivenza; la distanza psicologica dell’ostaggio dalle autorità (questi infatti, sente di vivere un dramma non percepito all’esterno. Il rapporto  non si forma subito, ma  già dopo qualche giorno e ciò trae origine dal fatto che  nei primi momenti dopo il sequestro, la vittima sperimenti un totale stato di confusione, riscontrabile anche risposte tipiche al trauma come diniego, illusione di ottenere la liberazione, attività frenetica ed esame di coscienza ma, una volta superato superato il trauma, torna consapevole della situazione  che vive e deve trovare un modo per sopportarla concretamente. Questa particolare condizione di disagio psichico, unitamente all’aumentare del tempo trascorso insieme tra la vittima ed il rapitore ed all’isolamento, finisce con l’agevolare la nascita di una sorta di alleanza tra i due soggetti.

L’assenza di forti esperienze fisiche negative quali violenze o abusi, facilitano la genesi della sindrome, mentre  abusi connotati da minore intensità come deprivazioni ed umiliazioni, tendono invece ad essere razionalizzati dalle vittime come dimostrazione di una forza del sequestratore necessaria al controllo della situazione o addirittura giustificata da un proprio comportamento scorretto verso il sequestratore. Spesso poi, il legame tra i due soggetti si consolida sulla base di un comune risentimento verso la polizia, percepita dall’ostaggio come una minaccia al suo già precario stato di sopravvivenza, a causa delle pressioni continue sul rapitore per la sua resa che pongono costui in uno stato di tensione e della paura oggettiva di una incursione percepita ansiosamente dall’ostaggio.

Un elemento di non trascurabile importanza infine, è  rappresentato dal fatto che nell’alterazione della realtà percepita dall’ostaggio, le forze dell’ordine vengano considerate come meno potenti del rapitore stesso poichè hanno fallito il loro ruolo protettivo e di presidiatori dell’ordine pubblico ,dal momento che il sequestro è avvenuto.

Non si conosce con precisione clinica la possibile durata della sindrome di Stoccolma, ma sulla base di effettuati studi clinici e psicocriminologici, pare possa sussistere per diversi anni, essendo possibile riscontrarne gli effetti  anche dopo molto tempo in disagi quali disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback e depressione persistente o transitoria.

Alcuni autori ritengono indicano come possibile causa scatenante, il fatto che il legame nasca da uno stato di dipendenza primaria e concreta in cui al rapitore viene riconosciuto il ruolo di controllore assoluto di cibo, acqua, aria e sopravvivenza, elementi che, quando concessi, porterebbero a un sentimento di gratitudine e riconoscenza da parte dell’ostaggio nei confronti del suo carceriere.

Altri autori, effettuando un’analisi di tipo più psicoanalitico del fenomeno, affermano che l’Io, nel tentare di trovare equilibrio tra le richieste istintive dell’Es ed una realtà angosciante, non riesce ad elaborare altro all’infuori di meccanismi difensivi primari, fondati sulla sopravvivenza, dove per  Io occorre intendere  il “fattore di personalità”   che mantiene i rapporti con il mondo esterno nel suo stesso interesse, in un’ottica cioè  di  esigenza di benessere ed equilibrio a lungo termine e per Es occorre intendere l’insieme delle pulsioni libidiche inconsce , espressione della spinta emotiva e istintiva dell’uomo che non tiene conto della realtà e della moralità e racchiude la spinta verso la conservazione, o la distruzione.

I due meccanismi di difesa ai quali viene più spesso fatto riferimento sono la regressione e l’identificazione con l’aggressore. Per quanto riguarda la regressione, la priorità della conservazione mette in atto funzioni istintive, di carattere infantile, così il sentimento reattivo della vittima si concretizza in un atteggiamento teso a provocare protezione e cura; l’ostaggio è simile al neonato: deve piangere affinché gli venga dato da mangiare, non può parlare, è costretto all’immobilità, è in uno stato di totale dipendenza da un adulto onnipotente ed ha paura di un mondo esterno vissuto come minaccioso. L’identificazione con l’aggressore, invece, fa si che il dato di realtà relativo alla natura ostile del persecutore venga distorto.

2) Il delitto di cui all’art 612 c.p.: la disciplina introdotta dal d.l. 11/2009 e le modifiche del legislatore del 2013;

L’art 612 c.p., introdotto nel nostro ordinamento ad opera del decreto legge, convertito con modificazioni nella legge 23 aprile 2009 n. 38 recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” (c.d. stalking), e modificato ad opera della legge 9 agosto 2013 n. 94 e del decreto legge 14 agosto 2013 n. 93 (conv. in legge 15 ottobre 2013 n. 119), prevede il delitto di atti persecutoripunendo con la reclusione da sei mesi a cinque anni, salvo che il fatto non costituisca reato più grave, chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Il termine “stalking”, deriva dall’inglese to stalk (braccare, pedinare) e indica la condotta di soggetti che pongono in essere un comportamento persecutorio nei confronti di una persona, da cui sono  ossessionati.

A livello pratico, tale delitto è posto in essere tramite diversi tipi di condotte: comunicazioni indesiderate, contatti indesiderati e  comportamenti associati.

3) Tratti essenziali dello stalking e possibile sviluppo della dipendenza affettiva della vittima.

Dal  punto di vista criminologico, lo stalking viene definito come un insieme di comportamenti ripetuti, a carattere intrusivo, minaccioso o violento, che una persona compie ai danni della vittima fatta oggetto di una attenzione imposta ossessivamente e, pertanto,produttiva di serio disagio, preoccupazione e alterazione del complessivo equilibro; tali comportamenti si traducono in un autentico tormento per le vittime, con conseguenze anche gravi sotto il profilo psico-fisico.

Lo stalker pone in essere un complesso di comportamenti che diventano persecutori solo quando siano consapevoli, intenzionali, reiterati, insistenti e duraturi; a titolo esemplificativo : sorvegliare, aspettare inseguire o raccogliere informazioni sulla vittima e sui suoi movimenti; appostarsi sotto casa o nei luoghi di lavoro; pedinare; inviare ripetutamente lettere, sms, e-mail o messaggi su social networks; telefonare  con insistenza o lasciare messaggi in segreteria; fare visite a sorpresa e simulare incontri a sorpresa nei luoghi abitualmente frequentati dalla vittima; appropriarsi e leggere la corrispondenza della vittima o ordinare merci e servizi a nome della stessa; diffondere dichiarazioni diffamatorie o oltraggiose; minacciare l’uso della violenza contro la vittima, i suoi familiari o contro i suoi animali; introdursi nei luoghi di privata dimora della vittima, eventualmente danneggiando o distruggendo beni di sua proprietà.

In particolare è possibile suddividere l’evoluzione dello stalking  in quattro fasi: relazione conflittuale, azioni persecutorie e continuative, conseguenze psico-fisiche per la vittima e lo scontro finale. La prima fase, origine dell’attività criminale, è quella in cui si sviluppa una relazione emotiva conflittuale derivante da un legame precedente interrotto o terminato oppure a causa di un rapporto intensamente desiderato dallo stalker ma non approvato dalla vittima. La seconda fase è quella in cui il rifiuto della vittima, la sua inaccessibilità o l’impossibilità di colpirla in maniera efficace e conforme alla propria volontà, rendono frustrato l’agente che percepisce una sconfitta personale da cui deve riscattarsi. La terza fase è quella delle conseguenze psico-fisiche per la vittima in relazione alla quale la dottrina ha elaborato la nozione di «sindrome da trauma da stalking (“Stalking trauma sindrome”, STS) che per taluni aspetti richiama il fenomeno da maltrattamento e la sindrome da trauma da rapimento, pur rappresentando, di fatto,  una condizione a sé stante. L’ultima fase è quella definita dagli studiosi “scontro finale”, la quale si può realizzare attraverso una conclusione tragica, determinata sia da uno stalker che intensifica l’intensità e le modalità di aggressione, sia da una reazione della vittima esasperata. Tale fase risulta tuttavia eventuale, ben potendo sfociare in una richiesta di aiuto della vittima alle autorità.

E’ proprio nell’alveo di tale eventualità, nell’indecisione o molto spesso  nella mancanza di volontà di sporgere denuncia penale che è possibile scorgere l’ombra di una dipendenza affettiva  della vittima dal proprio carnefice, di un legame talmente stretto, pur se patologico,  da indurla a sopportare le reiterate violenze e la pressione psicologica da lui esercitata.

La stalking , condizionando le abitudini di vita e gli stati psicologici e fisici della vittima, può essere considerato alla stregua di un sequestro di persona “virtuale”, poiché ciò che concretamente  viene leso è l’autodeterminazione del soggetto, la libertà di disporre autonomamente della propria sfera individuale, nell’espletamento delle proprie  regolari abitudini di vita.

In quest’ottica, spesso accade che la dipendenza affettiva riscontrabile nelle  vittime di stalking, sfoci in maniera molto probabile nella sindrome di Stoccolma, trovandosi il soggetto leso, in una posizione di doppio vincolo: di libertà perchè ha elaborato il significato concretamente lesivo della relazione, ma ad un tempo di difficoltà a staccarsi, fondando l’attaccamento al proprio carnefice, su alcuni sentimenti scaturiti proprio in conseguenza  di comportamenti  più o meno invasivi di quest’ultimo, che fanno spesso   leva su particolari tipi di emozioni e stati psicologici: dalla colpa, alla compassione, dalla disperazione alla rabbia.


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