
Gerrymandering: una storia americana
Abstract. La presente ricerca si pone come obiettivo l’analisi della crisi strutturale del sistema di rappresentanza elettorale negli Stati Uniti d’America, ponendo il focus sulla pratica c.d. partisan gerrymandering. Prendendo le mosse da una analisi approfondita dell’architettura istituzionale statunitense basata sull’archetipo “Collegi uninominali – Winner take all – Censimento decennale”, tale contributo vuole evidenziare come la geografia elettorale sia divenuta, oramai, la variabile principale e determinante per l’assegnazione del potere politico, soprattutto alla luce della giurisprudenza della Corte Suprema che, a seguito della sentenza Rucho v. Common Cause del 2019, ha sancito la non giustiziabilità delle rivendicazioni sulla partigineria estrema.
Il ritiro della Giustizia federale e, di contro, l’avanzare delle Corti Statali hanno generato una sorta di federalismo elettorale asimmetrico: il diritto di voto, garantito dalla Costituzione democratica, appare oggi frammentato e la sua tutela dipendente dalla composizione politica delle corti statali.
Sommario: 1. Introduzione: il paradosso della rappresentanza – 2. L’architettura istituzionale: la matematica della rappresentanza – 2.1. Il Ciclo Costituzionale: Censimento ed Apportionment – 2.2. La tirannia del single-member district – 2.3. Le Tattiche: Packing e Cracking – 3. L’evoluzione della giurisprudenza federale ed il muro di Rucho – 3.1. Il Fallimento di Bandemer e la frattura di Vieth – 3.2. Rucho v. Common Clause (2019): la fine della speranza federale – 4. Asimmetria del federalismo giudiziario: un’analisi comparata – 4.1. Pennsylvania: il successo del costituzionalismo statale – 4.2. North Carolina: instabilità sistemica – 4.3. Florida: Gerrymandering Esecutivo – 5. La minaccia costituzionale: Moore v. Harper ed il futuro – 5.1. L’impatto delle mappe nelle elezioni del 2024 – 6. Conclusione
1. Introduzione: il paradosso della rappresentanza
Principio cardine della teoria democratica moderna è la capacità, rectius facoltà, del corpo elettorale di poter determinare la composizione dei propri organi rappresentativi. Questo principio, cristallizato giuridicamente dalla giurisprudenza della Corte Suprema negli anni ’60 con la formula “one person, one vote”[1], presuppone una chiara relazione sinallagmatica: attraverso l’esercizio del proprio voto, gli elettori selezionano i propri rappresentanti.
Tuttavia, nella prassi contemporanea, si è assistito all’erosione di questo fondamento per mano della pratica del redistricting: attraverso il già citato partisan gerrymandering, i legislatori statali riescono a circoscrivere la volontà popolare, mediante una selezione del proprio elettorato al fine di garantirsi l’elezione. Viene ad essere invertita la logica democratica: l’elettore è il riflesso del proprio eletto.
Se per circa due secoli, il gerrymandering poteva essere ricompreso nelle arti politiche, nell’era attuale dominata dai Big Data e AI, esso è divenuto una scienza che rasenta la precisione chirurgica, ormai capace di realizzare quello che la dottrina definisce blocco istituzionale (democratic lockup).[2]
Ma ancor più grave, la manipolazione dei distretti, garantendo dei risultati predeterminati a priori non soggetti alle fluttuazioni dell’opinione pubblica, scollega l’accountability dai rappresentanti eletti, facendo scivolare il sistema dietro un trinceramento politico.
Il sistema giuridico elettorale statunitense ha faticato nell’individuazione di un rimedio costituzionale efficace: se il gerrymandering su base razziale è stato bandito dal Voting Rights Acts del 1965 e sottoposto a strict scrutiny[3], quello strettamente partitico è rimasto in una zona d’ombra costituzionale: la svolta si è avuta con la sentenza Rucho v. Common Cause (2019), con la quale SCOTUS ha dichiarato la questione non giustiziabile, abdicando al ruolo di arbitro federale e lasciando ai singoli Stati il compito dirimere della controversia.[4]
L’obiettivo di questo elaborato è analizzare come la dottrina sancita in Rucho e combinata con i recenti sviluppi statali, abbia generato un federalismo dei diritti elettorali asimmetrico ed instabile. La certezza del diritto, necessaria per un processo elettorale democratico e legittimo, viene ad essere minata in quanto, lasciando la geografia elettorale dipendente dalla composizione ideologica delle Corti locali, vengono meno standard uniformi di democrazia su tutto il territorio federale.
2. L’architettura istituzionale: la matematica della rappresentanza
Prima di affrontare l’analisi sulle patologie del gerrymandering, essenziale risulta essere l’analisi sui meccanismi del sistema elettorale statunitense. A differenza dei sistemi elettorali di tipo proporzionale ampiamente diffusi nell’Europa continentale, il modello americano si fonda sulla interazione di tre elementi: demografia, geografia e regole maggioritarie. Pertanto, la definizione dei confini elettorali risulta essere l’atto politico più consequenziale del decennio.
2.1. Il Ciclo Costituzionale: Censimento ed Apportionment
La Costituzione degli Stati Uniti d’America, all’art.1 sez.2, stabilisce un legame indissolubile tra popolazione e rappresentanza: ogni dieci anni, il Governo federale deve procedere ad effettuare una enumerazione completa della popolazione (decennial census)[5]. Da tale operazione hanno luogo due processi giuridici distinti, ma fortemente interconnessi:
Reapportionment (Ripartizione federale): i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti (numero fissato dal Reapportionment Act del 1929) vengono redistribuiti tra i 50 Stati. Trattasi di un gioco a somma zero: es. se il Texas risulta avere crescita demografica, Stati che hanno una diminuzione di popolazione devono necessariamente perderne;
Redistricting (Ridefinizione dei confini statali): una volta assegnato il numero di seggi (N) ad uno Stato, la legislatura statale deve suddividere il territorio in N distretti geografici.
La giurisprudenza della Corte Suprema, principalmente a seguito della sentenza Wesberry v. Sanders del 1964[6] ha imposto uno standard matematico rigido per questa suddivisione, basato sull’uguaglianza della popolazione.
Diversamente che al Senato, alla Camera dei rappresentanti i distretti all’interno di uno stesso Stato devono avere una popolazione identica, consentito è soltanto uno scarto inferiore allo 0,5%. Ed è proprio questa rigidità matematica ad aver incentivato lo strumento del gerrymandering: nell’ottica del raggiungimento dell’eguaglianza perfetta, i legislatori statali sono stati costretti a spezzare confini naturali, contee e comunità, giustificando delle forme geometriche bizzarre al solo scopo di “bilanciare i numeri”.
2.2. La tirannia del single-member district
Uno degli elementi di vulnerabilità che consente al gerrymandering un utilizzo così pregnante risiede nella scelta del collegio uninominale: in ogni distretto può essere eletto soltanto un rappresentante.
Mentre in un sistema proporzionale plurinominale i confini del distretto sono poco rilevanti, nel sistema elettorale americano vige la regola del Winner take all (o First pass the post): anche ottenere un solo voto in più degli avversari decreta la conquista di tutto il 100% costituente la rappresentanza del distretto, invece gli sconfitti prendono sempre zero.
Questo meccanismo elettorale genera il fenomeno dei voti sprecati, che possono essere suddivisi in due tipi:
Voti persi: insieme dei voti dati a candidati che non hanno vinto;
Voti eccedenti: insieme dei voti, comunque ottenuti dal vincitore, oltre la soglia necessaria per vincere (es. il 50% +1).
Il gerrymandering è, nel pratico, uno strumento per ottimizzare in maniera strategica i voti sprecati. L’obiettivo di colui il quale disegna i confini elettorali è far sì che il proprio partito riesca a vincere con piccoli margini e che il partito avversario vinca con margini enormi o perda di poco. Questo sistema amplifica le distorsioni, ed eliminando le terze parti, favorisce il bipartitismo.[7]
Inoltre, diversamente da altre democrazie anglosassoni (Canada, Australia o anche il Regno Unito), dove il disegno dei confini elettorali viene affidato a delle commissioni apolitiche, negli USA, la Costituzione, all’art.1, sez.4) delega tale processo alle legislature degli Stati. In 39 Stati sono gli stessi politici a disegnare i confini dei propri distretti e questo genera un conflitto di interessi strutturale: controllore e controllato coincidono.
In aggiunta, con l’avvento di software GIS questo strumento ha permesso ai partiti di maggioranza di rendere banalmente le elezioni generali quasi una formalità priva di reale competizione, potendosi trincerare dietro il potere per almeno un decennio.
2.3. Le Tattiche: Packing e Cracking
La letteratura politologica, a partire dai lavori di Grofman e King[8], identifica due meccanismi di manipolazione dei distretti elettorali:
Packing (Concentrazione) – consiste nel confinare il maggior numero possibile di elettori avversari in pochi distretti. L’obiettivo che si pone questa modalità è far sì che l’opposizione vinca tali distretti con percentuali altissime (es. 80-90%), sprecando pertanto voti in eccesso che non contribuiscono ad eleggere rappresentanti altrove;
Cracking (Frammentazione) – i restanti elettori vengono dispersi in molti distretti, in modo che rappresentino una minoranza strutturale (es. 45% vs 55%), questo permette al partito che controlla il processo di vincere molti seggi con margini ridotti ma sicuri.
3. L’evoluzione della giurisprudenza federale ed il muro di Rucho
L’attuale crisi della rappresentanza democratica deriva da una lunga evoluzione giurisprudenziale, che ha attraversato l’attivismo degli anni ’60 sino a giungere alla situazione di quiete, rectius stallo, moderna.
Fino all’anno 1962, la Corte Suprema aderiva alla dottrina del c.d. “political thicket” (il ginepraio politico), rifiutandosi di assumere un ruolo di intervento nella definizione dei distretti elettorali.
La svolta si ebbe con le sentenze Baker v. Carr (1962)[9] e Reynolds v. Sims (1964)[10], con i quali venne stabilita la giustiziabilità del malapportionment (diseguaglianza numerica). SCOTUS interpretò la equal protection clause del XIV Emendamento come un mandato volto ad assicurare l’eguaglianza sostanziale del voto.
Ciononostante, seppur risolto il problema quantitativo del voto, rimase aperto il problema qualitativo: è costituzionale disegnare distretti di eguale popolazione, ma con forme manipolate, al solo fine di discriminare un gruppo politico?
3.1. Il Fallimento di Bandemer e la frattura di Vieth
Nel 1986, a seguito della sentenza Davis v. Bandemer[11], la Corte Suprema ammise che il gerrymandering partitico era teoricamente giustiziabile, ma soltanto qualora l’onere della prova stabilito fosse soddisfatto, ossia la dimostrazione di una discriminazione coerente e duratura. Nel 2004, invece, con la sentenza Vieth v. Jubelirer[12], la Corte si spaccò: una pluralità di giudici conservatori, guidati da Justice Antonin Scalia, sostenne che non si rinvenivano standard giudiziari gestibili e, pertanto, la Corte stessa doveva ritirarsi dal campo.
Il giudice Anthony Kennedy, pur votando con i conservatori nella fattispecie in questione, scrisse una opinion concorrente cruciale: preferì che fosse lasciato uno spiraglio, suggerendo che in futuro con l’avanzamento e l’ausilio della tecnologia potesse emergere uno standard gestibile[13]. Questa speranza guidò il successivo decennio animato da contenziosi.
3.2. Rucho v. Common Clause (2019): la fine della speranza federale
A seguito della nomina del giudice Kavanaugh che prese il posto di Kennedy, gli equilibri all’interno della Corte cambiarono. Nel 2019, nel caso Rucho, che riuniva ricorsi dal North Carolina (gerrymandering repubblicano) e dal Maryland (gerrymandering democratico), il Chief Justice Roberts scrisse la majority opinion che chiuse definitivamente le porte alle Corti federali, fondando il suo ragionamento su tre pilastri:
Originalismo – i padri costituenti erano consapevoli del gerrymandering e scelsero di non proibirlo esplicitamente;
Assenza di standard – la Costituzione non richiede la rappresentanza proporzionale e non esiste un modo neutrale per definire l’equità;
Separazione dei poteri – l’intervento dei giudici in dispute partitiche minerebbe la credibilità e l’indipendenza della Corte.
La sentenza, pertanto, rinviò esplicitamente la questione agli Stati: “le disposizioni delle costituzioni statali possono fornire standard e rimedi…che mancano a livello federale”.[14]
4. Asimmetria del federalismo giudiziario: un’analisi comparata
La devoluzione del controllo sul disegno dei confini elettorali alle Corti Supreme statali ha generato un panorama giuridico frammentato. La tesi dell’asimmetria emerge chiaramente confrontando tre casi di studio: Pennsylvania, North Carolina e Florida.
4.1. Pennsylvania: il successo del costituzionalismo statale
La Costituzione dello Stato della Pennsylvania contiene una clausola specifica, ossia che “le elezioni devono essere libere ed eguali”. Nel 2018, nel caso League of Women Voters v. Commonwealth, la Corte Suprema statale, a maggioranza democratica, utilizzò questa clausola per invalidare una mappa repubblicana a geometria grottesca, famosa per il distretto “Goofy Kicking Donald Duck” (Pippo che calcia Paperino).
La Corte, dunque, impose che una nuova mappa venisse disegnata da uno special master indipendente. Il risultato fu immediato e riflesse la realtà demografica: nelle elezioni del 2018, la delegazione dello Stato passò da una maggioranza artificiale a stampo repubblicano (13-5) ad un pareggio (9-9), riflettendo, pertanto, il maniera fedele il voto popolare dello Stato.[15]
Il caso appena esposto dimostrerebbe che il federalismo giudiziario è in grado di funzionare quale argine democratico.
4.2. North Carolina: instabilità sistemica
Il caso del North Carolina, invece, ci presenta l’immagine opposta, ossia del fallimento di questo modello quando si trova a convivere con la politicizzazione delle Corti.
Fase 1 (Harper I, 2022) – la Corte suprema statale (maggioranza Dem 4-3) invalidò le mappe repubblicane basandosi sulla “free elections clause”, definendo il gerrymandering una violazione dei diritti fondamentali[16];
Fase 2 (Harper II, 2023) – nelle elezioni di midterm del 2022, i Repubblicani conquistarono due seggi alla Corte Suprema dello Stato, ribaltando la maggioranza (5-2). La composizione della nuova Corte decise di riesaminare lo stesso caso già deciso e nell’aprile del 2023 ribaltò la propria decisione, dichiarando che le Corti non hanno l’autorità per sindacare le mappe partitiche.[17]
Questo flip-flop giudiziale dimostra che, senza uno standard federale uniforme su tutto il territorio, i diritti costituzionali vengono ad essere ostaggio della maggioranza di turno nella Corte Statale, minando pertanto la certezza del diritto (Rule of law).
4.3. Florida: Gerrymandering Esecutivo
Il caso studio della Florida offre un terzo esempio di una nuova frontiera del gerrymandering: l’accentramento del potere nelle mani dell’Esecutivo.
Nonostante nella Costituzione della Florida siano enunciati i “fair districts amendments”, approvati via referendum nel 2010, che vietano esplicitamente il partigianismo, il governatore Ron DeSantis ha utilizzato il potere di veto sulla mappa disegnata dalla Legislatura (repubblicana) perché preservava un distretto a maggioranza nera nel nord della Florida (Distretto n.5).
Imponendo una propria mappa che smembrava quel distretto (cracking), vennero dispersi 370.000 elettori neri in distretti bianchi. L’argomentazione di DeSantis era radicale: disegnare distretti per favorire la rappresentanza nera viola la Costituzione federale (perché non colorblind)[18].
La Corte Suprema della Florida, composta in maggioranza da giudici nominati da DeSantis, ha permesso l’uso di questa nuova mappa[19], dimostrando che, post-Rucho, leader politici forti hanno il potere di riscrivere le regole costituzionali statali attraverso la propria pressione politica.
5. La minaccia costituzionale: Moore v. Harper ed il futuro
Un ultimo tassello per comprendere l’architettura delle mappe elettorali attuale è la teoria che ha rischiato di creare una frattura nell’intero sistema: la Indipendent State Legislature Theory (ISL).
I sostenitori della ISL, basando il loro assunto su una lettura letterale ed una interpretazione originaria dell’art. 1, sezione 4 della Costituzione USA[20], sostenevano che i Legislatori statali avessero potere esclusivo sulle leggi elettorali, immuni dal controllo delle Costituzioni e delle Corti Statali.
Se la Corte Suprema federale avesse accettato questa interpretazione estrema proveniente dalla ISL, l’ultimo controllo rimasto sullo strumento del gerrymandering sarebbe stato eliminato.
Nel caso Moore v. Harper (2023), con una maggioranza di 6-3 è stata respinta questa teoria massimalista.[21] Il Chief Justice Roberts ha chiarito che quando una legislatura agisce, essa lo fa sempre come organo originato dalla propria Costituzione statale e non può operare controllo di essa violandola.
Tuttavia, la sentenza contiene un ammonimento: il potere delle Corti federali di intervenire qualora si riscontrino casi in cui si eccedono i limiti ordinari della interpretazione giudiziaria: questo assunto genera un nuovo, ma ambiguo, livello di supervisione, dove la Corte Suprema federale agisce come extrema ratio non per proteggere gli elettori americani, ma per sorvegliare i giudici statali.
5.1. L’impatto delle mappe nelle elezioni del 2024
La validità della tesi sull’asimmetria nella materia del federalismo elettorale può facilmente trovare conferma empirica nei risultati delle elezioni generali svoltesi nel novembre del 2024. I dati elettorali mostrano come la modifica delle regole giurisdizionali abbia impattato direttamente sulla composizione del Congresso federale, indipendentemente dai flussi di voto popolari.
Nel North Carolina, l’aver implementato la nuova mappa a seguito della sentenza Harper II ha trasformato radicalmente la composizione della delegazione statale: seppur il voto popolare sia rimasto sostanzialmente competitivo, la ripartizione dei seggi è passata da un pari equilibrio tra i due partiti, ad una super maggioranza da parte dei Democratici per 10 a 4. Per quanto analizzato dettagliatamente sopra, questo spostamento di seggi non è stato determinato dalle preferenze dell’elettorato, bensì esclusivamente da una nuova ridefinizione dei confini distrettuali, che dimostrato come l’efficienza geometrica riesca a convertire perfettamente voti in seggi elettorali.[22]
Similmente, nello Stato della Florida, la mappa imposta dal Governatore DeSantis ha prodotto l’effetto previsto: l’operazione di smembramento di un distretto a maggioranza nera nel nord dello Stato ha impedito l’elezione di un rappresentante democratico appartenente a quell’area, consolidando in questo caso un vantaggio repubblicano di 20 seggi ad 8, nonostante a livello di voto popolare avesse dimostrato un margine di vittoria del GOP inferiore a tale proporzione.
Questi due casi confermano come, nell’era post-Rucho, la geografia elettorale disegnata dai tribunali (ed in alcuni casi, dall’Esecutivo), è divenuta una variabile predittiva più forte ed accurata del comportamento di voto degli elettori stessi.
6. Conclusione
Il caso statunitense appena esposto rappresenta una anomalia sistemica, o in maniera paradossale potremo definirlo American Exceptionalism. Nelle democrazie europee, il problema del partisan gerrymandering è stato ampiamente neutralizzato attraverso due meccanismi strutturali che sono assenti negli USA:
Sistemi elettorali proporzionali che rendono la manipolazione dei confini inefficace da un punto di vista matematico;
Organi di garanzia e Commissioni elettorali indipendenti che operano secondo standard tecnici e non politici (in linea con le raccomandazioni della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa)[23].
Negli Stati Uniti, la fusione tra il potere legislativo (chi fa le leggi) e potere di redistricting (chi disegna i distretti), priva di un controllo di costituzionalità federale centralizzato, ha creato un corto-circuito istituzionale unico nel panorama occidentale.
Per l’appunto, infatti, analisi sin qui condotta ha evidenziato come il sistema di redistricting statunitense si trovi ad attraversare una crisi di legittimità strutturale. La decisione Rucho del 2019 ha rotto il “pavimento federale” dei diritti minimi, lasciando il compito di compensare tale mancanza ai singoli Stati. Tuttavia, l’esperienza empirica ha dimostrato che affidarsi esclusivamente al federalismo giudiziario produce risultati profondamente asimmetrici.
Mentre cittadini di uno Stato, quale la Pennsylvania, possono godere di elezioni realmente competitive grazie all’intervento della loro Corte; diversamente, i cittadini di Stati quali North Carolina e Florida hanno assistito ad una contrazione dei loro diritti, derivante da dalla politicizzazione delle Corti statali o dell’aggressività del Potere esecutivo.
Il risultato è una balcanizzazione dei diritti democratici: un sistema a geometria variabile dove l’equità del voto dipende dal disegno geografico, piuttosto che una garanzia costituzionale.[24]
Senza un intervento legislativo a livello federale, quale il proposto Freedom to Vote Act, che permetterebbe di codificare e cristallizzare standard metrici contro il gerrymandering e bandirebbe, quindi, il partisan gerrymandering per legge, gli Stati Uniti rischiano di consolidare un sistema semi-democratico, dove la composizione del Congresso è decisa in partenza dai partiti, prima ancora che venga espresso il primo voto elettorale.
[1] Reynolds v. Sims, 377 U.S. 533 (1964). La sentenza stabilità che la Equal Protection Clause richiede distretti legislativi con popolazione sostanzialmente uguale. Cfr Baker v. Carr, 369 U. S. 186 (1962).
[2] Issacharoff S. & Pildes R. H. (1998). Politics as Markets: Partisan Lockups of the Democratic Process. Stanford Law Review, 50, 643.
[3] Thornburd v. Gingles, 478 U.S. 30 (1986). La Corte interpretò la sezione 2 del Voting Rights Act stabilendo il test a tre parti per la diluzione del voto razziale.
[4] Rucho v. Common Cause, 139 S. Ct. 2484 (2019). Majority opinion redatta dal Chief Justice Roberts.
[5] Si veda anche il Census Act, 13 U.S.C., sezione 141, che regola tempistiche e modalità nell’enumerazione decennale.
[6] Wesberry v. Sanders, 376 U.S. 1 (1964).
[7] McGhee E. (2014). Measuring Partisan Bias in Single-Member district Electoral Systems. Legislative Studies Quarterly, 39 (1), 55-85. L’autore dimostra matematicamente come i sistemi a collegio uninominale siano intrinsecamente più vulnerabili alle distorsioni partitiche (partisan bias) rispetto ai sistemi proporzionali, rendendo la geografia elettorale il fattore determinante per l’esito delle elezioni.
[8] Grofman B. & King G. (2007). The Future of Partisan Symmetry as a Judicial Test for Partisan Gerrymandering after LULAC v. Perry. Election Law Journal, 6(1), 2-35.
[9] Baker v. Carr, 369 U.S. 186 (1962).
[10] Reynolds v. Sims, 377 U.S. 533 (1964).
[11] Davis v. Bandemer, 478 U.S. 109 (1986).
[12] Vieth v. Jubelirer , 541 U.S. 267 (2004).
[13] Opinion concorrente del Giudice Kennedy, il quale argomentò sostenendo che, sebbene non esistesse ancora uno standard, dichiarare la non-giustiziabilità permanente sarebbe stato prematuro.
[14] Rucho v. Common Cause, 139 S. Ct. A 2507.
[15] League of Women Voters v. Commonwealth, 645 Pa. 1, 178 A.3d 737 (2018).
[16] Harper v. Hall (Harper I), 380 N.C. 317, 868 S.E.2d 499 (2022).
[17] Harper v. Hall (Harper II), 384 N.C. 292, 886 S.E.2d 393 (2023). La decisione evidenzia il capovolgimento dottrinale a seguito del cambio di maggioranza partitica nella Corte.
[18] Il concetto nasce storicamente dalla dissenting opinion del giudice John Marshall Harlan nel caso Plessy v. Ferguson (1986), in cui si opponeva alla segregazione razziale “separate but equal” dichiarando: “La nostra Costituzione è colorblind e non conosce né tollera classi tra cittadini”.
[19] Sebbene il contenzioso sia tecnicamente ancora in corso presso la Corte Suprema della Florida – SC2023-1671 (Black Voters Matter Capacity Building Institute, Inc. v. Byrd), le Corti hanno permesso l’utilizzo della mappa disegnata dal Governatore per i cicli elettorali 2022 e 2024, consolidando di fatto lo status quo.
[20] “The times, places and manner… shall be prescribed in each State by the Legislature thereof”. Per una critica accademica della genesi della ISL, si veda anche Amar A. R. & Amar V. D. (2022). Eradicating Bush-League Arguments Root and Branch: The Articcle II Independent-State-Legislature Notion and Related Rubbish: The Supreme Court Review, 2021 (1), 1-52.
[21] Moore v. Harper, 600 U.S. 1 (2023).
[22] Cook Political Report. (2024) The 2024 House Map: The impact of Redistricting in North Carolina and New York.
[23] European Commission for Democracy through Law (Venice Commission). (2002). Code of Good Practice in Electorale Matters. Council of Europe.
[24] Espressione metaforica per descrivere frammentazione, parcellizazione ed indebolimento dei diritti civili e politici all’interno di uno Stato, riducendoli a vantaggi locali, anziché garantirli come universali. Invece di un nucleo uniforme di diritti garantiti a tutti i cittadini, si creano diritti di Serie A e diritti di serie B. Questo, infine, genera un indebolimento del potere centrale nel garantire standard uniformi.
Salvis Juribus – Rivista di informazione giuridica
Direttore responsabile Avv. Giacomo Romano
Listed in ROAD, con patrocinio UNESCO
Copyrights © 2015 - ISSN 2464-9775
Ufficio Redazione: redazione@salvisjuribus.it
Ufficio Risorse Umane: recruitment@salvisjuribus.it
Ufficio Commerciale: info@salvisjuribus.it
***
Metti una stella e seguici anche su Google News
The following two tabs change content below.
Luigi Rende
Laureato in Scienze Politiche presso l'Università della Calabria, con votazione 110/110 e lode.
Master in Relazioni internazionali e studi strategici.
Studioso di diritto pubblico anglo-americano.
Ultimi post di Luigi Rende (vedi tutti)
- Gerrymandering: una storia americana - 15 Marzo 2026
- La burocrazia in America: breve excursus dai Federalist Papers al New Deal - 4 Settembre 2022
- US Supreme Court: tra interpretazioni originaliste e conseguenze sociali in tema di diritto all’aborto - 20 Luglio 2022







