Il ritorno del giuramento

Il ritorno del giuramento

Quasi come da una dispensa, adesso, il legislatore tira fuori il giuramento: la legge 28 luglio 2026, n. 137 delega il Governo a ripristinarlo e il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato, in esame preliminare, lo schema di decreto legislativo attuativo.

E così, la ricerca cronologica ci conduce al lontano 1933, quando la legge professionale imponeva all’avvocato di prestare il giuramento prima di esercitare.

La legge n. 247 del 2012 sostituisce il giuramento con un “impegno solenne”, assunto davanti al Consiglio dell’Ordine.

Il legislatore del 2012 aveva trovato il giuramento troppo solenne. Quello del 2026 ha trovato l’impegno troppo poco solenne. Entrambi, s’intende, con ottime ragioni.

Soffermiamoci sulle formule: nell’impegno del 2012 sopravvivono le parole del 1933, lealtà, onore e diligenza per i fini della giustizia.

Le ipotesi sono due. O giuramento e impegno sono la stessa cosa, e allora il legislatore ha impiegato quattordici anni per cambiare un sostantivo. Oppure non lo sono, e allora per quattordici anni abbiamo promesso qualcosa di meno.

La prima ipotesi farebbe torto al legislatore. Preferiamo la seconda.

Più precisamente: un impegno si assume, come un incarico o un debito. Un giuramento si presta, davanti a qualcosa di più grande di sé. È la logica dell’art. 54 della Costituzione, che lega il giuramento alla disciplina e all’onore della funzione.

Orazio descriveva l’uomo iustum et tenacem propositi, giusto e fermo nel proposito che nulla riesce a scuotere: esattamente ciò che la riforma chiede, rafforzamento della dignità professionale e impegno etico e deontologico.

Virtù di cui la schiena dell’avvocato porta, invero, già le cicatrici.


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