Referendum sul taglio dei Parlamentari: finalità e conseguenze

Referendum sul taglio dei Parlamentari: finalità e conseguenze

In questi giorni siamo chiamati a votare per il Referendum Costituzionale relativo al cd. Taglio dei Parlamentari. Questo tentativo di riforma costituzionale può essere considerato un unicum nella storia repubblicana, dal momento che le precedenti leggi di riforma relative al Parlamento hanno avuto finalità e consistenze ben diverse.

Le riforme Berlusconi del 2006 e Renzi – Boschi del 2016, entrambe bocciate nei rispettivi referendum, concernevano infatti l’intero assetto Parlamentare incidendo profondamente sulla forma di Governo. Entrambe superavano il bicameralismo perfetto e paritario rendendo legislativa la sola Camera dei Deputati, lasciando qualche residuale competenza al Senato che diveniva la camera rappresentante delle regioni, analogamente a quanto accade con Bundestag e Bundestrat in Germania.1

Inoltre, seppur in modo diverso, davano maggiori poteri al Governo, cercando di rendere il Presidente del Consiglio dei Ministri più affine al Premier inglese (in Italia è errato chiamarlo Premier) o al Cancelliere tedesco; la Riforma del 2016 andava addirittura a modificare nuovamente il Titolo V per avviare un riaccentramento in capo allo Stato delle competenze legislative, in una diversa direzione rispetto alla confusa riforma del Titolo V avvenuta con l.cost. 3/2001.

Se evidentemente il popolo italiano si è sempre dimostrato restio ad una riforma organica della Costituzione, anche se nel caso del 2016 il voto è stato forse più un voto politico contro il governo che frutto di una ragionata riflessione sui contenuti, in questo caso si è cercato di semplificare al minimo il cambiamento.

Ciò che verrebbe modificato da un eventuale vittoria del SI, non sarebbe altro che una serie di cifre: l’Art.56 da 630 a in 400 il numero di deputati nell’art.56, e da 315 a 200 il numero dei Senatori all’Art.57, diminuendo proporzionalmente il numero dei collegi elettorali nel territorio nazionale e quelli previsti per la circoscrizione estero.

Accanto a tale diminuzione vi sarebbe la risoluzione del dubbio circa il numero di senatori a vita nominabili dal Presidente della Repubblica, chiarendo che devono essere al massimo cinque e non cinque nominabili da ogni capo dello Stato.

Dato il presente cambiamento del testo Costituzionale, quali sarebbero le reali conseguenze seguendo le ratio della riforma? Fra le varie “intenzioni” vi sarebbe quella di migliorare l’efficienza del Parlamento dato il numero inferiore di “teste” da mettere d’accordo. Ma ciò è davvero possibile?

Il nostro assetto parlamentare prevede che il medesimo disegno di legge debba essere approvato, con il medesimo testo, da entrambe le Camere, presentandolo per la prima volta indifferentemente ad una delle due. Quello che accade molto spesso è il fenomeno delle cd.navette2, ossia il passaggio continuo del testo da un ramo all’altro del Parlamento fino a che non viene approvato virgola per virgola lo stesso testo. Un numero inferiore di Parlamentari risolverebbe il problema? Dal momento in cui l’assetto parlamentare rimane invariato, e che quindi non vi è come nelle precedenti proposte di riforma una sola Camera ad approvare le leggi, appare difficile risolvere questo problema; bisogna considerare anche il fatto che, anche se il Parlamentare rappresenta il popolo e non il partito, gli emendamenti e le modifiche al disegno di legge sono frutto delle idee che ne hanno i singoli partiti, i quali seppur rappresentati da meno soggetti nei due rami, dovrebbero essere tendenzialmente in egual numero e non verrebbe meno questo fenomeno.

Stesso discorso vale per la composizione delle Commissioni Parlamentari, le quali però a prescindere dal numero di deputati e senatori devono comunque rispecchiare proporzionalmente i partiti rappresentati e pertanto le discussioni al suo interno non cambierebbero di certo il numero di dibattiti per ogni testo esaminato.

Questi limiti dell’assetto parlamentare potrebbero pertanto essere risolti o con una modifica dei regolamenti parlamentari, di rango costituzionale, ovvero con una modifica organica dell’assetto bicamerale.3

Tralasciando il tema del “risparmio” e del “taglio dei privilegi”, che poteva risolversi con una rimodulazione degli emolumenti senza smuovere un procedimento di riforma costituzionale, dato che secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici il risparmio sarebbe pari allo 0,007% della spesa pubblica 4, ciò che deve essere oggetto del dibattito è la conseguenza che si avrebbe sulla rappresentanza.

Già in sede di redazione del testo costituzionale in Assemblea Costituente Cappi Giuseppe, propose un emendamento così concepito: «Sarà eletto un Deputato ogni 100.000 abitanti» , in un momento storico in cui l’Italia aveva una popolazione di circa 45 milioni di abitanti, a fronte dei 60 milioni odierni. Nella stessa sede il deputato Umberto Terracini disse “Se nella Costituzione si stabilisse la elezione di un deputato per ogni 150 mila abitanti, ogni cittadino considererebbe questo atto di chirurgia come una manifestazione di sfiducia nell’ordinamento parlamentare.

Nei fatti quello che si potrebbe avverare è abbandonare ciò che la prima proposta aveva nei fatti realizzato e andare nella direzione che la seconda frase voleva condannare: attualmente infatti in Italia vi è un deputato ogni 97 mila abitanti, mentre post riforma ne avrebbe uno ogni 150 mila. Come chiunque può leggere dai dossier parlamentari pubblici, l’Italia passerebbe dalla media europea a diventare lo Stato con meno deputati per cittadino, contrariamente a quanti dicono che “abbiamo troppi parlamentari”.5

(Fonte https://www.openpolis.it/numeri/italia-dopo-la-riforma-al-primo-posto-per-distanza-tra-numero-di-deputati-e-numero-di-abitanti/)

Inoltre, mentre una “normale” riforma sarebbe di per sè definitiva sulle conseguenze che apporterebbe, dopo un eventuale SI gli effetti più concreti si vedrebbero solamente dopo aver scelto una adeguata legge elettorale. Dati i numerosi precedenti nel susseguirsi un numero eccessivo di leggi elettorali dati dalle contingenze politiche, sappiamo bene che non solo potrebbe essere un lunghissimo dibattito ma che non necessariamente porterebbe ad un risultato adeguato. A ciò bisogna aggiungere che prescindendo dalla legge elettorale, il territorio nazionale sarebbe suddiviso in circoscrizioni così grandi da non garantire una adeguata rappresentanza territoriale, soprattutto in alcune Regioni. Secondo i dossier parlamentari infatti vi sono regioni che perderebbero circa il 15% dei parlamentari mentre altre addirittura il 36% (come la Sicilia), frutto di un taglio trasversale che sembra più un taglio da proposta in campagna elettorale che frutto di un ragionato contemperamento di ragioni politiche e costituzionali.

Recentemente la Regione Basilicata ha chiamato in causa la Corte Costituzionale, lamentando un conflitto di attribuzione e una lesione della propria rappresentanza parlamentare che si vedrebbe diminuita del 60%. Come era però prevedibile la Consulta ha dichiarato inammissibile il ricorso ma ha specificato che la Regione avrebbe però potuto appellarsi all’Art.134 Cost. per sollevare un conflitto Stato-Regioni e non sollevare un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato.

Dal punto di vista più squisitamente politico è da rilevare che, nonostante la legge costituzionale sia stata approvata, seppur con la maggioranza assoluta che consente la proposizione del Referendum, molti partiti ed esponenti che prima hanno votato a favore si sono poi trovati a sottoscrivere la richiesta della consultazione popolare, continuando poi con dichiarazioni contraddittorie o addirittura in direzione opposta al loro voto parlamentare.In definitiva, al di là delle predette considerazioni tecniche e le valutazioni politiche, si rischia di approvare una riforma che non è voluta neanche da tutti i soggetti che l’hanno redatta e votata in aula.

Si può serenamente dire, senza chiamare in causa ideologie politiche o simpatie partitiche, che questa riforma ha un valore politico più che delle conseguenze fattuali concrete e positive.

In definitiva, al di là delle predette considerazioni tecniche e le valutazioni politiche, si rischia di approvare una riforma che non è voluta neanche da tutti i soggetti che l’hanno redatta e votata in aula.

 

 


1Riflessioni sul tema D’ELIA G. – VIVIANI SCHLEIN M.P, La riforma costituzionale Renzi Boschi e il quesito referendario, in https://www.lexitalia.it/a/2016/83631
2https://www.camera.it/leg18/716
3https://www.huffingtonpost.it/entry/referendum-183-costituzionalisti-dicono-no_it_5f436563c5b697824f9ab4fc
4https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-quanto-si-risparmia-davvero-con-il-taglio-del-numero-dei-parlamentari
5https://documenti.camera.it/Leg18/Dossier/Pdf/AC0167f.Pdf
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Praticante avvocato. Mi occupo, attraverso associazioni culturali senza scopo di lucro, di diffondere il diritto negli istituti secondari. Principali materie di studio: Diritto Amministrativo, Costituzionale, Antitrust.

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