
Il corpo parla prima delle parole: educazione motoria e psicomotricità come strumenti di lettura del disagio del minore nella mediazione familiare
«Nostro figlio è diventato ingestibile. Litiga durante gli allenamenti, risponde agli istruttori, non rispetta più le regole. Prima non era così.»
«È colpa tua, lo assecondi sempre.»
«No, è perché con te vive in un clima di tensione.»
Scene come questa non sono rare nei percorsi di mediazione familiare. Il comportamento del figlio diventa rapidamente l’ennesimo terreno di scontro tra i genitori: ciascuno ricerca un responsabile, mentre il minore finisce inconsapevolmente per rappresentare il luogo nel quale il conflitto degli adulti trova la sua manifestazione più evidente.
Eppure, osservando con maggiore attenzione questo tipo di vicende, emerge sempre una domanda che il mediatore familiare finisce per porsi prima di ogni altra: quel comportamento aggressivo è davvero il problema oppure è il modo attraverso cui il bambino sta raccontando il problema?
È proprio qui che il diritto di famiglia incontra discipline solo apparentemente lontane, quali la psicomotricità e l’educazione motoria.
Del resto, la mediazione familiare contemporanea – il cui ruolo e la cui importanza stanno crescendo progressivamente – non è più soltanto uno strumento di composizione della crisi coniugale.
La Riforma Cartabia ha rafforzato la centralità della responsabilità genitoriale e della tutela del superiore interesse del minore, richiedendo ai genitori di costruire un progetto educativo condiviso anche dopo la separazione.
E il mediatore, che non facilita esclusivamente la conclusione di accordi, ma accompagna gli adulti nella ricostruzione di una cogenitorialità capace di rispondere ai bisogni evolutivi del figlio, mette al centro del dialogo della ex coppia anche il comportamento del minore.
Troppo spesso atteggiamenti oppositivi, aggressività, isolamento o improvvisi cambiamenti comportamentali vengono interpretati come semplici problemi disciplinari, inducendo i genitori a irrigidire le proprie posizioni educative. Ed è in questi casi che la psicomotricità suggerisce invece una diversa chiave di lettura: il corpo costituisce il primo linguaggio del bambino e il movimento rappresenta una delle modalità attraverso cui egli comunica tutte quelle emozioni, paure e tensioni che non riesce ancora ad esprimere verbalmente.
Questa impostazione, del resto, non appartiene esclusivamente alla pedagogia e trova anche un preciso fondamento giuridico: proprio l’art. 30 della nostra Carta Costituzionale attribuisce ai genitori il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli; anche gli artt. 147, 315-bis e 316 del codice civile delineano una responsabilità genitoriale orientata allo sviluppo armonico della personalità del minore e, più specificatamente, l’art. 337-ter c.c. impone che ogni decisione riguardante i figli sia assunta dai genitori nel loro esclusivo interesse.
Ne deriva che il progetto educativo non può limitarsi agli aspetti scolastici o materiali, ma deve comprendere anche la crescita emotiva, relazionale e sociale del bambino. Anche lo sport.
È in questo spazio che l’educazione motoria assume una funzione rilevante perfino nelle stanze della mediazione familiare.
Non perché il mediatore debba trasformarsi in uno psicologo o in un educatore sportivo, ma perché conoscere il valore comunicativo del movimento gli consente di leggere diversamente alcune manifestazioni del disagio infantile.
Per esempio, un improvviso rifiuto dell’attività sportiva, un aumento dell’aggressività durante il gioco o la più “classica” difficoltà nel rispettare le regole potrebbero non essere semplici problemi comportamentali, ma segnali di una sofferenza relazionale legata al conflitto familiare.
Il compito del mediatore familiare diventa allora quello di aiutare i genitori a spostare lo sguardo e a non chiedersi soltanto come correggere quel comportamento, ma domandarsi: “che cosa quel comportamento sta comunicando a me?”.
È proprio questo cambiamento di prospettiva che permette di ricostruire un’autentica alleanza educativa tra i genitori, evitando che il figlio venga trasformato nel terreno sul quale continuare la propria contrapposizione.
La vera innovazione della mediazione familiare non consiste, dunque, nell’offrire soluzioni educative alternative, ma nel promuovere una diversa capacità di ascolto.
Purtroppo o, forse, talvolta per fortuna, il minore non parla attraverso le parole, ma con il corpo, con il gioco, con il movimento e perfino con la propria aggressività.
Dunque, riconoscere questo linguaggio significa consentire ai genitori di leggere il conflitto prima che esso si cristallizzi e, soprattutto, restituire centralità al superiore interesse del minore, che rimane il principio ispiratore dell’intero sistema del diritto di famiglia.
Salvis Juribus – Rivista di informazione giuridica
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