
Le motivazioni alla base del gruppo “Mia moglie”: voyeurismo e esibizionismo
Il gruppo “Mia moglie” è un gruppo di Facebook in cui si condividevano foto di donne inconsapevoli, composto da oltre 32.000 iscritti, dove si diffondevano illecitamente foto intime delle proprie partner, finito al centro di una bufera mediatica che ha reso noto anche il fenomeno degli incel, i c.d. “uomini che attribuiscono il loro celibato a fattori esterni, colpevolizzando anche le donne”.
A seguito della scoperta del gruppo “Mia moglie”, ci si è chiesto quali fossero le motivazioni che abbiano spinto tali soggetti a condividere illecitamente foto sessualmente esplicite senza il consenso della persona interessata, corredate di commenti pubblici offensivi e allusioni sessuali.
Non tralasciando infatti l’atto misogino, è possibile spiegare questo fenomeno partendo dalle definizioni di voyeurismo e disturbo parafilico.
Le parafilie in generale, non implicano alcuna accezione negativa o patologica e possono identificarsi in un interesse sessuale persistente e intenso con caratteri atipici, che è causa di un’eccitazione erotico-sessuale.
In tal senso, possiamo riscontrare pratiche innocue, molte delle quali oggigiorno riconosciute, come il sadismo, il masochismo, il feticismo e così via.
Diversi invece sono i disturbi parafilici, i quali comportano una mancanza del rispetto dei limiti altrui pur di attuare le proprie fantasie, arrecando danni a se stesso e/o agli altri o, ancora, provando angoscia nella loro realizzazione.
Tra questi possiamo individuare il disturbo voyeuristico, variante patologica della parafilia del voyeurismo.
Il disturbo voyeuristico in particolare, prevede che l’eccitazione sessuale nasca dell’osservare taluno in situazioni intime, ma richiede la mancanza del consenso della persona osservata.
Nel caso del gruppo “Mia moglie”, il disturbo voyeuristico si rivela alla base delle dinamiche del fenomeno, accompagnato da una normalizzazione dell’atto derivante dal numero elevato degli appartenenti allo stesso gruppo, nonché dai reciproci commenti di incitamento, che legittimano apparentemente un comportamento illecito.
Il disturbo voyeuristico infatti, porta alla ricerca delle opportunità di osservazione, richiedendo anche di impiegare molto tempo nella stessa e/o nella condivisione, come avvenuto nel gruppo “Mia moglie”.
Tale gruppo, rendendo la ricerca più agevole, forniva quindi la possibilità a soggetti voyeur di spiare di nascosto l’intimità altrui, in un’accezione distorta, in violazione dei diritti dei soggetti interessati.
In questo gruppo, il voyeurismo nasce da tre elementi intrecciati, quali l’esposizione dell’intimità altrui, lo sguardo collettivo e l’approvazione, nonché il voler esercitare potere e controllo sul corpo altrui identificando la persona alla stregua di un oggetto.
Il piacere voyeuristico in questo caso si manifesta con il far guardare agli altri ciò che dovrebbe restare privato, amplificando l’eccitazione tramite la platea di approvazione e incitamento, in cui il corpo della donna diventa un oggetto spettacolarizzato di consumo.
E’ possibile riscontrare un meccanismo distorto nella condivisione delle fotografie, nel quale il soggetto si autoconvince di appropriarsi della sessualità altrui, trasformandola in cosa propria da mostrare a proprio piacimento per rafforzare la propria identità maschile davanti al gruppo.
Le donne in questo caso non sapevano e non sceglievano di partecipare a tale pratica, causando una violazione della privacy e un abuso relazionale, illecito nel nostro ordinamento.
In particolare, i soggetti che hanno condiviso le foto, operavano una scissione della figura della partner, oggettificandola e disumanizzandola, riducendola a immagine o racconto.
Il gruppo rappresenta una stampella psicologica contro la paura di non valere abbastanza nella propria identità maschile, a favore del bisogno di conferme continue e una fonte dell’identità del soggetto costruita sullo sguardo altrui.
L’intimità del soggetto disumanizzato viene vista come un’estensione di sé, esercitata tramite una sensazione di onnipotenza, derivante dal riconoscimento di un valore attraverso il corpo della partner.
Perché dunque alcune persone hanno continuato a far parte di questo gruppo nonostante il rischio?
Hanno continuato a farne parte proprio perché aumentava la possibilità di essere scoperti, creando di conseguenza un’esplicitazione maggiore dei contenuti condivisi e quindi una loro maggiore valenza.
In particolare, il soggetto voleva mantenere l’illusione del controllo, temendo di perdere “l’identità costruita”.
Per alcuni uomini, quel tipo di dinamica diventa una fonte di autostima, un ruolo nel gruppo, nonché un autoconvincimento che la stessa sia parte della propria identità sessuale.
Smettere significherebbe tornare a sentirsi inermi e invisibili, quindi essi preferiscono negare l’evidenza, minimizzando il danno, supportati dalla normalizzazione distorta del gruppo.
E’ evidente che in tale dinamica è presente una distorsione cognitiva: continuare a sottovalutare il rischio perché fino a quel momento gli stessi non sono stati scoperti.
Inoltre, premettendo che tale articolo non vuole in alcun modo giustificare i comportamenti del gruppo “Mia moglie”, ma individuarne le motivazioni psicologiche che stanno alla loro base, è necessario prendere in considerazione perché tali soggetti arrivano a convincersi che “in fondo la vittima lo merita”.
Tra tali meccanismi riscontriamo:
1. il ribaltamento della colpa (“se lo merita e quindi non ne sto abusando”);
2. il risentimento accumulato (spesso da rabbia precedente, una vendetta silenziosa);
3. la disumanizzazione graduale, che si traduce ne “la mia partner è solo un corpo” e “tanto non lo scoprirà”;
4. la razionalizzazione tramite una narrazione a sé errata (“in fondo le faccio un complimento”, “non le sto facendo davvero male”);
5. l’identificazione con il gruppo che normalizza questi comportamenti;
6. l’evitamento della vergogna per l’atto compiuto, non ammettendo di violare l’intimità di una persona, la quale ripone fiducia nello stesso, per non far crollare l’immagine di sé. In questo caso il soggetto preferisce raccontarsi che “se l’è cercata”.
Il sesto punto non costituisce la logica di partenza nell’attuazione di tale comportamento, ma è ciò che il soggetto si racconta dopo aver superato i limiti legali per convivere mentalmente con ciò che ha fatto.
Nel caso contrario, si può fare riferimento agli incel, soggetti che credono di essere single per colpa di altre persone, donne o uomini, sentendosi spesso rifiutati o invidiando gli uomini che riescono ad avere una relazione.
Quello degli incel è un fenomeno limite, che può sfociare in atti gravi, come ad esempio il caso in cui un ragazzo incel, nel 2021, ha ammesso di aver ideato un piano per sparare a delle studentesse dell’università dell’Ohio.
Convincersi che l’altro “se lo merita” diventa il modo con cui alcune persone scelgono di salvare la propria immagine a discapito del rispetto dei limiti dell’altro, attuando comportamenti illeciti.
In particolare, quando l’abuso del gruppo “Mia moglie” è stato scoperto, inevitabilmente la narrazione è crollata.
E’ possibile affermare che, dopo il crollo della narrazione fittizia a seguito dell’esposizione pubblica del gruppo, il silenzio dei membri dello stesso ha cessato di sostenere quella visione inesistente creatasi, producendo l’emersione inevitabile della responsabilità.
E’ venuto meno il piacere di esistere come soggetto, mentre l’altro veniva ridotto ad oggetto.
Per chi aveva costruito autostima, virilità o valore su quella dinamica, il crollo ha avuto il significato di perdita del ruolo, del gruppo e dell’immagine di sé.
Ciò anche se il gruppo e il ruolo non sono mai esistiti davvero e servivano solo a sostenere un’immagine di sé fittizia, in cui il soggetto pensava di avere il controllo di una dinamica che in realtà non controllava e che in parallelo stava producendo dei danni nel contesto reale.
Ridurre una persona ad un’immagine e raccontarsi che tale immagine non soffre, non cancella infatti la sofferenza della stessa vittima.
Inoltre, uno dei caratteri del disturbo voyeuristico è che il soggetto evita la vulnerabilità, il rifiuto e la reciprocità, in quanto guardare o far guardare diventa più facile che incontrare davvero l’altro.
Nel caso del gruppo “Mia moglie”, il voyeurismo non è individuale ma collettivo, generando le giustificazioni “non sono solo io che guardo”, “non sono solo io responsabile”.
Nel gruppo “Mia moglie” non troviamo invece alcun accenno di disturbo esibizionistico, in quanto la dinamica dello stesso consiste nel far guardare senza esporsi.
L’esibizionismo nella sua forma di disturbo parafilico, mira ad ottenere l’eccitazione sessuale mostrando i propri genitali a sconosciuti non consenzienti o nell’essere osservati da altre persone non consenzienti durante l’attività sessuale, generando lo shock altrui, un’attenzione o una risposta. Lo scopo non è sedurre, ma riaffermare la propria virilità o gestire delle insicurezze profonde.
In questo gruppo non si esponeva il proprio corpo, non si rischiava in prima persona, non si cercava lo sguardo sull’Io, ma si esponeva la partner.
L’esibizionismo infatti richiede una dose di narcisismo e di sicurezza, che in questo caso risulterebbe mancante in tali uomini che invece temono il giudizio altrui e il rifiuto (v. gli incel).
Il soggetto adotta questa pratica per sentirsi potente senza dover mettere in gioco se stesso, in una narrazione fittizia e irrealistica.
Si configurano quindi dei reati, tra cui il c.d. revenge porn ex art. 612 ter c.p., le interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p., la diffamazione ex art. 595 c.p. e l’istigazione a delinquere ex art. 414 c.p.
Il gruppo “Mia moglie” è stato un fenomeno illecito, basato su una dinamica di piacere nel controllo dello sguardo altrui, accompagnata dall’invisibilità del soggetto che espone l’altro.
Moltissime vittime si sono ritrovate ad essere esposte nella loro intimità, da persone che avrebbero dovuto tutelare loro e la loro fiducia.
Tale fenomeno si basa sull’appropriazione illecita della decisione di cosa mostrare della sfera privata di un’altra persona, nella ricerca egoica della validazione altrui.
La vittima viene disumanizzata, ridotta a immagine o racconto, in una pratica che porta a conseguenze penali e sociali gravi.
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Gabriella Barcellona
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