Dignità e prostituzione in Europa e nel mondo

Dignità e prostituzione in Europa e nel mondo

Sommario: 1. Le politiche sulla prostituzione negli Stati membri – 2. Proibizionismo: il modello russo – 2.1 Critiche al modello russo – 2.2 Il confronto con Stati Uniti e Irlanda – 2.3 Fonti e Statistiche – 3. Neoproibizionismo: il modello svedese – 3.1 Critiche al modello svedese – 3.2 Il rapporto e il confronto con i Paesi limitrofi – 4. I movimenti femministi – 4.1 Fonti e Statistiche – 5. Regolamentarismo e neo-regolamentarismo: il modello Tedesco – 5.1 Alcuni profili del Prostitutionsgeset nell’ordinamento tedesco – 5.2 Considerazioni sulla normative – 5.3 Il più famoso bordello tedesco – 5.4 Il Confronto con i Paesi limitrofi – 5.5 Fonti e Statistiche – 6. Abolizionismo: al di là del modello italiano – 6.1 Francia, Spagna, Gran Bretagna – 6.2 Fonti e Statistiche – 7. Nuova Zelanda: la rivincita delle sex worker – 8. Considerazioni conclusive

 

1. Le politiche sulla prostituzione negli Stati membri

Il dibattito su come gestire il fenomeno della prostituzione infuria non solo in Italia. Anche a livello comunitario la questione delle leggi sulla prostituzione provoca accese controversie. L’impegno richiesto agli Stati Membri dal Consiglio d’Europa consiste nella predisposizione di programmi di assistenza, rivolti a coloro che intendano cessare dall’esercizio della prostituzione, rimuovendo altresì le condizioni di vulnerabilità e marginalità che inducono molte persone a scegliere la prostituzione quale unica fonte di sussistenza. Proprio perché “è importante che nessuno si senta costretto, anche solo dalle circostanze, a praticare la prostituzione”. Nel 1985, a conclusione del congresso di Amsterdam del Comitato Internazionale per i diritti delle prostitute, venne stipulata una Carta Mondiale per i diritti delle prostitute. Nel 2005 a Bruxelles, nella sede del Parlamento Europeo, venne prodotto invece un Manifesto delle lavoratrici del sesso in Europa intitolato “Oltre la tolleranza e la compassione per il riconoscimento dei diritti”. In ambito europeo non sono state però ancora intraprese iniziative normative per armonizzare la disciplina della prostituzione.

Sebbene sussistano delle differenze di disciplina da Paese a Paese, si possono individuare tre modelli principali cui ricondurre l’approccio delle autorità nazionali rispetto alla prostituzione c.d. indoor (il mercato del sesso al chiuso) e outdoor (prostituzione esercitata su strada):

– proibizionismo: la prostituzione indoor e outdoor sono vietate. Questo modello è previsto negli Stati Uniti, in Irlanda, Lituania, Malta, Russia. Il modello proibizionista vede una variante nel cosiddetto modello Neoproibizionista, dove oggetto di interesse è il cliente. Di particolare rilevanza è il sistema della Svezia dove la legge del 1998, rovesciando il precedente modello abolizionista, ha previsto, da un lato, il divieto della prostituzione in qualsiasi luogo essa venga esercitata, dall’altro, le sanzioni solo per i clienti.

– regolamentarismo: entrambi i tipi di prostituzione sono regolamentati dallo Stato e legali se esercitate nel rispetto delle norme. In molti casi le prostitute devono registrarsi e sottoporsi a controlli medici. Questo modello, vigente nel nostro Paese fino all’approvazione della Legge Merlin, è presente negli ordinamenti di Austria, Germania, Grecia, Lettonia, Paesi Bassi, Ungheria. Una variante del modello regolamentarista è il cosiddetto modello neo-regolamentarista, il cui obiettivo è quello di rimuovere le legge al fine di eliminare l’attività sessuale tra adulti consenzienti nei contesti commerciali.

– abolizionismo: la prostituzione indoor e outdoor non sono né proibite, né regolamentate; lo Stato decide di tollerarle e non interviene sempre che esse avvengano tra adulti consenzienti. Questo modello è previsto in Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Spagna. Il modello abolizionista vede una variante nel cosiddetto modello Neo Abolizionista: in questo caso la prostituzione outdoor non è né proibita né regolamentata, mentre quella indoor è proibita solo nelle case di tolleranza. Tale modello è previsto, oltre che in Italia, anche in Belgio, Inghilterra, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Lussemburgo.

Le legalità o meno dello scambio del sesso con il denaro è la prima dimensione importante che separa i sistemi in cui la prostituzione è legittima, che sono regolamentarismo e abolizionismo, dal sistema in cui la prostituzione è repressa, cioè il proibizionismo. Un’ulteriore dimensione tale da rappresentare un aspetto caratterizzante del dibattito tra i sistemi è la questione dell’obbligo o meno di un controllo sanitario. La si impiega come un indicatore della considerazione che il modello regolamentarista ha della prostituta, del giudizio morale nei suoi confronti, ovvero dell’attribuzione a quest’ultima della colpa per l’esistenza del fenomeno socialmente indesiderato della prostituzione. Questa attribuzione di colpa morale alla prostituta non è identica a considerare la prostituzione come un male sociale, proposizione condivisa da tutti e tre i modelli classici. C’è una differenza infatti tra condannare moralmente la prostituzione e condannare i soggetti che concreti che la svolgono: sia il cristianesimo che il femminismo del primo abolizionismo operano questa distinzione. E mentre proibizionismo e regolamentarismo considerano la prostituzione un male sociale di cui le prostitute sono colpevoli, l’abolizionismo condanna le istituzioni sociali.

Gli studiosi di politiche sulla prostituzione utilizzano ancora oggi queste categorie, aggiungendo ai tre modelli alcune varianti che possano rendere conto del mutato clima generale nei confronti della sessualità nell’ultima parte del ventunesimo secolo. Questa mutata visione, insieme all’emergere di movimenti di prostitute, ha aperto un dibattito sulla considerazione della prostituzione come lavoro, cosa impensabile al momento della nascita di tali categorie nel secolo scorso in cui era scontata l’equivalenza tra prostituzione e offesa al buon costume. I nuovi modelli di politiche, o proposte di politiche hanno in comune la considerazione della prostituzione come di un fatto sociale accettabile, con o senza particolari regole: il neo-regolamentarismo, il riconoscimento della prostituzione come lavoro, l’eliminazione delle forme di prostituzione libere.

2. Proibizionismo: il modello russo

Il proibizionismo, sistema diffuso in passato in Europa e ancora oggi nella quasi totalità degli Stati Uniti e in Russia, si basa originariamente su una visione tradizionale cristiana, per la quale allo scopo di difendere la famiglia bisogna eliminare le fonti di tentazione per la sessualità extraconiugale maschile. La donna tentatrice è condannata più severamente dell’uomo per la sua attività sessuale fuori del matrimonio. La condanna morale della prostituzione viene tradotta puramente e semplicemente in proibizione legale: le prostitute non vengono punite solo per l’adescamento, ma per il fatto stesso di prostituirsi. È implicito che i clienti, data la loro posizione di superiorità sociale in quanto maschi, non vengano colpiti, o nonostante il loro più alto numero, lo siano in misura molto minore delle prostitute. L’obiettivo manifesto della riduzione della prostituzione, scopo che comunque viene condiviso anche dagli altri modelli di politiche classiche, è perseguito facendo conseguire a un atto immorale un qualcosa di più. Ciò, si denuncia oggi negli Stati Uniti e comporta un costo economico molto elevato. Al proibizionismo è succeduto in numerosi Stati europei il regolamentarismo, che si è fatto forte della sconfitta proibizionista persino nell’obiettivo parziale di tenere sotto controllo la prostituzione. A partire dagli anni Trenta, discostandosi dalla precedente impostazione marxista – che considerava la prostituta una vittima della realtà capitalista – la donna coinvolta nel mercato del sesso è giudicata moralmente responsabile e pertanto colpevole delle proprie azioni. Il meretricio è infatti ricondotto a una forma di parassitismo, che viola l’art.12, Costituzione secondo cui: “il lavoro nell’URSS è obbligo e impegno d’onore di ogni cittadino idoneo al lavoro”. Segue poi la politica di Gorbaciov che considera la prostituzione un’espressione del materialismo proprio dell’esistenza umana occidentale e idonea ad alimentare la seconda economia corrotta del paese, contraria a qualsiasi principio fondante la Repubblica socialista.

Tale impostazione induce la dottrina e l’opinione pubblica a sostenere la criminalizzazione del meretricio; al medesimo tempo la diagnosi dei primi casi di ADS alimenta questa condanna morale. Nel 1987, un decreto del Soviet Supremo introduce la perseguibilità amministrativa per chiunque offra servizi sessuali; tale previsione è inclusa nel codice sovietico sulle offese amministrative della Federazione Russa del 2001. La scelta di perseguire amministrativamente la prostituta è riconducibile alle finalità che questi rami del diritto perseguono all’interno del quadro normativo russo. Infatti, secondo l’art.1, c.2: “gli scopi della normativa in materia di reati amministrativi sono la tutela della persona, dei diritti e delle libertà umane, della salute dei cittadini, la difesa della morale pubblica. A partire dal terzo mandato presidenziale, Vladimir Putin ha iniziato a presentarsi quale difensore dei valori, della moralità e della tradizione russa. Questa nuova concezione si è accompagnata ad una rinata collaborazione con la Chiesa Ortodossa Russa: così Vladimir Putin ha richiesto l’intervento della Chiesa per rafforzare l’identità nazionale russa. Tuttavia, tale collaborazione potrebbe minare la nozione dei diritti umani fondamentali (capi I e II Costituzione 1993), nonché deteriorare lo status della prostituta all’interno della società. Oltre a non condividere la nozione correnti di “diritti fondamentali”, la Chiesa Ortodossa è ferma nel riconoscere la liceità dell’atto sessuale all’interno del solo rapporto coniugale, il quale corrisponde alla più completa comunione ed armonia degli sposi; di conseguenza essa condanna condotte di reificazione della sessualità e del corpo umano come la prostituzione, sostenendo il quadro normativo sovietico.

Il più significativo diritto fondamentale riconosciuto in Costituzione e inerente all’esercizio del meretricio è il diritto alla salute (art.41). Focalizzandosi sulla prevenzione e sul trattamento delle malattie sessualmente trasmissibili, il Governo sovietico era già intervenuto attraverso l’istituzione di specifiche strutture volte a sensibilizzare la popolazione, ma l’inadeguatezza delle strutture medesime comportava un’alterazione del rapporto medico-paziente e negava l’accesso a cure adeguate da parte di una classe vulnerabile come quella esercente il meretricio. Ad esempio, la possibilità di sottoporsi a controlli e trattamenti inerenti l’ADS è molto spesso negata a causa del sistema di registrazione della residenza esistente nella Federazione, il quale subordina ancora l’accesso al servizio sanitario all’ottenimento del permesso concesso dal Servizio federale migrante, nonostante la Corte Costituzionale si sia pronunciata nel 1996 e nel 1998 affermando che la registrazione non può limitare l’esercizio di un diritto fondamentale. Ulteriore lesione del diritto alla salute della prostituta si individua nel sistema della sanità pubblica. Non è riconosciuta la possibilità di sostenere il testo dell’HIV in forma anonima, nonostante la legge federale preveda tale ipotesi. Alla luce di ciò, potenziali datori di lavoro sono in grado di accedere facilmente a tale informazione.

Allo stesso tempo varie ONG denunciano l’obbligo per l’individuo di sottoporsi al test clinico indipendentemente dalla prestazione del consenso o dallo svolgimento di una professione soggetta all’esame obbligatorio; contestualmente gli stessi enti registrano un’elevata violazione del tradizionale principio di confidenzialità della relazione medico-paziente. La pratica risulta in netto contrasto con gli artt. 23, c.1 e 24. c.1, Costituzione, secondo i quali “ciascuno ha diritto all’inviolabilità della vita privata, alla riservatezza personale, alla difesa del proprio onore e del buon nome” nonché “non sono ammessi la raccolta, la conservazione, l’uso e la diffusione di informazioni sulla vita privata di una persona senza il suo consenso”. L’impossibilità effettiva di accedere a un servizio sanitario adeguato, nonché di agire in giudizio, la disparità occupazionale ed economica denunciata dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, sono idonei ad integrare una violazione del principio di uguaglianza, la cui formulazione è racchiusa oggigiorno nell’art.19 Costituzione. Il quadro di persistente violazione dei diritti fondamentali è oltretutto aggravato dall’impossibilità di intervenire a tutela della donna da parte di organizzazioni terze. Infine, un ulteriore diritto fondamentale che tradizionalmente emerge in relazione al meretricio è la dignità umana, la cui inviolabilità è sancita dall’art.21 c.1, Costituzione. Tuttavia, nelle sue pronunce la Corte costituzionale è solita riconoscere come valori fondanti il principio di eguaglianza (art.19 Costituzione) il qual risulta funzionale ad interpretare i diritti socioeconomici come strumentali al rispetto e alla promozione della dignità umana. Si potrebbe comunque ribattere che dalla violazione dei diritti menzionati scaturisce contemporaneamente la violazione della dignità umana della prostituta.

2.1 Critiche al modello russo

Dall’attuale quadro normativo discende una maggiore esposizione a rischio di contrarre malattie, la condanna della prostituta ad una morte sociale e una maggiore crescita del monopolio da parte delle organizzazioni criminali. Tale politica restrittiva non sembra in alcun modo idonea a tutelare e garantire i diritti fondamentali della donna, né a eliminare l’esercizio del meretricio moralmente condannato. Tuttavia, è necessario considerare che sulla base dell’art.15 c.4, Costituzione, secondo cui, “i principi universalmente riconosciuti, le norme del diritto internazionale e i Trattati internazionali della Federazione Russa costituiscono parte integrante del sistema giuridico russo. Se mediante un Trattato internazionale della Federazione Russa sono stabilite regole diverse rispetto a quelle previste dalla Legge, allora si applicano le regole del Trattato Internazionale”, la Federazione russa sta venendo meno a impegni e obblighi da lei assunti a livello internazionale.

Per esempio, la cornice normativa attuale non rispetta sia la previsione dell’art.6 sia gli artt. 5,11,12,13 della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (1979) dal momento che non è in grado né di impedire il proliferare della pratica del meretricio, né di difendere la donna da numerose discriminazioni di ordine socioeconomico e tale conclusione è stata sostenuta dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne. Allo stesso tempo sembra riscontrabile una violazione dell’art. 8 CEDU in merito al rispetto della vita privata dell’individuo: come affermato dai giudici di Strasburgo, l’atto sessuale consensuale tra due soggetti maggiorenni ricade in tale previsione e di conseguenza, quando lo Stato decide di rendere illegale la suddetta condotta, è necessario che il quadro normativo sia idoneo a proteggere eventuali soggetti vulnerabili coinvolti; nella specie il Governo non sembra in grado di proteggere la prostituta dal momento che il proibizionismo attuale persegue quale unica finalità quella di sanzionare sia la parte venditrice sia la parte acquirente sul presupposto di un giudizio di immoralità sulla prostituzione. Sommariamente, dunque, il panorama politico-legislativo russo non sembra interessato a tutelare la prostituta. Le uniche prospettive individuabili alla prospettazione di un ricorso innanzi alla Corte costituzionale o a un eventuale intervento degli organismi internazionali in materia. I numeri sono discordanti. Nonostante la prostituzione in Russia sia illegale, stando ai dati approssimativi nel settore lavorerebbero sino a un milione di persone. Secondo l’organizzazione “Rosa d’Argento”, un movimento che si occupa delle problematiche dei lavoratori del sesso, il numero di tali persone sarebbe invece più nutrito, e ammonterebbe circa a tre milioni. Al fine di tutelare i diritti di tali lavoratori, nel maggio del 2013, si è tentato di far riconoscere ufficialmente un’organizzazione non- profit che li rappresentasse.

Secondo quest’ultima, in base al diritto alla privacy, sancito dalla Costituzione, la prostituzione dovrebbe essere depennata dall’elenco dei commerci illeciti, riconoscendo alle persone la libertà di poter disporre del proprio corpo. Il Ministero della Giustizia ha però opposto un netto rifiuto.

2.2 Il confronto con Stati Uniti e Irlanda

La materia non rientra tra i poteri costituzionalmente riservati alla Federazione statunitense, ma rientra nella competenza dei legislatori statali. Gli Stati, ad eccezione del Nevada, hanno tutti previsto l’illegalità della prostituzione, essenzialmente in base ai valori morali del matrimonio, della castità e della dignità della donna; una disciplina il cui fondamento risale essenzialmente all’inizio del XX secolo e che classifica la prostituzione alla stregua di un’offesa alla pubblica decenza. Sulla base di ciò, alcuni studiosi hanno criticato come inefficace la normativa, soprattutto alla luce della persistenza e dell’ampiezza del fenomeno. La principale disciplina federale in materia è il Mann Act, fondato sui poteri del Congresso stabiliti dal c.d. Commerce Clause. Tale legge è stata emanata nel 1970 allo scopo di porre fine allo sfruttamento sessuale delle donne, regolamentare la prostituzione e le pratiche immorali. L’act è stato modificato da ultimo nel 1978 e nel 1986. Se la disciplina federale è rivolta ai clienti e agli sfruttatori delle prostitute, generalmente gli ordinamenti statali (con l’eccezione del Nevada) pongono maggiore attenzione alla persona che esercita il meretricio. I singoli sistemi giuridici statali prevedono diverse definizioni di cosa possa costituire un atto sessuale ai fini della disciplina della prostituzione. Ad esempio, l’Illinois e la Carolina del Nord richiedono un atto di penetrazione sessuale, mentre in altri stati rientrano, ad esempio, il contatto, anche in presenza di abbigliamento, con gli organi sessuali (Hawaii, New York, Minnesota).

Diversi stati, tra cui la Pennsylvania, hanno stabilito che non è necessario che sia avvenuto il contatto fisico; piuttosto, è l’offerta dell’attività sessuale che conta. Altri Stati richiedono un determinato livello di attività sessuale prima di poter riscontrare la prostituzione (Georgia e New Mexico). In ogni caso l’atto sessuale non deve necessariamente compiersi con l’individuo responsabile del versamento del corrispettivo.

Il Nevada è l’unico stato ad aver legalizzato la prostituzione; oggi sette contee permettono la prostituzione su tutto il loro territorio. Tutti i regolamenti mirano a conservare gli obiettivi dello Stato del Nevada in tema di morale pubblica, salute e sicurezza. L’Irlanda è uno dei Paesi che hanno riformulato le leggi sulla prostituzione nel corso degli anni Novanta, passando da depenalizzazione dell’adescamento avvenuta per sentenza di incostituzionalità della categoria “prostituta notoria” a una sua reintroduzione in un modo che la rende un paese semi-proibizionista. Nel periodo di depenalizzazione, dopo il 1982 e fino al 1993, vi è stata ugualmente (secondo i giornali) un’attività di contrasto da parte della polizia. Negli ultimi la polizia ha svolto controlli sulla pubblicità e chiuso alcune agenzie di escort. Nel 1999 è stato sequestrato il quindicinale “In Dublin”, a causa della pubblicazione di pubblicità ambigua di centri per la salute. In questo piccolo paese cattolico la prostituzione è diventata tema di pubblico dibattito per la prima volta in tempi recenti nel corso degli anni Novanta in ragione della forte preoccupazione sulla diffusione dell’HIV, con due convegni organizzati a Dublino dal Women’s Health Project. Fondate nel corso del diciannovesimo secolo, le Case Magdalene, rappresentavano il luogo dove le prostitute venivano accolte. L’obiettivo era quello di toglierle dalla strada, di accoglierle per breve termine e offrire loro una possibilità di riabilitazione nella società.

2.3 Fonti e Statistiche

In Irlanda, la mancanza di una rete di servizi operante sul territorio rende impossibili offrire delle stime ben precise. È evidente la presenza della prostituzione a Dublino e a Cork, ma non in altri luoghi. A Dublino, le donne che si prostituiscono sono almeno 40; altre stime portano invece fino a 600 il totale. Nel 1992 la stima per Dublino era intorno al centinaio, il 90% costituito da irlandesi.

3. Neoproibizionismo: il modello svedese

L’approccio legislativo che è spesso definito come “neoproibizionista” si fonda su un completo rovesciamento di prospettiva rispetto al modello abolizionista.

Il neoproibizionismo in materia di prostituzione considera meritevole di sanzione il solo cliente: la donna è infatti ritenuta vittima dell’attività del meretricio e più in generale della cultura contemporanea caratterizzata da una disparità di genere. Questo modello si basa sul principio secondo cui la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna.

Il modello svedese di gestione del fenomeno della prostituzione rappresenta il più famoso esempio di neoproibizionismo.

Dagli anni ’60 lo Stato svedese ha iniziato ad inserire nella sua politica quella che è stata definita “la questione sulla parità di genere”. Il dibattito ha portato ad una serie di modifiche tra cui: lo sviluppo di un Ministero della Parità e di una commissione parlamentare nel 1976, la creazione di un mediatore per le pari opportunità nel 1980. La ricerca in tema di prostituzione in Svezia si è particolarmente sviluppata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando sono stati condotti alcuni studi che collegavano l’espansione della prostituzione ad una commercializzazione della società, alla perdita di valori, ed alla subordinazione delle donne. Mentre quest’ultime erano state nei secoli disprezzate per la loro attività, punite se trasgredivano gli obblighi ed i divieti a cui erano soggette in qualità di prostitute, il cliente era solamente l’uomo qualunque, colui che usufruiva di un servizio, gloriandosi della sua virilità.

Il 4 giugno 1998 il Riksdag ha adottato la legge 408/1998 sul divieto di acquisto di servizi sessuali, dando inizio ad una nuova fase legislativa inerente alla pratica del meretricio. Tale legge era parte di un pacchetto di provvedimenti chiamato “Violenza contro le donne” e venne presentato dal Governo a guida socialdemocratica stabilendo che “la prostituzione non è un fenomeno sociale desiderabile”. La prostituta è considerata vittima dell’attività da lei svolta e tale qualificazione emerge dal carattere coercitivo del suo ingresso nel mercato, dalla sua condizione di vulnerabilità in quanto presente illegalmente sul territorio od oggetti di precedenti abusi: ciò evidenzia la mancanza di qualsiasi scelta da parte della donna e la necessità di un intervento statale a sua tutela. La ragione di tale legge sta nel fatto che il fenomeno è considerato un abuso fisico, oltre che una manifestazione di disparità di genere, poiché la quasi totalità della domanda per servizi sessuali a pagamento deriva da uomini, e gran parte dell’offerta da donne. Chi si prostituisce, si trova in una posizione di fragilità, sociale ed economica, senza poteri di negoziazione nei confronti del cliente. Il concetto nuovo che caratterizza la normativa svedese, quindi, è quello di considerare non commerciabile il corpo umano. Il cliente è perseguito perché causa un danno diretto alla persona dalla quale acquista servizi sessuali, e anche all’insieme delle donne come genere.

I punti di forza della legge vengono individuati nel fatto di aver riconosciuto lo status di “vittime della violenza maschile” alle donne che si prostituiscono, e l’aver acceso i riflettori sul ruolo del cliente, fin troppo a lungo considerato come colui che usufruiva di un servizio. Lo Stato svedese ha una forte tradizione paternalistica riflessa nella politica pubblica del Welfare State. La libertà non risulta un’attribuzione idonea a consentire il massimo sviluppo dell’individuo; al contrario, essa è propria della collettività e lo Stato, nel perseguimento del benessere di quest’ultima, preferisce introdurre politiche specifiche piuttosto che fare affidamento al libero mercato. Allo stesso tempo, con riguardo al meretricio, l’impostazione svedese non ammette alcuna forma di istituzionalizzazione economica del mercato del sesso, la quale comporterebbe una segregazione occupazionale della donna in un’area di mercato caratterizzata dalla subordinazione al cliente investito di potere economico.

Lo Stato svedese è fermo nel riconoscere la parità di genere e il Welfare State quali valori fondanti e gerarchicamente superiori, evitando qualsiasi bilanciamento con diritti fondamentali terzi inerenti alla prostituzione e previsti in Costituzione, come la libertà occupazionale.

Il Riksdag introduce un quadro normativo completo, intervenendo su numerosi rami del diritto e subordinando i diritti della prostituta ad un più elevato interesse ed obiettivo statale, dimenticando che l’offerta di servizi è un’attività lecita sul territorio svedese. Per esempio, il codice sulla proprietà immobiliare n.994/1970 impone al locatario di risolvere in anticipo il contratto di affitto nell’ipotesi in cui l’immobile, o una sua parte, siano utilizzati per scambiare servizi sessuali a pagamento; analogamente la legge n. 614/1991 prevede la confisca dell’abitazione nell’ipotesi in cui quest’ultima sia utilizzata per l’esercizio del meretricio. Avendo riguardo invece al diritto alla salute, né la legge n.453/2001 sui servizi sociali, né quella in materia di assistenza sanitaria n.763/1982 prevedono alcuna disposizione specifica a tutela della prostituta. L’art.2 in materia di assistenza sanitaria si limita ad affermare che “le istituzioni pubbliche promuovono l’assistenza sociale e la sicurezza sociale, nonché le condizioni favorevoli per una buona salute”, nel rispetto della politica di Welfare State diretta ad individuare una responsabilità statale nell’assicurare condizioni di vita idonee a garantire l’autodeterminazione dell’individuo.

L’obiettivo dell’assistenza sanitaria si identifica nel perseguimento di un buon livello di salute e assistenza per l’intera popolazione a condizione di parità. L’assistenza deve essere fornita avendo riguardo all’equo rispetto e la dignità dell’individuo. Coloro che risultano maggiormente bisognosi di assistenza sanitaria devono essere privilegiati”. Dalla lettura di tale disposizione emerge la possibilità di proteggere la salute dell’individuo attraverso un sistema sanitario inclusivo, esente da qualsiasi discriminazione di ordine economico-sociale e ciò porta a ritenere un’accessibilità del servizio da parte della prostituta priva di ostacoli.

Tuttavia, il sistema di assistenza sanitaria spesso non è stato in grado di garantire “le condizioni favorevoli per una buona salute”, rispettando contestualmente altri diritti fondamentali di cui l’individuo è titolare. Al momento dell’adozione del divieto di acquisto di servizi sessuali e sino al 2004, la prostituta portatrice di HIV, al pari di qualsiasi altro individuo, è soggetta alle previsioni della legge sulle malattie trasmissibili n. 1472/1988. Da un lato si prevede la registrazione delle persone infette, nonché una loro tracciabilità e isolamento in caso di diffusione del virus; dall’altro lato, si impone a queste ultime di comunicare la loro condizione a qualsiasi soggetto terzo che rischi di essere da loro contagiato, nonché di avere soltanto rapporti protetti. Le condizioni di salute delle donne prostitute sono le stesse in ogni Paese Europeo, nello specifico, però, assume particolare rilevanza la relazione che intercorre tra prostituzione e disturbo da stress post-traumatico.

Tale quadro normativo, oggetto di numerose critiche da parte dell’opinione pubblica e della comunità internazionale porta alla condanna del Governo svedese nel 2005, quando i giudici di Strasburgo riscontrano una violazione degli artt. 5 e 8 della CEDU rispettivamente in materia di libertà personale e di rispetto della vita privata. Nelle città di Stoccolma, Göteborg e Malmö esistono unità specifiche volte a sensibilizzare la popolazione in materia di prostituzione e, soprattutto, ad aiutare i soggetti ad abbandonare il mercato del sesso attraverso interventi sul luogo. Riconoscendo la prostituzione come espressione della disparità di genere e al pari di una forma di oppressione da eliminare, gli operatori sociali ritengono che un supporto “assistenziale” della donna contribuirebbe alla sua permanenza sul mercato del sesso e pertanto sarebbe in contraddizione con l’obiettivo normativo promosso dal Governo. Il giudizio sulla “Swedish prostitution Law” da parte del mondo politico e dell’opinione pubblica nazionale è largamente positivo.

La Polizia ha ricevuto dallo Stato delle risorse economiche extra per fronteggiare il fenomeno della prostituzione. I fondi sono stati impiegati per acquistare telecamere a infrarossi e altre macchine per la sorveglianza a distanza e per avviare indagini sui canali di contatto per la prostituzione al chiuso.

Nelle città principali, sono numerosi gli interventi rivolti sia alle donne prostitute che ai clienti. Il servizio pubblico, denominato “Unita di Prostituzione”, offre percorsi terapeutici alle donne che si prostituiscono e ai clienti. Le amministrazioni comunali dispongono, invece, un sussidio sociale e un sussidio per l’affitto a favore delle donne che intendono di abbandonare la prostituzione.

3.1 Critiche al modello svedese

Il mercato del sesso si è adattato al nuovo contesto normativo sotto l’ombra dell’illegalità e della clandestinità. Nonostante la formale legalità dell’offerta di servizi sessuali e al fine di proteggere i propri clienti e di conseguenza i propri interessi economici, la prostituta deve nascondere la propria attività sotto false denominazioni. Oggigiorno la donna fa uso della nuova tecnologia per contattare i propri clienti, mentre, per continuare ad esercitare la prostituzione per strada, si rifugia in aree maggiormente periferiche della città, rendendosi così più vulnerabile. Molti affermano che il fenomeno si sia spostato al chiuso, ma non ci sono ricerche che confermano questa tesi, poiché il fenomeno è aumentato in tutti i Paesi europei, grazie allo sviluppo e all’espansione delle nuove tecnologie. La prostituzione virtuale, negli ultimi anni, è in continua crescita ed è anche più difficile da controllare.

La competitività del mercato, dovuta all’abbassamento della domanda, porta la donna ad accettare clienti aggressivi o che richiedono prestazioni non protette. Altra conseguenza del quadro normativo esistente è riflessa nel comportamento restio della prostituta nei confronti delle forze di polizia. La donna non cerca infatti protezione presso queste ultime dal momento che, a seguito di una denuncia, è destinata ad essere sottoposta ad interrogatori; eventuali suoi beni, idonei a fornire argomenti di prova, verrebbero confiscati. Tale mancanza di fiducia si sostanzia nell’instaurazione di rapporti di protezione con soggetti terzi La mancata criminalizzazione della professione non è in grado di proteggere la prostituta da comportamenti discriminatori; per esempio, le autorità giudiziarie e gli assistenti sociali sono soliti a negare l’affidamento dei figli ad una donna coinvolta nel mercato del sesso indipendentemente da una valutazione complessiva del superiore interesse del minore. Infine, la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali non è stata accompagnata da un’idonea tutela processuale della prostituta. Infatti, alla donna prostituta è negata la titolarità di un diritto al risarcimento e l’accesso al patrocinio gratuito.

I rapporti nazionali riportano il cambiamento del sentire comune in relazione all’importanza della parità di genere e alla rilevanza della prostituzione, nonché il lento deterioramento del mercato del sesso, dovuto al modello legislativo adottato e documentato attraverso la riduzione sia dell’offerta sia della domanda. Diversamente coloro che sostengono l’autodeterminazione sessuale della donna ed una sua piena libertà occupazionale denunciano il modello svedese per aver attribuito alla prostituta uno status di vulnerabile clandestina, idoneo a considerare l’individuo incapace di intendere e di volere. La prostituzione è un fenomeno eterogeneo e per questo motivo, il suo profilo violento, deve essere eliminato nel rispetto di un principio di proporzionalità e facendo affidamento ad una disciplina efficace sulle donne.

Secondo la Relazione ufficiale del 2010, le prostitute che continuano a praticare la propria professione ritengono che la criminalizzazione dei loro clienti abbia condizionato negativamente le proprie condizioni di lavoro. Diversamente le donne che hanno abbandonato tale strada riportano che la loro scelta è stata dettata dalla riforma legislativa, la quale ha cambiato la loro percezione del meretricio, eliminando un senso di vergogna le portava a nascondersi piuttosto che a rivendicare la loro condizione di oppressione femminile e di schiavitù sessuale. Margareta Wimberg, all’epoca ministro per la Parità tra i Sessi, intervenendo ad un congresso su “Donne, Lavoro e Salute” a Stoccolma, nel giugno 2012 affermò che “la prostituzione non è mai un lavoro o il risultato di una libera scelta delle donne”. Questa posizione fu condivisa da una parte del pensiero femminista. Il cosiddetto Trans-exclusionary radical feminism, e cioè un’area del femminismo radicale che è soprattutto statunitense e appartiene alla seconda ondata del movimento, non solo critica fortemente le identità transgender, ma si oppone anche alle sex workers (“prostituirsi non è una professione che si può esercitare liberamente, ma è frutto di un’oppressione”). Per l’Economist “il divieto della prostituzione, totale o parziale, è stato un prevedibile disastro. Non è riuscito a stroncare il mercato del sesso e ha portato a risultati negativi. La violenza contro la prostituzione resta impunita perché è improbabile che le vittime, ai margini della società, chiedano giustizia. Vietare l’acquisto di sesso è illiberale tanto quanto vietarne la vendita. L’obiettivo dichiarato dalla Svezia è abolire la prostituzione eliminando la domanda; ma il mercato del sesso esisterà sempre”.

Prendendo come riferimento il modello svedese, il 26 febbraio del 2015 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che definisce la prostituzione come una violazione dei diritti umani e indica come via prioritaria per combatterla le politiche incentrate sul contrasto della domanda.

3.2 Il rapporto e il confronto con i Paesi limitrofi

Negli anni successivi, altri Stati hanno seguito l’esempio legislativo svedese. La Norvegia e l’Islanda hanno addirittura inasprito la legislazione, prevedendo che i clienti possano essere perseguiti anche se è accertato che abbiano acquistato prestazioni sessuali all’estero. Negli altri Paesi del Nord Europa le politiche sono completamente differenti. Inizialmente, Olanda e Danimarca andavano in direzione completamente opposta. In Olanda, la crescita del fenomeno della prostituzione ha condotto alla necessità di ricorrere a nuovi strumenti che sostituissero la politica di tolleranza seguita da decenni, con la quale si era rinunciato a perseguire la prostituzione al chiuso, ma che tuttavia comprendeva una forte limitazione della stessa: dagli anni Ottanta vige di fatto una restrizione di questa forma di prostituzione in apposite zone.

Il mutamento di politica è avvenuto al fine di separare un settore legale da uno illegale e poter dedicare le risorse investigative solo a quest’ultimo, mentre la regolazione del settore legale deve avvenire attraverso misure amministrative, di cui l’applicazione è più veloce e più certo

Dal 2000, è stata introdotta una nuova normativa neo-regolamentarista. Le sex workers volontarie hanno uno status professionale. Le attività di prostituzione sono autorizzate a livello comunale; inoltre è permesso organizzare attività di prostituzione per conto di terzi. Immediata conseguenza di tale innovazione è il fatto che ad oggi i famosi sex club e le sempre più diffuse agenzie che offrono servizio di accompagnamento, devono considerarsi imprese legali sotto ogni profilo. È opportuno sottolineare che se da un lato, è stato abolito il generale divieto di esercizio delle case di prostituzione, dall’altro il legislatore olandese non ha promulgato alcuna legge avente per oggetto una regolamentazione della prostituzione a livello nazionale. Un cambiamento importante è rivestito dal fatto che le attività di prostituzione sono state riconosciute a tutti gli effetti come una forma di lavoro retribuito. Tuttavia, le autorità non hanno a disposizione strumenti che permettano di disciplinare il rapporto; questo compito è lasciato alle due parti. Le autorità possono, effettuare operazioni di controllo per appurare l’assenza di rapporti di dipendenza.

Tale regolamentazione decentrata ha portato ad un netto miglioramento delle condizioni delle persone che si dedicano all’esercizio della prostituzione soprattutto grazie all’inserimento nelle ordinanze comunali di norme riguardanti la sicurezza e l’igiene.

Le autorità pubblicano opuscoli informativi a uso di chi esercita e di chi gestisce attività di prostituzione, nei quali vengono fornite informazioni anche in merito alla previdenza sociale; queste pubblicazioni si propongono di fungere da mezzi di assistenza nella decisione di optare per la libera professione o per la prestazione di attività di lavoro retribuite.

Il governo olandese, quindi, ha cercato di adottare leggi che permettessero di considerare tale settore come parte integrante del sistema economico. Certamente, non si tratta di un compito semplice: se è vero che la prostituzione è legale, e anche vero che non è socialmente accettata e considerata un mestiere “normale”.

In Danimarca, la prostituzione di per sé è legale e le donne che la esercitano, vengono considerate a tutti gli effetti delle lavoratrici. Una novità è da rintracciarsi nel consenso: la prostituzione è una scelta legittima sia da parte del cliente che della prostituta. L’azione dello Stato si concentra nel rendere la vita più facile e meno pericolosa per le prostitute. È dubbio invece che una persona che si prostituisce si trovi in stato di necessità solo per tale fatto.

L’attivismo delle prostitute ha avuto un picco negli anni Ottanta sotto la guida di Jackie Siwens, la quale ottenne un incontro con l’allora ministra degli Affari Sociali Karen Jespersen e un finanziamento per la rivista “Vi star sammen”; Siwens aveva contemporaneamente messo in piedi anche una linea di counselling telefonico.

Nei primi anni Novanta nella capitale danese vi è stata una vera e propria campagna per “ripulire le strade”, soprattutto nel quartiere di Vesterbro, che da zona a luci rosse si sta trasformando in quartiere residenziale.

4. I movimenti femministi

La Svezia è internazionalmente conosciuta per essere un Paese particolarmente all’avanguardia nel promuovere le pari opportunità tra uomini e donne. In questo paese, infatti, quello dell’uguaglianza di genere è un concetto profondamente radicato e ufficialmente riconosciuto, tanto che lo Stato è considerato un modello universale per l’impegno profuso nel sostenere le pari opportunità già a partire dagli anni Settanta. La politica nazionale svedese per la parità tra uomini e donne è basata sul Gender Mainstreaming, termine attraverso il quale si fa riferimento all’integrazione sistematica della parità di uomini e donne in tutti gli ambiti della politica e dell’amministrazione e la sua estensione a tutti i livelli delle istituzioni e delle organizzazioni. I principi di parità di genere sono inseriti nella Costituzione svedese.

L’eliminazione di qualsiasi forma di disuguaglianza tra i generi è compito trasversale di ogni settore della politica, andando ben oltre la politica femminile delle donne. Il concetto di uguaglianza di genere è centrale anche nella normativa che proibisce l’acquisto di prestazioni sessuali. La promozione ed il processo di normalizzazione della prostituzione sono nell’ottica svedese, una manifestazione della disuguaglianza tra i generi. Questo punto di vista ha, poi, trovato sostegno nel femminismo radicale americano che ricostruisce la condizione della donna in chiave di eroticizzazione del dominio maschile. Tale movimento propone una teoria destinata ad avere ampia diffusione e grande successo: la prostituzione va combattuta perché, degradando la condizione delle singole donne che la esercitano, mortifica la condizione di tutte le donne, rafforzando il loro stato di inferiorità all’interno della società. Questo nuovo proibizionismo è stato supportato anche dal femminismo culturale che identifica nella prostituzione la negazione della cultura delle donne, e nel diritto dello Stato il mezzo per la riaffermazione dei valori femminili violati.

4.1 Fonti e Statistiche

Le fonti più importanti per la Svezia sono costituite dai dettagliati rapporti ufficiali delle Commissioni sulla prostituzione della fine degli anni Settanta e della metà degli anni Novanta; oltre al recente rapporto sugli effetti della nuova legge del Consiglio svedese. A metà degli anni Novanta il numero totale delle prostitute attive in Svezia è stato stimato intorno alle 2.500 contro una cifra approssimativa di 2.000 nel 1980, in forte diminuzione rispetto anni Settanta.

L’evoluzione della prostituzione di strada vede una caduta dalle circa 1.200 donne contate nel 1984 alle 550 del 1989, per salire di nuovo a 650 nel 1993 e diminuire drasticamente dopo l’entrata in vigore della legge. Le ragioni della diminuzione avvenuta nel corso degli anni ’80 sono individuate nella paura dell’Aids, nel cambiamento generale della considerazione della prostituzione, nelle misure di polizia che permettono di allontanare forzatamente dalla strada le giovani donne sotto i venti anni, e anche nel successo dei Gruppi di prostituzione. L’aumento nel 1993 è dovuto invece alla bassa congiuntura economica: sono tornate sulla strada alcune donne che precedentemente avevano lasciato il mestiere, costrette dalla disoccupazione. La prostituzione di strada di praticava solo nelle tre maggiori città, cioè Stoccolma, Malmo e Gotemborg. La prostituzione al chiuso, nel 1992, a Gotemborg era nettamente doppia rispetto a quella praticata in strada.

In Olanda, la prostituzione è stata finora un fenomeno in fortissima e costante espansione, per lo meno nella sua parte visibile. Le stime collocano tra 20.000 e 25.000 coloro che si prostituiscono annualmente di cui solo il 5% lavora in strada, sia ad Amsterdam che altrove. Nella seconda metà degli anni Settanta si riteneva che il fenomeno riguardasse 6.000 persone. Negli anni ’80 la stima era già aumentata a 15.000. Oggi ad Amsterdam, sarebbero attive 10.000 persone.

In Danimarca, negli anni Novanta, si valuta che il numero delle prostitute sia aumentato contestualmente a una diminuzione di quello dei clienti, attribuito al rischio dell’AIDS e all’alta disoccupazione. Si suppone che negli ultimi anni la prostituzione di strada sia di poco aumentata: i servizi di counselling a Copenaghen, Odense hanno notato un aumento della loro clientela.

Le stime nazionali che risalgono al rapporto del 1989 mettono in luce una diminuzione della prostituzione in strada rispetto agli anni ’70. A parte il quartiere di Vesterbro a Copenaghen, non esistono altre zone a luci rosse: alla maggiore visibilità della prostituzione negli annunci corrisponde una sua minore visibilità sociale.

5. Regolamentarismo e neo-regolamentarismo: il modello tedesco

La definizione di prostituzione come peccato non si è tradotta subito in proibizione legale, anzi negli scritti di Tommaso e Agostino la si riteneva un fenomeno disgustoso ma dalle funzioni indispensabili. Obiettivo del regolamentarismo ottocentesco è stato l’eliminazione della prostituzione di strada attraverso le case di tolleranza. Queste erano gestite in modo molto rigido, con proibizioni di ogni tipo allo scopo di isolare le donne che vi lavoravano, private di diritti civili come quello di spostarsi liberamente sul territorio, di affacciarsi alle finestre delle stanze in cui vivevano. In particolare, i regolamenti nacquero nel 1802 per iniziativa di Napoleone, che rilevò l’inefficacia delle soluzioni proibizioniste per preservare la forza del suo esercito, messa in pericolo dalle malattie veneree. Il male necessario va controllato e canalizzato in luoghi lontani dalle scuole, dalle chiese, e per far ciò bisogna creare luoghi di prostituzione chiusi, che rendano non più necessaria la prostituzione in strada. Il regolamentarismo giustifica i suoi divieti e le sue discriminazioni con l’inferiorità morale della prostituta, che deve rassegnarsi al fatto di non essere una cittadina come le altre donne. Esso si sforza di garantire che non vi saranno conseguenze negative derivanti dall’atto sessuale per il solo cliente. Quando risultò evidente nei paesi che avevano il nuovo sistema che la proporzione di prostitute non registrate e quindi non controllate era sempre altissima, il regolamentarismo dovette ammettere di non poter gestire il fenomeno meglio del proibizionismo.

Con l’espressione “neo-regolamentarismo”, invece, si intende far riferimento alla legalizzazione della prostituzione mediante misure che la regolamentino, non più allo scopo di limitare quella che è da sempre considerata una piaga sociale, ma semplicemente di stabilire regole non discriminatorie al suo esercizio, che viene quindi riconosciuto come un’attività con un profilo legale.

Le ragioni della proposta o dell’adozione di queste politiche possono concretizzarsi nel riuscire a controllare la prostituzione e allo stesso tempo individuare un modo di vivere tra gli interessi delle prostitute e quelli dei residenti dei quartieri dove sono attive. La cessazione del divieto di prostituzione al chiuso è accompagnata dall’adozione di regole che soddisfino esigenze di ordine o sanità pubblica. Il sottoporsi ad esami sanitari, ora che è mutata la concezione del lavoro e non solo della sessualità, può essere considerato un requisito necessario per poter esercitare un mestiere, alla stregua delle altre condizioni stabilite per intraprendere qualunque attività negli stati burocratizzati contemporanei.

Ma anche la spinta emancipatoria dei movimenti delle prostitute ha puntato alla direzione del riconoscimento come lavoro. Alcuni di questi gruppi rivendicavano una piena equiparazione a un qualsiasi mestiere dell’attività del commercio del sesso.

La prostituzione come lavoro è un concetto non nuovo nella storia, si pensi ad esempio, all’esistenza della corporazione delle prostitute in alcune città medievali, ma solo la mobilitazione politica delle interessate lo ha riproposta all’attenzione pubblica. Invece, la prostituzione regolamentata a partire dal secolo scorso non è mai stata un lavoro: il suo status giuridico prevedeva solo obblighi e nessun diritto per le prostitute.

Il Governo federale tedesco giustifica la legalizzazione della prostituzione in vista di una maggiore tutela dei diritti fondamentali della prostituta. Nel giugno 1995 la Conferenza dei ministri degli affari delle donne dei Lander adotta una decisione con cui chiede al Governo Federale un intervento volto a migliorare la condizione legale e sociale delle prostitute; nello stesso anno viene presentato un disegno di legge volto a eliminare ogni forma di discriminazione cui queste ultime erano soggette. Nel 2000 la giurisprudenza dichiara che la prostituzione, se esercitata volontariamente da soggetti maggiorenni e se libera da qualsiasi legame con la criminalità organizzata, non può più essere considerata immorale. Il Prostitutionsgesetz è votato dal Bundestag il 20 dicembre 2001 ed entra in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo, dopo un iter parlamentare durato più di sei mesi. Tale legge, intitolata “Legge per il miglioramento della situazione legale e sociale delle prostitute segna una svolta fondamentale. L’obiettivo del legislatore è il miglioramento della condizione della prostituta e la lotta contro la criminalità organizzata che quotidianamente accompagna tale attività. La conferma della criminalizzazione della prostituzione e il riconoscimento di una maggiore tutela legale per la donna prostituta si riflette nel rispetto di una caratteristica fondamentale dello Stato democratico-liberale, ossia dell’autonomia decisionale di cui è titolare l’individuo (art.2 Costituzione). Questo perimetro di lecita autonomia è espressivo della nozione di dignità umana, anche nell’ipotesi in cui quest’ultima sia considerata indecente da soggetti terzi. Non è compito dello Stato proteggere l’individuo dagli effetti dell’esercizio del libero sviluppo della persona.

Nella Carta costituzionale tedesca, la dignità riveste un ruolo centrale e assoluto: l’art.1 c.1, ne sancisce l’intangibilità, riconoscendola come superiore a qualsiasi altro diritto fondamentale. Riconoscere e proteggere l’autonomia dell’individuo quale espressione della dignità umana significa considerare ciascun individuo su di un piano di parità e di equo rispetto: la dottrina e la giurisprudenza tedesca sono univoche nel riprendere la filosofia kantiana e vietare qualsiasi riduzione della persona ad una res. La nozione di libero sviluppo della persona come espressione della dignità umana è, invece, scissa dalla giurisprudenza tedesca in due elementi: potere riconosciuto all’individuo di adottare qualsiasi comportamento ed il riconoscimento di una riservatezza al fine di decidere come relazionarsi con la realtà esterna. A partire dal XXI secolo, la prostituzione è riconosciuta come espressione del libero sviluppo dell’individuo e della sua dignità dal momento che la donna non è trattata quale res, né la sua decisione occupazionale può essere ostacolata dal rispetto della nozione di buon costume. Così, l’attività di meretricio è da ricomprendersi nella previsione costituzionale (art.12 c.1) in materia di libertà occupazionale. Quest’ultima è da leggersi in combinato disposto con l’art. 2 c.1 Costituzione e di conseguenza il lavoro deve intendersi come una relazione che completa la vita dell’individuo e che si pone a fondamento dell’esistenza umana. Nonostante ciò, il legislatore non intende parificare la prostituzione all’esercizio di qualsiasi attività economica ma introduce un quadro normativo specifico e diretto a soddisfare gli interessi in gioco. Il Governo tedesco riconosce i problemi di ordine socioeconomico che sono alla base del fenomeno del meretricio e decide di portare alla luce il mercato del sesso e controllarne il funzionamento. Fino al 2001, la giurisprudenza affermava che la prostituzione offendeva il buon costume pubblico e di conseguenza il contratto di prostituzione era considerato nulla. A seguito della nuova normativa, il contratto tra la prostituta e il cliente viene considerato valido, riconoscendo alla prostituta una pretesa giuridica a conseguire la retribuzione pattuita per la prestazione eseguita. Le prostitute possono lavorare come dipendenti ma molte di esse lavorano tutt’oggi come lavoratrici autonome. Esse sono tenute al pagamento delle imposte sul reddito e dei contributi sociali; ad esse è attribuito il diritto all’assistenza medica, il sussidio di disoccupazione e la pensione. La legge tuttavia è stata criticata in quanto non avrebbe apportato reali cambiamenti nelle condizioni di lavoro delle prostitute. Con la c.d. Prostitutionsschutzgesetz del Bundes del 21 ottobre del 2016 si è cercato di rimediare ulteriormente ad alcuni aspetti critici persistenti della prostituzione. La legge per la tutela della promozione del 2016, avente natura amministrativa, definisce le nozioni di servizi sessuali, esercizio del mestiere, condizioni e luoghi in cui le attività di prostituzione sono permesse. Obiettivo della legge è rendere più sicuro il lavoro di chi opera nel settore. La normativa è stata anche oggetto di ricorsi costituzionali da parte di numerose prostitute, dichiarati irricevibili per mancanza di motivazione. Dal punto di vista della tutela legale, la donna non può essere rappresentata in tribunale da soggetti terzi; alla controparte è riconosciuta la sola possibilità di contestare il mancato adempimento della prestazione pattuita. Questa capacità di agire inalienabile e assoluta sembra rafforzare il diritto di autodeterminazione sessuale della donna prostituta, consentendole di rifiutare o limitare prestazioni a lei sgradite. In realtà è raro che la donna agisca in giudizio: la mancanza di informazioni in relazione al mercato del sesso è ancora diffusa e la sola minaccia di essere portati innanzi ad un giudice risulta sufficiente all’adempimento dell’obbligo contrattuale. Ulteriore obiettivo legislativo si identifica nella possibilità, riconosciuta in capo alla prostituta, di concludere un contratto di lavoro subordinato al fine di accedere all’assistenza sociale e previdenziale garantita dallo Stato ma senza legittimare un rapporto di patronato. È comunque da ritenersi raro che prostituta e tenutario concludano un contratto di lavoro subordinato. Quest’ultimo, infatti, si ritiene maggiormente esposto ai rischi economici derivanti da un possibile inadempimento. La prostituta teme invece che il tenutario possa limitare nettamente la libertà di autodeterminare la propria attività; allo stesso tempo il pagamento di contributi diretti ad una protezione sanitaria-previdenziale appare superiore alla sua disponibilità economica.

Il modello tedesco è succeduto in moltissimi stati europei al proibizionismo trovando terrendo fertile proprio a causa del fallimento di quest’ultimo e facendo di tale sconfitta una delle sue fortificazioni.

Tra i Paesi europei la Germania è, senza dubbio, uno di quelli con il maggior numero di prostitute. Nonostante queste cifre da “capogiro” la situazione della prostituzione è ormai da decenni tranquilla, priva di allarmi per la pubblica decenza e l’ordine pubblico. Sebbene esistessero leggi che la ostacolavano e che venivano impiegate per impedirne l’attività, la prostituzione da molto tempo trova un suo modo di vivere con la società tedesca. Tale tolleranza di fatto si è concretizzata principalmente attraverso una zonizzazione della prostituzione sia al chiuso che all’aperto, a discrezione dei comuni. Infatti, ogni municipalità ha il potere, ai fini della tutela del buon costume, di individuare zone del territorio comunale dove la prostituzione non è consentita.

5.1 Alcuni profili del Prostitutionsgeset nell’ordinamento tedesco

L’adozione del Prostitutionsgeset ha attribuito prostituta, in quanto lavoratrice, nuovi diritti di natura socioassistenziale, condizionandone ulteriori rami del diritto. Per esempio, oggigiorno la donna coinvolta nel mercato del sesso può accedere all’assistenza sociale fornita dall’Agenzia federale del lavoro (art.36 c.1, codice sociale). Quest’ultima non trova, per i soggetti disoccupati, impieghi all’interno del mercato del sesso; si nega l’esistenza di un diritto in capo al datore di lavoro a richiedere all’Agenzia federale la ricerca di personale per la sua attività. Un ulteriore obiettivo legislativo si identifica nel tentativo di allontanare il mercato del sesso dal controllo operato della criminalità organizzata. Accanto alla decriminalizzazione e alla valorizzazione morale della prostituzione, il legislatore riconduce allo sfruttamento la sola ipotesi di dipendenza economica o personale della prostituta nei confronti del padrone; il favoreggiamento ricomprende il lenocinio, nonché ipotesi di esercizio di un potere di eterodirezione nei confronti della donna. Da un rapporto federale del 2007 emerge che il quadro normativo introdotto dal Prostitutionsgeset non è in grado di raggiungere gli obiettivi legislativi prefissati, come l’introduzione di meccanismi di protezione giuridica. Dal punto di vista soggettivo, rientrano nel campito di applicazione della suddetta legge, chiunque offra un servizio sessuale in cambio di una remunerazione indipendentemente dalla frequenza, nonché chiunque gestisca un’attività in cui tali servizi sono offerti. Inoltre, è previsto un obbligo di registrazione presso le apposite autorità amministrative. Alla luce di quest’ultimo punto, la prostituta riceve un certificato di registrazione della durata temporanea e dotato di foto di riconoscimento che le consente di lavorare nei luoghi da lei indicati. Tuttavia, l’introduzione di una registrazione obbligatoria, che prevede la raccolta di dati personali legati alla libertà personale, costituisce una violazione del diritto di autodeterminazione sessuale dell’individuo; nel medesimo tempo la negazione della registrazione da parte delle autorità amministrative costituisce una violazione della libera scelta occupazionale. I dati personali forniti dalla donna durante il processo di registrazione devono essere cancellati dai database non oltre 3 mesi dalla data di scadenza del certificato. L’accesso ai dati può essere concesso solo per fini scientifici o statistici. Quest’ultimo punto, però, entra nettamente in contrasto con la direttiva CE n.96/46 relativa alla “alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”. Al fine di constatare che la donna stia intraprendendo un percorso professionale di sua volontà, è previsto un colloquio individuale da attuarsi prima dell’emissione del certificato. L’autorità amministrativa è obbligata a prendere misure immediate volte a proteggere l’individuo, qualora riscontri la sussistenza di fattori coercitivi. Tuttavia, appare alquanto improbabile che attraverso un unico colloquio, sia possibile dimostrare che la donna stia entrando spontaneamente o non nel mercato del sesso. La previsione di una “sessione di terapia sanitaria annuale” è stata fortemente criticata in quanto comporta l’eliminazione del precedente quadro normativo, caratterizzato dall’anonimato e dalla volontarietà dei controlli. Particolarmente rilevante è la possibilità di concedere licenze temporanee per coloro che intendono esercitare la prostituzione sotto forma di impresa. La licenza può essere negata se l’attività è riconosciuta come contraria all’ordine pubblico; al contrario può essere concessa solo in presenza di talune condizioni tali da migliorare le condizioni di vita della prostituta. Inoltre, il richiedente ha l’obbligo di dichiarare le modalità dettagliate con cui intende esercitare l’attività imprenditoriale in modo da dimostrare il legale svolgimento della stessa. Le autorità amministrative competenti sono autorizzate a disporre ispezioni sui luoghi in cui si svolge l’attività di prostituzione qualora ritengano che le stesse siano esercitate senza aver ottenuta alcuna licenza.

5.2 Considerazioni sulla normativa

Il legislatore si è maggiormente concentrato sull’introduzione di un controllo penetrante del fenomeno del meretricio, senza tener conto dei diritti degli individui coinvolti nel mercato. L’attenzione, perciò, dovrebbe essere riposta sull’individuo e non sul mercato. Il Prostitutionsgeset dedica numerose e specifiche previsioni in merito all’esercizio del meretricio, ma quest’ultime sono inidonee ad assicurare una tutela indiretta alla prostituta. Il legislatore dovrebbe introdurre specifici programmi diretti ad assicurare la volontarietà della professione o riformare le modalità dei colloqui individuali. Gli effetti finali della riforma si sono rivelati disastrosi: secondo i dati forniti dall’Ufficio per l’Impiego del Governo, solo un quarto delle prostitute scelgono di registrarsi ufficialmente per usufruire delle prestazioni sociali. Il reale problema di tale legge deve individuarsi nella presenza limitata di donne che intendano considerarsi ufficialmente come prostitute.

Oggigiorno, secondo quanto riportato dal quotidiano Spiegel, le prostitute sono vittime di uno sfruttamento spietato e il numero dei bordelli è aumentato in maniera smisurata. Gli effetti della legge sono totalmente negativi rispetto alle aspettative: sono circa 200 mila le prostitute che lavorano nel Paese. Tale legge condanna lo sfruttamento da parte dei protettori, ma più che combattere il problema lo ha nascosto. La legge approvata con le migliori intenzioni è in realtà un programma più a vantaggio dei protettori che a favore delle prostitute stesse. La normalizzazione del settore è allo stato dei fatti illusoria e ciò è dimostrato dall’effettiva violenza cui la prostituta è soggetta. Il 21 giugno del 2017 alcune sex workers hanno presentato un ricorso costituzionale a tutela dei loro diritti fondamentali e in particolare in merito ad una presunta violazione degli artt. 1, 2, 12, 13, Costituzione ad opera dei poteri pubblici.

5.3 Il più famoso bordello tedesco

I bordelli legali in Germania, cosiddetti Bordell, Laufhaus o Eros Centers, sono circa 3.500; in essi lavoravo legalmente non solo sex worker ma anche security e personale di pulizia e segreteria. Le sex worker affittano camere per un costo che è in media di 80-150 euro al giorno e stabiliscono i loro orari e prezzi. Il Pascha nacque in Colombia nel 1972, con l’iniziativa comune di smantellare il quartiere di prostituzione tradizionale. Esso è aperto 24 ore su 24, e l’ingresso riservato ai soli uomini, costa cinque euro. I clienti si possono aggirare per il bordello e contattare le sex worker, per poi appartarsi nelle loro stanze e pagarle direttamente. Al Pascha l’affitto di una camera per una sex worker è di 180 euro al giorno. Non si tratta di un bordello qualunque: serve una media di 700 clienti al giorno, e ci possono lavorare fino a 120 sex worker contemporaneamente, su dodici piani.

5.4 Il Confronto con i Paesi limitrofi

Come la Germania, anche l’Austria, la Svizzera, adottano il modello regolamentarista. In Austria, data la diversità delle leggi regionali a proposito di prostituzione all’aperto e al chiuso, è difficile dar luogo ad analisi complessive sul grado di rispondenza tra le leggi e gli atteggiamenti delle pubbliche autorità. Una questione di grande attualità politica è la presenza di prostitute straniere: la sua collocazione geografica la rende un punto di accesso all’Europa Occidentale per i migranti di molti paesi dell’Est. L’aumento del fenomeno della prostituzione straniera ha, poi, spinto l’Austria a adottare una serie di politiche restrittive in ordine alla concessione dei visti e alle regole da rispettare per poter esercitare la prostituzione. La legge sulla residenza del 1993 ha introdotto tutta una serie di restrizioni per la prostituzione delle straniere attraverso un meccanismo che lega al possesso della residenza la possibilità di iscriversi negli elenchi delle prostitute. La materia è regolamentata dall’ “Aliens Act”, legge entrata in vigore nel luglio del 2000, il cui fine principale è quello di proteggere la migrante da ogni forma di sfruttamento. Nell’autunno del 1995, il Ministro degli Affari Internazionali, ha creato un gruppo di lavoro interministeriale suddiviso in sottogruppi, uno dei quali ha lo specifico compito di studiare il problema di come attribuire protezione e assistenza a tali donne. Ancora, nel 1997, il Ministro degli Interni e il Ministro degli Affari Sociali, hanno fondato, a Vienna, un centro d’intervento che fornisce alle donne un supporto; tale centro provvede inoltre anche ad assegnare alle vittime un alloggio d’emergenza. Alla LEFO, l’associazione austriaca più attiva sulle questioni della prostituzione, spetta il merito di aver elaborato una “Piattaforma per i diritti delle prostitute”, la cui principale richiesta consiste nel riconoscere la prostituzione come un’attività legale senza che questa venga considerata immorale.

In Svizzera, oggi, la prostituzione è regolata in maniera rigorosa e, per certi versi, può essere considerata come un modello di “esportazione” a beneficio dei Paesi che ancora non hanno disciplinato positivamente in tal senso. Anche la dottrina ascrive il meretricio nella categoria della libera iniziativa economica privata. Tuttavia, chi propone prestazioni sessuali a pagamento non beneficia dei normali diritti dei lavoratori. Ai Cantoni è delegata la legislazione sul luogo, sul tempo e sulle modalità di esercizio della prostituzione. Tale attribuzione decentrata di competenze costituisce un’ulteriore ed affascinante conferma della priorità assoluta, in Svizzera, attribuita al supremo ed intangibile valore costituzionale del federalismo elvetico. Del resto, necessitavano e necessitano singole Leggi sul meretricio deliberate a cura di ciascun Parlamento cantonale. Questa scelta si fonda sulle ragioni delle profonde diversità antropologiche e culturali sussistenti tra le varie Regioni e comunità della Confederazione. Le disinibite costumanze sessuali dell’odierna Zurigo differiscono dal secolare pudore del Canton Ticino. In Svizzera è proibita, perlomeno a livello di Prassi Giudiziaria, la prostituzione per strada.

Essa è percepita quale atto osceno in luogo pubblico. Il mercato della prostituzione è lucrativo ed eterogeneo; quindi, segue la legge della domanda e dell’offerta. Pur lodando la legalità della prostituzione in Svizzera, le associazioni attive sul territorio si oppongono all’eccessivo disciplinamento del settore, in quanto esigenze amministrative troppo elevate spingono le prostitute nell’illegalità e rafforzano la loro marginalizzazione. Le leggi specifiche sulla prostituzione adottate da alcuni cantoni sono presentate come una misura di protezione. In realtà complicano l’esercizio autonomo della prostituzione e accrescono il rischio di dipendenza. Nel Canton Berna, le prostitute che vogliono lavorare come indipendenti devono presentare un business plan, in cui va specificato il tipo di prestazione. Le stime della prostituzione in Svizzera, incomplete e datate, parlano di 130000-20000 persone.

5.5 Fonti e Statistiche

Le stime globali più dettagliate, che comprendono professioniste e occasionali, risalgono a non oltre l’inizio degli anni Novanta, e sono limitate ai vecchi Lander, escludendo la Germania Est. Tali stime vengono presentate nel rapporto pubblicato nel 1994 dal ministero per la Donna e la Gioventù, che riporta anche i risultati di una ricerca svolta a raggio locale in dieci città con la collaborazione di polizia, uffici di sanità e ONG presenti sul territorio. La prima stima è stata realizzata nel 1988, dal proprietario di alcuni bordelli, che a partire dal suo territorio, una regione di media grandezza di circa 250.000 abitanti, ha ottenuto una cifra che va dai 60.000 alle 120.000 donne. Il sociologo Stalberg è giunto invece alla stima nazionale di 60.000 prostitute ufficiali, a cui va aggiunto un indeterminato numero oscuro. Le associazioni a tutela delle prostitute indicano generalmente in 400.000 il numero totale delle prostitute. A Berlino si stima che siano dedite alla prostituzione 5.000 persone.

La capitale della prostituzione in Germania è sempre stata però Amburgo, il più grande porto della Repubblica federale: nonostante abbia meno della metà degli abitanti di Berlino, le prostitute comprese quelle occasionali, non sono meno di 4000 e molte fonti le indicano in 10.000. Secondo le autorità locali, a Francoforte, ci sarebbero 2.000-2.200 prostitute, per le associazioni sarebbero invece 4000. A Monaco, la prostituzione invece è in diminuzione: c’è paura per l’AIDS. A Lipsia, la domanda è più forte dell’offerta. In Austria, nel 1997, erano registrate 2.618 prostitute. Nel rapporto Europap si afferma invece che il numero delle registrate corrisponda in realtà al 10 o 20% del numero totale delle donne esercenti il meretricio. A Vienna, nel 1999, vi erano 556 donne registrate; il rapporto Europap stima la presenza di 5-7.000 irregolari. Il totale delle registrazioni diminuisce dalle circa 800 dell’inizio del decennio alle 601 del 1998.

6. Abolizionismo: al di là del modello italiano

I principi dell’abolizionismo sono stati affermati nella protesta contro il regolamentarismo. L’abolizionismo è stato innanzitutto un movimento formato da una coalizione di donne e uomini appartenenti al protestantesimo evangelico, al socialismo, al femminismo e al liberalismo radicale, che si scagliavano tutti contro la doppia morale applicata a uomini e donne nelle questioni legate alla sessualità. Il movimento era guidato da una femminista e attivista protestante, Josephine Butler, che fondò in Gran Bretagna negli anni Settanta dell’Ottocento l’Associazione nazionale delle donne, e quindi la Federazione Abolizionista Internazionale, scegliendo questo nome per analogia con il contemporaneo movimento per l’abolizione della schiavitù.

La condizione di prostituta soggetta a regolamenti vessatori era vista come parallela a quella dello schiavo. La proposta degli abolizionisti è quella della decriminalizzazione della prostituzione in sé e per sé, non più sottoposta a regole.

Uno strumento di diritto internazionale ispirato all’abolizionismo, stilato a New York, presso l’Onu, è la Convenzione per la soppressione della prostituzione altrui, votata in Assemblea generale il 2.12.1949 e aperta alla firma il 21.3.1950. Tutt’oggi sono 23 gli Stati che l’hanno firmata. Già nel preambolo appare chiaro che in questa Convenzione non viene dato nessun valore alla volontà della donna che si prostituisce, dal momento che la prostituzione viene definita come un pericolo per il benessere della famiglia e della comunità. Anche l’abolizionismo è stato deluso dalla storia: nonostante la chiusura dei bordelli dove si costringevano le donne povere a prostituirsi con l’inganno, nonostante la diffusione del lavoro retribuito delle donne, nonostante il rimedio alla miseria dato dall’adozione di sussidi sociali nei paesi del welfare state, la prostituzione non è affatto scomparsa.

6.1 Francia, Spagna, Gran Bretagna

Nel panorama politico francese è praticamente assoluta la convergenza di opinioni in supporto all’abolizionismo nella versione dura della Convenzione del 1949, che costituisce il principale punto di riferimento nell’affrontare il tema delle politiche sulla prostituzione. Governi di sinistra e di destra hanno finanziate le attività abolizioniste. Per esempio, l’opuscolo La Prostitution di Claudine Legardinier, è stato finanziato dal ministero per gli Affari Sociali. Anche sul fronte femminista le voci pubbliche sono unanimi. Molto ascoltata è Marie-Victoire Louis e la sua associazione AVFT, che si schiera con le posizioni adottate ufficialmente dalla Francia nelle sedi internazionali contro ogni forma di regolamentazione. Anche sulla stampa quotidiana appaiono pochi articoli sulla prostituzione: la questione non è oggetto di dibattito e l’accordo sulla politica seguita è indiscusso e indiscutibile. Le eccezioni sono state due: nel 1990 Michelle Barzach, ex ministra della Sanità, espresse il suo favore alla riapertura dei bordelli, per la garanzia dei controlli sanitari. Venne sommersa da un coro di proteste, finché dichiarò di essere stata fraintesa. La seconda eccezione è l’opposizione al rigore abolizionista che si è formata nel corso degli anni Novanta a partire dall’impegno per la riduzione del danno in particolare di fronte al pericolo per l’Aids: nel 1990 venne realizzata una ricerca-azione sulla situazione sociosanitaria delle prostitute finanziata dall’Agenzia francese per la lotta contro l’Aids, che rappresentò la prima iniziativa pubblica nell’ambito della riduzione del danno, rifiutata dagli abolizionisti francesi. Nel rapporto, di cui sono coautrici nove prostitute, si esprime anche un netto rifiuto dei controlli sanitari obbligatori. Si trattò di un interesse pubblico per la materia risorto dopo lungo tempo, dal momento che l’ultimo rapporto ufficiale era stato il rapporto Pinot del 1975 (di cui si avvertì la necessità a seguito delle azioni di protesta di un nascente movimento delle prostitute).

Ebbero successo nel 1991, alcune operazioni contro l’organizzazione della prostituzione interna alle comunità di stranieri e lo sbarramento del Bois de Boulogne, il grande parco di Parigi, di cui venne decretata la chiusura serale. L’anno successivo vennero presi a bersaglio anche gli alberghi e le prostitute si riversarono in strada. Non è possibile stabilire se queste misure abbiano anche avuto l’effetto di mutare mestiere ad alcune delle donne: la spinta però è stata data con tale obiettivo. Nel 2003, tuttavia, con l’adozione della legge n.2003-239 del 18 marzo 2003 per la sicurezza interna, il legislatore si è allontanato dalla filosofia abolizionista. Chiamato a pronunciarsi nell’ambito di un ricorso preventivo di costituzionalità, con la decisione n.2003-467 DC del 13 marzo 2003 sulla legge per la sicurezza interna, il Conseil Costitutionnel ha dichiarato tali disposizioni conformi alla Costituzione. Nello stesso periodo, la moltiplicazione delle misure amministrative volte a disciplinare gli scambi economico-sessuali dimostra la chiara volontà, da parte delle autorità pubbliche locali e/o nazionali, di concentrare le proprie azioni sulla disciplina delle manifestazioni esterne del meretricio, contribuendo ad una mutazione del sistema abolizionista francese verso un sistema di tipo proibizionista. Di fronte alle numerose contraddizioni e alle inadeguatezze delle norme in materia di prostituzione, i parlamentari sono stati chiamati a ripensare a tale sistema che, in fondo, non è mai riuscito a stabilire la posizione francese rispetto al fenomeno della prostituzione. Nel 2011 la Missione di informazione sulla prostituzione in Francia ha presentato una relazione dal titolo Prostituzione, l’esigenza di responsabilità: finirne con il mito più del più vecchio mestiere del mondo. Due anni dopo, l’11 ottobre 2013, è stato depositato il progetto n.1437, di rafforzamento della lotta al sistema di prostituzione. Dopo lunghi dibattiti parlamentari, il Parlamento ha infine adottato la legge n.2016-444 del 13 aprile del 2016, volta sostenere le persone che si prostituiscono, con la quale la Francia ha riaffermato la sua posizione abolizionista.

In Spagna, oggetto della legge organica n. 10/1995, non è la persona che esercita la prostituzione, né il cliente, ma il terzo che con la coercizione o l’inganno, obbliga la donna a prostituirsi o il terzo che trae profitto da tale attività. L’esercizio volontario della prostituzione da parte di persone maggiorenni non è, quindi, illegale e nella prassi, ci sono imprese che traggono apertamente beneficio della prostituzione esercitata da altri. Alla luce di ciò, la Spagna viene classificata tradizionalmente tra i paesi che seguono un modello di tolleranza verso questa realtà. Si avverte un recente mutamento di prospettiva: mentre alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta la ricerca sulla prostituzione era improntata alle tesi dei movimenti delle prostitute, nella seconda metà degli anni Novanta sono le tesi abolizioniste ad essere presenti con maggior forza nel dibattito politico. Per quanto concerne, invece, le posizioni del femminismo istituzionale, mentre all’inizio degli anni Novanta l’Istituto de la Mujer, l’ente preposto all’analisi politica delle questioni attinenti alle donne, svolgeva un lavoro fondato sulla ricerca di informazioni inerenti alle condizioni di vita delle prostitute, dalla metà degli anni Novanta è la Direccìon General de la Mujer della Comunità di Madrid, ad avere preso più iniziative. Nella primavera del 2000 quest’ultima ha organizzato a Madrid il Simposio Internazionale sulla prostituzione. “Tutte le prostitute sono schiave”, è stata la tesi riportata dalla stampa, che ha sottolineato come solo uno dei partecipanti si sia espresso per la regolarizzazione di tale attività. Inoltre, risale al 2000 la proposta di chiudere al traffico automobilistico il parco della Casa del Campo. Nel mese di agosto 2018 si è ripresentato il dibattito sull’opportunità di assumere posizioni abolizioniste riguardo alla prostituzione volontaria dei maggiorenni quando, in seguito all’iscrizione del primo sindacato nato per tutelare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso, il Governo ha impugnato i suoi statuti, conseguendone successivamente l’annullamento.

In Gran Bretagna, paese abolizionista per autorappresentazione e semi-proibizionista sul piano delle leggi, sulla prostituzione vi è una sorta di paralisi decisionale a livello di parlamentare. È un argomento emotivamente molto carico: gli scandali per la rivelazione della frequentazione di prostitute da parte di uomini politici appaiono regolarmente sulla stampa. Non vi sono politiche unitarie a livello locale, ma soluzioni adottate localmente in cui le leggi sono adottate in modo selettivo, o addirittura completamente trascurate. L’esito dell’interazione di una legislazione molto dura con un fenomeno persistente è stato il raggiungimento di un modo di vivere, con una zonizzazione del fenomeno all’aperto e spesso anche al chiuso, allontanando le attività indesiderate attraverso la verifica e il ritiro delle licenze per tutti quei locali dove, sotto una copertura, in realtà l’attività principale esercitata è la prostituzione. Questo avviene su impulso principalmente delle proteste di residenti. La collaborazione tra prostitute o associazioni di supporto delle prostitute e la polizia esiste in molte zone, per esempio con la condivisione delle liste di “ughy mugs”, i clienti pericolosi, un sistema di autodifesa inventato dal movimento delle prostitute. Una particolarità della zonizzazione della prostituzione di strada è il fatto che in molti luoghi la polizia arresta le donne a turno. La reazione di quest’ultime è spesso di accettazione del sistema. Un sistema per diminuire la prostituzione che è stato adottato fin dagli anni Ottanta in diversi luoghi con la stretta collaborazione tra polizia, associazioni di residenti e autorità locali è il mutamento della viabilità per scoraggiare il transito dei clienti. Queste iniziative hanno avuto un certo successo, anche se in alcuni luoghi il commercio si è semplicemente spostato. Le proteste a Londra dei residenti di Streatham e Tooting contro il disturbo alla quiete pubblica arrecato dal traffico dei clienti sono state all’origine della legislazione contro i kerb crawlers (coloro che transitano lentamente vicino al marciapiede) adottata nel 1985 in Inghilterra e Galles.

Questo strumento però è di applicazione limitata ai casi in cui il transito avviene in “modo insistente”, e tale limitazione, introdotta alla Camera dei Lords, sembra dovuta a un parziale successo dell’opposizione alla legge del Collettivo inglese delle prostitute, che ha organizzato nel 1984 la Campagna contro la legislazione sul kerb crawlers insieme a gruppi contro la violenza sulle donne, per la prevenzione dell’AIDS. Nel 1990 una legge è stata presentata in parlamento, allo scopo di cancellare il termine “prostituta notoria”, ma tale proposta è stata lasciata cadere nonostante la netta volontà del governo di eliminare il suddetto concetto dalla legislazione. In Scozia, dove non esiste alcuna norma sui kerb crawlers, i clienti possono comunque essere accusati di disturbo alla quiete pubblica. La chiesa scozzese si è detta favorevole all’introduzione di misure analoghe a quelle inglesi. In alcuni luoghi vi sono state mobilitazioni anche violente di comitati di quartiere. A Liverpool, la pubblica amministrazione ha disposte delle limitazioni al traffico, e allo scopo di stabilire una zonizzazione e di attivare percorsi di uscita dalla prostituzione, ha instaurato nel luglio del 1998 il Prostitution strategy and coordination group in collaborazione con varie organizzazioni. Il gruppo è coordinato dalla polizia e vi partecipano autorità locali, servizi sanitari, associazioni e ricercatori universitari. Il suo scopo è quello di rispondere alle proteste dei comitati di quartiere, assicurare alle prostitute la sicurezza, fornire loro le risorse necessarie per porre fine a tale mestiere. Un problema emerso negli anni Novanta è il diffondersi nelle cabine telefoniche della pubblicità di prostitute che lavorano al chiuso, in cui vengono affissi volantini dal contenuto sempre più esplicitamente osceno. Questa pubblicità alla prostituzione è vietata per il suo contenuto osceno dalla Legge sulle pubblicazioni oscene del 1959 ma l’applicazione di quest’ultima norma è però ampiamente elusa.

Solo i liberaldemocratici hanno discusso della possibilità di considerare la prostituzione come un mestiere, e la loro organizzazione giovanile ha aderito alla tesi dell’ECP sulla necessità di un riconoscimento legale del mestiere, mentre il partito nel suo insieme è diviso.

6.2 Fonti e Statistiche

In Gran Bretagna, le stime più recenti sono ricavate da un sondaggio svolto da Europap-UK su 17 ambulatori (6 a Londra, 8 in altri luoghi dell’Inghilterra e 3 in Scozia) rivolto alle prostitute. Quelli urbani, attivi da più tempo, hanno dichiarato di avere una clientela che va dalle 500 alle 2.000 sex workers, mentre la media generale è di 665. Estendendo questa proporzione ai 120 progetti attivi nel Regno Unito, la popolazione totale di persone arriverebbe a 79.800. Mentre a Londra e nel Sud dell’Inghilterra è solo una minoranza a lavorare in strada, nelle Midlands e nel Nord si stima una maggior presenza nella stessa. A Liverpool sarebbero attive 550 prostitute in strada (quasi tutte inglesi), a Cardiff 440 sia all’aperto che in strada. In Spagna, non ci sono dati nazionali precisi sull’incidenza della prostituzione e nemmeno sul suo trend negli ultimi decenni. È evidente solo l’aumento della componente straniera. A Madrid la stima accreditata è di 2.000 prostitute che esercitano in strada. Un’interessante ricerca antropologica (Hart 1998) sulla prostituzione di stampo tradizionale nel barrio, quartiere popolare di Marito, ha mostrato un mondo in via di sparizione, caratterizzato dall’indipendenza delle donne, che non separano la propria vita sessuale da quella lavorativa. In Francia, le cifre diffuse sul numero di prostitute, si basano su controlli effettuati dalle autorità locali solo nelle strade. La stima totale dell’OCRTEK oscilla tra le 15-18.000 donne. La prostituzione in strada è soprattutto un fenomeno urbano: più dell’80% di queste 15-18 persone si concentrano in poche città: a Parigi e Lione dove il fenomeno è stabile dagli anni Ottanta, a Marsiglia e Bordeaux, dove è in diminuzione, a Tolosa, Lilla e Strasburgo, città in cui invece è in aumento.

Oggi, a Parigi, la prostituzione di strada si svolge sui Boulevard a Nord, presso le porte de la Chapelle e di Clichy, Les Maréchaux, il Boulevard Ney. A Bordeaux, il numero delle donne esercenti il meretricio al chiuso, appare doppio rispetto a quello di strada.

7. Nuova Zelanda: la rivincita delle sex worker

Nel 2003 la Nuova Zelanda ha introdotto un nuovo modello di prostituzionale che attira l’attenzione di molti, e in particolare di coloro che, pur critici dei modelli di legalizzazione sperimentati in Olanda e in Germania, sono attenti ai diritti delle sex worker. Infatti, secondo il Pra Review Committee, che ha valutato la riforma, già nel 2008 le sex worker si sentivano più a loro agio nel dire “no” ai propri clienti. I punti distintivi della riforma riguardavano le politiche di riduzione del danno da una parte, e l’autonomia e il potere dall’altra. In primis, è stabilita per legge la centralità dell’organizzazione rappresentativa delle sex worker (NZPC – New Zeland Prostitutes Collective) nelle decisioni riguardanti l’industria del sesso. Inoltre, allo Stato non spetta intervenire nella gestione delle cooperative e delle piccole imprese autonome di prostituzione, che quindi non necessitano di licenze, permessi, regolamentazioni. Questa scelta riflette la comprensione di come funziona per molte il lavoro sessuale, ma anche, la volontà di favorire le imprese indipendenti e le cooperative, dove le sex worker hanno un maggiore controllo del proprio lavoro. Resta comunque l’obbligo per le sex worker di dichiarare i propri redditi e pagare le tasse, e ciò vale anche per le street worker. Infatti, la prostituzione non è vietata in alcun luogo, né è limitata ad alcune zone, che sia al chiuso o in strada. Vige l’idea che qualunque forma di criminalizzazione rende le prostitute più vulnerabili. Le risorse pubbliche sono invece gestite nel sostegno attivo delle iniziative di prevenzione e cura sanitaria, lotta allo sfruttamento, alla prostituzione forzava. Tuttavia, quest’ultima non è un problema fortemente presente in Nuova Zelanda e ciò per ragioni strettamente legate alla posizione sua posizione geografica di isolamento.

8. Considerazioni conclusive

Le cornici statale che definiscono e descrivono la condizione della prostituta rispecchiano, nel corso del tempo, l’equilibrio trovato dal legislatore in merito alla relazione intercorrente tra legge e moralità, libertà individuali e interventi statali, diritti fondamentali e clausole generali. Tuttavia, un tale equilibrio non è mai esito di un’opera perfetta.

Al giorno d’oggi, infatti, nessuna legislazione nazionale è idonea a tutelare in modo pieno ed effettivo la prostituta, indipendentemente dalla connotazione riconosciuta alla realtà in cui essa opera e alla condizione giuridica a lei attribuita. I diritti fondamentali racchiusi nelle Costituzioni e attribuiti all’individuo per sé appaiono infatti lacerati da una diffusa ineffettività all’interno del mercato del sesso. Non è tanto l’attività di meretricio a violare simile corredo di diritti, quanto le modalità in cui questa si esplica e la costruzione sociale che le viene conferita. Innanzitutto, il legislatore deve perseguire una politica di genere pubblica idonea a capovolgere la condizione della donna all’interno della società: essa non può essere più oggetto di discriminazione in qualsiasi ramo del diritto o della realtà socioeconomica esistente. In secondo luogo, deve abbandonarsi il ricorso alle clausole generali in materia di prostituzione data la loro inadeguatezza. Da un lato, la sanità pubblica può essere tutelata attraverso la previsione di un sistema sanitario universale e non discriminatorio; dall’altro lato, il pluralismo sociale rende il buon costume uno strumento di controllo sociale posto nelle mani della classe dominante; sarebbe auspicabile far ricorso alla sola morale giuridica. L’osservanza di tali condizioni necessarie permetterebbe di assicurare la libera formazione del consenso della donna che voglia far ingresso e/o rimanere all’interno del mercato del sesso e di tutelare la sua persona contro la realtà sociale esistente.

Il legislatore rimane libero di interpretare il fenomeno del meretricio secondo i principi e le realtà che sono proprie dell’ordinamento nazionale, adottando il quadro normativo considerato maggiormente adeguato. Alcune osservazioni devono essere offerte in relazione ai tre modelli legislativi classici. L’ordinamento che adotti il proibizionismo del meretricio deve concedere alla prostituta adeguati mezzi di tutela alla sua persona durante l’esercizio dell’attività e, soprattutto, a seguito dell’abbandono del mercato del sesso. Il meretricio, infatti, non può essere oggetto di sanzioni prive di giustificazioni in quanto riconducibile alla libertà di autodeterminazione individuale e al diritto alla vita privata.

Abolizionismo e regolamentarismo attribuiscono alla donna la libertà o il diritto di prostituirsi nel rispetto e nella promozione della sua autodeterminazione, ma oggigiorno non sono in grado di tutelare pienamente la persona coinvolta nel mercato del sesso, in quanto ostacolano l’esercizio della sua attività. Alla luce di ciò, accanto alle previsioni di meccanismi di social welfare idonei a garantire i diritti socioeconomici della prostituta – come l’accesso alla sanità e alla previdenza sociale – il legislatore deve tutelare il libero sviluppo della persona consentendole di esercitare la propria attività autonomamente. Al fine di proteggere la vulnerabilità della prostituta e di garantirle una maggiore sicurezza socioeconomica, il legislatore potrebbe prevedere la creazione di cooperative interne al mercato del sesso in cui, nel rispetto dei principi di eguaglianza, collaborazione e solidarietà, le donne esercitino la loro attività, senza alcun vincolo contrattuale con eventuali tenutari. Quel che appare fondamentale per qualsiasi legislatore nazionale è, in modo particolare, un maggior coinvolgimento delle donne coinvolte nel mercato del sesso durante il processo legislativo.

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Dott.ssa Luana Leo

Laureata in Giurisprudenza presso l’Università del Salento discutendo una tesi sulla crisi di famiglia. Borsista dell'Alta Formazione di Diritto Costituzionale presso l'Università del Piemonte Orientale, è studiosa di diritto costituzionale e autore di pubblicazioni in codesto ambito. Si occupa di tematiche attinenti alla sfera familiare, ai diritti fondamentali e alle dinamiche istituzionali.

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