Università del Nord vs Università del Sud: un divario “solo” finanziario

Università del Nord vs Università del Sud: un divario “solo” finanziario

È da tempo che sento parlare di “differenze” tra Atenei italiani.

Negli ultimi anni, si è assistiti ad una vera e propria “fuga” dei giovani meridionali verso le Università del Nord, considerate più rinomate e foriere di opportunità lavorative rispetto a quelle del Sud.

In tale breve spazio, vorrei riflettere sul fenomeno appena delineato e sfatare un “mito”, a difesa dei nostri Atenei.

Parto con il preannunciare l’effettiva presenza di un divario.

Un divario non culturale, bensì finanziario.

Sebbene vi sia stata una ripresa generale delle immatricolazioni, il Sud ha perso in quindici anni oltre 37 mila matricole.

Il modello della c.d. “autonomia responsabile” introdotto con la Riforma Gelmini manifesta tutti i suoi deficit proprio in relazione alle Università del Mezzogiorno.

La sfida tra gli atenei per la quota premiale del FFO (Fondo di finanziamento Ordinario delle Università) assume la denominazione di VQR (Valutazione della Qualità per la Ricerca).

A parte taluni inconvenienti, quel che desta maggiore preoccupazione è che tali competizioni abbiamo sottratto risorse agli atenei di per sé in profonda sofferenza.

Tale sistema, dunque, ha posto in risalto una “questione meridionale” delle Università che riflette l’avanzamento diversificato del nostro Paese.

La disoccupazione giovanile, l’emigrazione di ricercatori all’estero, la mancanza di strutture private di sostegno alla ricerca scientifica sono situazioni tristemente presenti negli atenei meridionali.

Tengo a precisare che la presente riflessione non intende fossilizzarsi su tali aspetti, quanto invece porre in luce la straordinaria capacità delle Università del Mezzogiorno di ottenere risultati di rilievo nel campo della ricerca, pur in presenza di palesi limiti finanziari.

È vero che il territorio meridionale non presenta una vasta scelta di Scuole superiori universitarie, ma è altrettanto vero che esso non ne risulta privo (si pensi, ad es. all’Istituto superiore internazionale di formazione interdisciplinare, incardinato presso l’Università del Salento).

La scarsa considerazione riservata agli atenei meridionali, dunque, non deve indurre a pensare ad una mancata vocazione di ricerca in ambito scientifico-tecnologico nelle sedi universitarie.

In tale contesto, trova spazio la querelle attinente agli esigui posti di dottorato assegnati nel Mezzogiorno.

Da una recente indagine dell’ADI (Associazione dei dottori e dottorandi italiani), emerge un dato incredibile: il 40% dei posti è bandito da solo 10 atenei, di cui 7 al Nord (Trento, Padova, Milano Statale, Bologna, Genova, Torino, Politecnico Milano), 2 al Centro (La Sapienza Università di Roma e Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”) e 1 al Sud (Università degli Studi di Napoli Federico II).

Un elemento positivo consiste in una maggiore presenza femminile negli atenei del Sud (55%); al contempo, la stessa percentuale si riduce verso le posizioni apicali: le donne, infatti, rappresentano il 50, 3% tra gli assegnisti, il 41,1% tra i ricercatori a tempo determinato di tipo B, il 37,5% tra i professori associati ed il 23,1% tra i professori ordinari.

Qual è allora la soluzione?

Innanzitutto, occorre superare i limiti di una normativa che tende a rafforzare le disuguaglianze territoriali, in netto contrasto con le esigenze costituzionali del principio di eguaglianza sostanziale e di quello della coesione territoriale.

Secondariamente, la “rinascita” delle Università del Sud deve prendere le mosse dall’attuazione di interventi politici mirati e circoscritti.

Solo una volta realizzati tali step, sarà possibile parlare di piena tutela del diritto allo studio.

“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34, comma 3, Cost.).

Per non dimenticare.

         

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Dott.ssa Luana Leo

La dottoressa Luana Leo ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l´Università del Salento (23 luglio 2020) discutendo una tesi in Diritto Processuale Civile dal titolo ”Famiglie al collasso: nuovi approcci alla gestione della crisi coniugale”. Ha compiuto un percorso di perfezionamento in Diritto Costituzionale presso l´Università di Firenze. Ha presentato una relazione intitolata ”La crisi del costituzionalismo italiano. Verso il tramonto?” al Global Summit ”The International Forum on the Future of Constitutionalism”. È stata borsista del Corso di Alta Formazione in Diritto Costituzionale 2020 (“Tutela dell’ambiente: diritti e politiche”) presso l´Università del Piemonte Orientale. È studiosa di diritto costituzionale e autore di molteplici pubblicazioni in tale ambito sulle più importanti riviste scientifiche. Si occupa principalmente di tematiche legate alla sfera familiare, ai diritti fondamentali e alle dinamiche istituzionali.

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