
Le classi sociali in Italia
Sommario: 1. Le classi sociali in Italia – 1.1. Classi sociali e lotta di classe – 1.2. Andamenti di lungo periodo e le classi sociali in Italia – 2. Analisi neo-webeweiana delle classi sociali – 2.1. Le disuguaglianze di classe nella sociologia del lavoro: panorama generale – 3. La divisione del lavoro nell’era post-industriale – 3.1. Brevi conclusioni – 4. Una lettura neo durkheimiana delle classi sociali – 4.1. L’ISTAT e il rapporto annuale 2017-la situazione del Paese – 5. Neoplebe, classe creativa, elite, la nuova Italia – 5.1. La lotta di classe dopo la lotta di classe – 5.2. La gig economy e il capitalismo maturo
1. Le classi sociali in Italia
Giunto alla quinta edizione nel 2015 il Saggio sulle classi sociali di Sylos Labini è un insuperato modello di analisi di interpretazione di analisi sociale che sin dall’inizio ha portato con sé un dibattito di varie posizioni e giustapposizioni nei suoi diversi aspetti[1]. All’epoca della sua prima stesura aveva un qualche senso parlare di classe operaia in contrapposizione alla borghesia, nell’ottica di una lotta di classe; e già allora l’Autore introduceva nel dibattito le cosiddette classi medie cosa che poi sarà convalidato in quel modo di essere di cetomedizzazione alla maniera di De Rita sicché nel 2008 nell’Osservatorio del capitale sociale di Demoscoop laddove il 48 % si (auto)collocava nel ceto medio mentre il 45% era ancora classe operaia.[2]
Tabella 1.1. Italia 1881/1971 Da Sylos Labini,Saggio sulle classi sociali, Roma – Bari, Laterza,2015
Nell’analisi che induce la tabella 1.1. si constata un andamento ciclico delle classi medie da 56,9% del 1951 ad un 49,6% del 1971 che però se raffrontato nel lungo periodo 1881 /1971 evidenzia una percentuale positiva del 3,7%. La piccola borghesia impiegatizia passa gradatamente ed esponenzialmente dal 2,1 % del 1881 al 17,1% del 1971. Cosa diversa si riscontra per la piccola borghesia relativamente autonoma che inverte l’andamento ciclico dal 41,2% del 1881 al 29,1% del 1971. La classe operaia passa da un 52,2% del 1881 ad un 47,8% del 1971 con andamenti altalenanti fra 1951 con 41,2%, a 44,6% del 1961.I coltivatori diretti passano da un 22,5% del 1881 ad un 12,1% del 1971.
Nella classe della piccola borghesia relativamente autonoma(che nel suo complesso come si è detto fa riscontrare un andamento nel tempo negativo) si può riscontrare un graduale aumento dei commercianti da 2,8% del 1881 al 7,6% del 1961 sino ad arrivare all’8,7% del 1971 e così pure per gli artigiani statici intorno all’ 8,0 % del 1961 per arrivare all’8,3% nel 1971.Il tutto con una flessione negativa a causa dei coltivatori diretti per la classe generale della piccola borghesia relativamente autonoma.
Come argomentato da Livio Maitam “e’ incontestabile a) che prese complessivamente le classi medie hanno registrato un declino sia assoluto sia percentuale (da 11.345.000
pari al 56 % nel 1951 a 9.720.000 pari al 49, % nel 1971); b) che il dato globale è la risultante di due andamenti diametralmente opposti, cioè il declino delle classi medie tradizionali e l’espansione delle classi medie nuove in particolare, per usare la terminologia dell’autore, della piccola borghesia impiegatizia e commerciale (quest’ ultima passata da 1.970.000 nel 1951 a 3.300.000 nel 1971, mentre la piccola borghesia relativamente autonoma è scesa da 8.930.000 nel 1951 a 5.710.000 nel 1971”.[3]
1.1. Classi sociali e lotta di classe
Nel vivace dibattito fra i due autori si scontrano l’utilizzo spesso divergente di dati statistici antinomici e soprattutto nell’impostazione globale e di fondo del secondo autore che asserisce una visione della lotta di classe con coalizione di diversi e giustapposti strati di classe che viene sintetizzata nella tabella 1.7 a piè di pagina. In essa viene schematizzata la posizione della borghesia elevata da cui viene espunta la categoria dei professionisti inseriti nelle classi medie ( numero assoluto di 200.000)
Ed inoltre gli impiegati dell’industria e del commercio e del credito pari ad un valore assoluto di 1.750.000 oltre ai tecnici e ricercatori implicati nella produzione sono inseriti e coinvolte nella lotta di classe per l’appunto nel proletariato, per un valore assoluto totale di 11 milioni. Accanto ad esso dopo l’inserimento della classe dei domestici (valore statistico sicuro di Sylos Labini 300.000 nel 1971 e non di 500.000 come argomenta Maitan) nel sottoprolariato si giunge “per quanto riguarda le classi medie, una volta effettuate le sottrazioni corrispondenti alle addizioni di cui sopra a vantaggio del proletariato, si arriva a una cifra attorno agli 8 milioni”[4] e si argomenta una unione delle due classi per una alleanza fra proletariato e classi nuove ovverosia in giustapposizione alla borghesia. Ciò che viene proprio contestato con asserzione motivata dal Sylos Labini in una difficile alleanza fra strati del proletariato e piccola boghesia impiegatizia che nell’inserimento nella produzione e per caratteristiche sue proprie non è asseribile.
1.2. Andamenti di lungo periodo e le classi sociali in Italia
Ma tornando ad andamenti di lungo periodo di cui alle tabelle 1.3, 1.4, 1.5 che fanno giustizia di alcune imprecisioni statistiche delle prime due tabelle si assiste ad una variazione negativa 1881/1983 pari al – 20,8% come in parte si è già detto della piccola borghesia relativamente autonoma passando dal 41, 2% del 1881 al -20,4% del 1983.E per intanto le classi medie urbane fanno registrare nel lungo periodo un andamento positivo pari al 23,0% di cui il 9,6% per ciò che concerne gli impiegati privati e l’11,7% per ciò che concerne gli impiegati pubblici. Caduta esponenziale sempre nel lungo periodo 1881/1983 dei coltivatori diretti pari al – 14,9 % e la classe operaria cade di 9.5 punti percentuali mentre insieme la categoria dei coltivatori diretti insieme ai salariati agricoli si giunge sempre nel lungo periodo ad una flessione del – 46,5%.
Uno strumento utile per misurare le differenze di reddito e di classe è la quarta parte di reddito che va al 20% di chi è relativamente più povero nella scala sociale e che nei confronti internazionali e dei dati della Banca Mondiale offre spunti più precipui e consistenti; infatti nei paesi in cui più povera è la disuguaglianza la percentuale varia dal 2% al 4% in cui il 2% è di miseria gravissima; una diversa percentuale compresa fra il 4% e il 6% è collocata una situazione intermedia, mentre al di sopra del 6% la situazione è più tollerabile e se si attesta a percentuali dell’8% il reddito medio è relativamente più alto.La posizione del nostro Paese è percepita con una percentuale pari al 5% con leggero andamento miglioramento atteso che la Banca d’Italia parla di un 4,/% nel 1976 e un 5,4% nel 1983.E per cio’ che concerne il nostro paese nel 1970 il rapporto fra salario medio e stipendio medio passa dal 1970 da un rapporto di 1 e 3 mentre nel 1983 è solo di 1 a 1,3.
Per ciò che concerne il rapporto classi sociali reddito e variazioni nella distribuzione del reddito 1971/ 1982 si assiste ad una variazione del +0,06% per gli operai, per gli impiegati del – 0,5%, per i lavoratori autonomi +0.2%, dirigenti ed altri -1,9%.
2. Analisi neo-webeweiana delle classi sociali
Negli anni Settanta è prevalsa negli studi delle classi sociali l’impostazione neo weberiana: Erikson, Goldthorpe, Portcarero ed altri. Lo schema di fondo era a tre classi, sei otto o dodici e precisamente: 1) n. 3 Borghesia-classi medie-classe operaia; 2) n. 6 Borghesia-classe media impiegatizia-piccola borghesia urbana-piccola borghesia agricola-classe operaia urbana-classe operaia agricola; 3) n. 8 imprenditori-liberi professionisti-dirigenti-classe media impiegatizia-piccola borghesia urbana-piccola borghesia agricola- classe operaia urbana- classe operaia agricola; 4) n. 12 imprenditori-liberi professionisti- dirigenti-impiegati di concetto-impiegati esecutivi-artigiani e commercianti con dipendenti-artigiani e commercianti senza dipendenti-imprenditori agricoli-operai qualificati- operai comuni industriali-operai dei servizi- operai agricoli o braccianti. La classificazione seguiva in dettaglio la complessità dell’analisi, del campione, e/o la disaggregazione richiesta e le popolazioni di studio.
2.1. Le disuguaglianze di classe nella sociologia del lavoro: panorama generale
A partire dagli anni Sessanta e Settanta del XX secolo la sociologia si è interessata delle disuguaglianze strutturate e motivate all’appartenenza di classe quali la distinzione e giustapposizione fra aristocrazia, borghesia, piccola borghesia, classe operaia ecc. mentre più di recente ci si è approfondita la disuguaglianza legata alle caratteristiche individuali quali le note demografiche esempio il genere, l’origine etnica o nazionale o ancora l’età. Per molta parte del tempo la sociologia si è interessata delle disuguaglianze di classe associate agli stili di vita e di consumo in relazione ai legami sociali, cultura ed orientamenti. Si è così sviluppato un intenso dibattito sulle classi sociali da considerare e come definirle, come esse si formano.
Lo studio delle disuguaglianze rappresenta un tema centrale della sociologia e nella metà del Novecento, le disuguaglianze sociali sono state viste come l’esito delle disuguaglianze delle posizioni sociali. Quella che rappresenterebbe della tesi dell’uguaglianza della posizione è la più giusta manifestazione della redistribuzione della ricchezza e la costituzione di un sistema di garanzie inclusive onde proteggere la posizione lavorativa e la condizione di vita dalle incertezze sociali.
Si è così passati ad un ideale di egualitarismo delle posizioni di classe ancorché esistenti con l’ideale della parità delle opportunità in cui nella società contemporanea tutti i membri della società dovrebbero essere messi nelle condizioni di avere uguali condizioni di parità del livello di entrata nella società, in breve sintesi partendo dallo stesso livello di capitale umano e sociale con risultati di pari opportunità raggiungendo nel campo lavorativo in base ai meriti e alle capacità.
E così il tema della meritocrazia è stato affrontato dai diversi fondatori della sociologia: per esempio per Durkeim la divisione del lavoro è centrale nelle società moderne che dovrebbero essere guidate nel suo percorso evolutivo proprio da principi meritocratici e così gli individui dovrebbero essere pilotati verso posizioni lavorative rispondenti alle loro abilità ed aspirazioni. Sempre per Durkeim una errata collocazione dei soggetti sociali nelle posizioni lavorative sarebbe l’esito proprio della disuguaglianza sociale che per alcuni che non meritano di essere collocati in posizioni lavorative non proprie appunto e per le quali non risultano adatti fa sì che si generino tensioni e conflitti sociali che minano alla radice l’obiettivo giusto e con il ruolo dello Stato che dovrebbe garantire una morale etica e più giusta.
Così per Marx la proprietà privata dei mezzi di produzione consente alla borghesia una posizione di ingiusto vantaggio con disumanizzazione del lavoro degradato ed appunto alienato da parte della parte soccombente appunto del proletariato e così da tale constatazione di fondo si diparte verso il ruolo rivoluzionario del proletariato verso migliori condizioni di lavoro e natura del lavoro stesso.
Per Weber si parte dal tema delle disuguaglianze che si basa sulla concezione multidimensionale della stratificazione sociale e non solo sul valore della classe sociale in senso strettamente e solamente economico. Ed in effetti per Weber si aggiungono due altre dimensioni oltre alla classe sociale e per l’appunto lo status e il partito: il primo è inteso come frutto di riconoscimento sociale (come quello delle libere professioni ecc.), il secondo e cioè il partito indica quel gruppo di interesse che si unisce per ottenere potere e anche questo non si identifica con la classe sociale. Per Weber in definitiva nell’approccio multidimensionale test è descritto rispecchia una esclusione rispetto ai diversi tipi di risorse economiche, culturali e di potere che in definitiva sono utili per monopolizzare e rendere selettivi gli accessi alle condizioni sociali più vantaggiose.
Ma ciò che si chiede a questo punto e lo fa anche la sociologia tra metà degli anni Cinquanta e Settanta se la industrializzazione e la divisione del lavoro derivante fanno sicché le società siano più aperte e accessibili rispetto alle società tradizionali laddove erano qui attribuite posizioni sulla base di aspetti ascritti quali la famiglia di origine, la casta o l’etnia. In poche e sintetiche parole ci si interrogava sugli aspetti se la neo società industriale facesse allignare la trasformazione delle condizioni lavorative per esempio del proletariato o il soffermarsi di una nuova classe intermedia tra borghesia e proletariato e se la mobilità sociale ovverosia il tema della apertura e/o chiusura tra classi e la mobilità sociale ascendente o discendente si consolidasse.
Un contributo precipuo negli anni Sessanta del neo weberiano J. Golthorpe in The Affluent Worker nell’ambito della classe operaia nel 1968 e 1969 contesta l’ipotesi dell’imborghesimento della locale classe sociale in Inghilterra del Sessanta in base al quale la crescita di salari più alti e standard di vita e maggiori aspirazioni che contraddistinguerebbero il relativo plafond socioculturale non alienerebbero le condizioni di lavori dure e difficili delle stessa classe sociale del proletariato.
Per ciò che concerne il lavoro impiegatizio in White Collars. The american Midle Classes del 1951 Wiright Mills evidenziò la crescita di una nuova classe intermedia fatta dagli impiegati delle grandi organizzazioni pubbliche e private, laddove il relativo lavoro sarebbe ridotto a mansioni semplici e parcellizzate con scarso potere professionale ma i cosiddetti “colletti bianchi” sarebbero stati poi destinati negli anni successivi ad un momento di età d’oro.[5]
In Italia Bagnasco in Terza Italia. La problematica territoriale dello sviluppo italiano,1977 mentre nel Nord Est del Paese le fabbriche fordiste facevano evidenziare condizioni di vita e di lavoro tutto sommato in linea con le tesi marxiste, evidenziava nel Nord Sud una mancata proletarizzazione di una marcata economia di piccola e media impresa dei distretti industriali laddove la divisione del lavoro e le condizioni dello stesso vedeva affermarsi imprenditori piccoli socializzati alla cooperazione e alla flessibilità con disponibilità alla cooperazione, coinvolgimento nel lavoro, remunerazioni integrative, il tutto facente parte di una economia flessibile e non fordista.
Dagli anni Sessanta in poi ci si occupa della relazione strutturale fra classi sociali e occupazione, con il tentativo di definire indicatori di collocazione degli individui nell’occupazione loro ascritta; in buona sostanza le relazioni e le disuguaglianze sociali sono viste come condizionate dalla occupazione posizionale e dalle differenze di accesso alle risorse materiali quali retribuzione e reddito oltre al prestigio, status riconosciuto, autorealizzazione.
E per esempio il sociologo americano E. O. Wright negli anni a cavallo fra Settanta e Ottanta fa un discrimine più ampio della triplice e abituale posizioni della strutturazione di classe del capitalismo oltre alla borghesia, piccola borghesia e proletariato aggiungendo tre posizioni con:1) dirigenti e supervisori o capitale finanziario e che non possiedono i mezzi di produzione ma in compenso hanno il controllo sulla propria forza lavoro ovverosia distinguendo il capitale finanziario e l’autorità 2)lavoratori dipendenti semi autonomi che non possiedono i mezzi di produzione ma che hanno il controllo della relativa forza lavoro 3)piccoli imprenditori che hanno il controllo sul capitale fisico ma non sulla disciplina del processo lavorativo. È da aggiungere che Wright produrrà una analisi più completa con uno schema a 12 classi sociali.
3. La divisione del lavoro nell’era post-industriale
Nell’era post industriale il cambiamento tecnologico favorisce la globalizzazione e una nuova divisione internazionale del lavoro con espansione del terziario e riduzione del lavoro fordistico industriale e specie operaio nei paesi più avanzati. E così si apre un dibattito fra gli addetti ai lavori su come rappresentare nel mutamento in atto i dettami dei confini di classe e come si sarebbero mutati o sfumati in modo tale che l’analisi di classe sarebbe più sfumata nel rappresentare le disuguaglianze sociali. E così accanto alla notevole espansione della classe impiegatizia, tecnica e professionale accoppiata alle nuove figure professionali con sempre più numerosi individui che svolgono attività con bassissimo tenore di qualificazione e lavori faticosi, con scarsa possibilità di carriera, i cosiddetti Macjobs un esercito di commessi, camerieri, portieri, custodi , facchini, addetti alle pulizie ecc. che non appaiono costituire un nuovo e più stringente ceto proletario e così pure la classe operaia industriale al termine dello sviluppo industriale che è da dire aveva rappresentato in paesi sviluppati una cernita più ampia della popolazione.[6]
E per alcuni la società post industriale avrebbe visto indebolire la gerarchia tradizionale fra classi e in nuovo e meno scontato rapporto tra classe-comportamenti – orientamenti nel voto e nel consumo. E così la società del rischio e della era post industriale vedrebbe un processo di individualizzazione che sgancerebbe l’identità a uno specifico gruppo sociale con aumento della scelta individualizzata con aumento della flessibilità e della precarietà del lavoro innescata dalla globalizzazione con inserimento trasversale delle stesse classi sociali. E così la tesi della scomparsa delle classi sociali vedono diverse ricerche empiriche confermare ancora la classe sociale come fattore determinante per incentivare la struttura della disuguaglianza sociale moderna, con riferimento ad un ampio spettro di dimensioni delle opportunità di vita. E ciò nonostante che la frammentazione del lavoro insieme ad un forte calo della solidarietà collettiva vedano da vicino un tratto più sfuggente dell’identificazione delle classi stesse.
E per esempio il lavoro manuale del terziario non ha fatto scaturire una nuova classe di operai dei servizi appunto ma bensì gruppi sociali non assestati ed in poche e succinte parole la classe sociale rappresenta ancora una categoria stringente per capire la struttura delle disuguaglianze della società contemporanea. È vero sì che la classe sociale sia ancora elemento di spicco nel transitare ideologicamente nei nuovi ambiti della ormai superata vecchia società industriale con un passaggio vivibile in specie negli Stati Uniti laddove i nuovi attori collettivi hanno un potente ruolo di influenza nel dibattito politico e di opnion makers oltre la capacità di organizzazione nei luoghi di lavoro sostituendosi all’ormai superato ruolo di rappresentatività del sindacato.[7]
3.1. Brevi conclusioni
La moderna sociologia dopo quella della sociologia funzionalista invero non tanto interessata alle disuguaglianze essendo il risultato delle specializzazioni in funzioni sociali, ha chiesto se il transito da una società tradizionale ad una moderna accrescerebbe o meno le disuguaglianze sociali e a partire da questa domanda ha sondato per qualche decennio la relazione fra divisione sociale del lavoro e la stratificazione della società in classi sociali. Con diversi esiti per la verità con la trasformazione del lavoro operaio e di quello impiegatizio e financo la più complessa articolazione della divisione della struttura sociale causata da una maggiore divisione del lavoro ascritta alla società moderna. E così negli anni Settanta le trasformazioni portate dalla nuova epoca post industriale hanno trasfigurato la tradizionale divisione del lavoro con effetti di frammentazione ed articolazione del lavoro e delle occupazioni. In questo nuovo ambito i confini delle classi si sono attenuati verso nuove aggregazioni sociali cui sono state pilotate le ricerche sociologiche. Così l’origine sociale è la più cocente fonte di diversità sia nel lavoro che nelle opportunità di vita con centralità ascritta ai gruppi sociali peer comprendere la struttura sociale contemporanea.[8]
4. Una lettura neo durkheimiana delle classi sociali
Quando per esempio si procede ad una lettura in senso neo-marxista delle classi sociali ciò viene messo in seria discussione dalla postmodernità come modello che definiscono la suddivisione in quanto le classi sociali come categorie in seria analisi aggregate in special modo quando la distanza fra le classi sulla carta così definite in quanto ideate dai ricercatori pur di confermare i modelli proposti in ragione di strutture del mercato del lavoro così come definite forme intenzionali di azione collettiva.[9]
In ciò il contributo durkhemiano è stato in parte messo in cantina dagli attuali studiosi della stratificazione sociale ed in effetti la teoria di Durkheim è stata offerta in poco spazio perché poco funzionale alle teorie di stratificazione dominanti per quanto queste valutano il lavoro una fonte di generazione delle disuguaglianze sociali. E così è evidente come non solo sia stato ignorato l’apporto divisionale di questa fonte di divisione del lavoro sociale dalla post-modernità in quanto le modificazioni strutturali del sistema produttivo seguenti la globalizzazione e iato separativo fra capitale e lavoro. In effetti la rilettura di Grusky mostra come la stessa del Durkheim propone una analisi delle classi che viene fondata su una divisione tecnica del lavoro che pur non ingombrante offre una complementarietà rispetto alla tradizione di visione della stratificazione sociale.[10]
In estrema sintesi 1)va considerata la crescita dei gruppi sociali professionali che sarebbero un intermediario tra lo Stato e l’individuo 2)l’ascesa delle stesse e ripetute associazioni professionali sono fonte di localizzazione precipua in linea con lo sviluppo delle ideologie o etiche lavorative che si contrappongono agli egoismi individuali 3)la solidarietà meccanica così come generata dai sentimenti di attività lavorativa con innescamento di meccanismi aggregativi fa da ponte ad elementi di solidarietà organica e non solo con l’interdipendenza di alienazione di routine e frammentazione delle mansioni. In una sola parola per Durkheim il solo gruppo sociale che corrisponde alle condizioni organiche è quello formato dagli agenti di una medesima industria, così come riuniti e aggregati nel medesimo corpus professionale e né lo Stato può adempiere a questa funzione e la vita economica sfugge alle stesse loro competenze ed azioni.
Ed invero i modelli conflittuali di carattere neo-markista e neo- weberiano assumano critiche precipue proprio in ragione della spiccata tendenza neo- durkheimiana per la propria e crescente affermazione assunta dai gruppi professionali. Così l’ultimo modello propone le organizzazioni professionali lavorative sorte a livello di micro tendenza e destinate a sostituire le classi sociali a livello di macro tendenza e più aggregato.[11]
Quanto previsto dal Durkheim è stato attuato solo in parziale consistenza e in special modo per ciò che riguarda il mercato del lavoro nella post modernità. In primo luogo le associazioni professionali non sono capaci di sganciarsi dal particolarismo e in ciò particolarmente perché ancorate alla struttura obsoleta industriale; in secondo luogo lo sviluppo dell’associazionismo professionale non si è compiutamente sviluppato come dimostrato dai modelli di mercato del lavoro.
In un certo senso l’improprio raggruppamento che si manifesta tra un dirigente ed un libero professionista, fra un manager della pubblica amministrazione e di ambito privato evidenziano differenze profonde strutturali sia sul piano dei livelli di subordinazione o autonomia e il relativo grado di responsabilità e controllo sul lavoro.
In un certo senso il senso di appartenenza e/o l’identificazione nelle macro-classi è oggi giorno particolarmente sfumata in quanto gli attori utilizzano la dimensione professionale per autodefinirsi e valutarsi reciprocamente in meccanismi di inclusione/esclusione.
Infine bisogna particolarmente valutare in prospettiva di teoresi micro-disaggregata gli stessi processi di appartenenza di classe di un singolo soggetto come fattore predittivo e comune idem sentire con la erogazione di generazione di subculture proprie delle stesse professioni.
Negli ultimi decenni data l’insufficienza teorica della prospettiva neo-marxista ci si è spostati su quella neo-weberiana o postmoderna non tanto centrata sulla dimensione economica quanto più legata alla struttura di ceto e di partito. I gruppi di status contraddistinguono una più marcata dimensione nella sfera culturale e regole di comportamento, condotta e limitazioni di relazioni sociali tipizzate.[12]
Così le soluzioni neo-marxiste e neo-weberiane con riferimento alla stratificazione sociale per macro-aggregati sono modelli di riferimento dell’identità individuale e percezione del sé, gerarchie sociali e comportamenti relativi. Sono questi ultimi raggruppamenti essenzialmente astratti in forma di classe o ceto con gradienti socioeconomici e come detto per entrambi i casi rappresentazioni sulla carta costruiti dal ricercatore in base a criteri intesi come oggettivi, ma non specialmente corrispondenti alla percezione degli attori stessi; per esempio l’autotrasportatore inteso e classificato come lavoratore manuale prossimo alla classe operaia, visto il cambiamento del modo di lavorare si posiziona come dipendente da una precipua categoria professionale, visti i più sempre labili livelli di appartenenza di classe.[13]
In poche parole l’impostazione neo durkheimiana ci fa intendere che sia pur in una dimostrazione macro aggregata bisogna sempre rispettare i canoni interpretativi del posizionamento (scivolamento o aggregazione positiva) dei gruppi sociali.
E per esempio la stessa imprenditoria si è distanziata dai dirigenti e dai liberi professionisti più qualificati con riferimento alle relative competenze professionali sia in chiave di possibilità lavorative, che di reddito e opportunità complessive.[14]
4.1. L’ISTAT e il rapporto annuale 2017-la situazione del Paese
Di recente l’analisi dei gruppi sociali e delle disuguaglianze tra gli stessi si è fondata sulla distribuzione del reddito e di altri elementi che definiscono la struttura sociale; in verità la stessa è correlata in primis con la distribuzione come si è detto del reddito nella popolazione e in particolar modo tra le famiglie micro-aree delle esplicazioni delle differenze di classe e reddito.
La metodologia prescelta è quella di correlare l’appartenenza delle famiglie ad un diverso gruppo sociale in ragione del ruolo multidimensionale in ragione del reddito percepito e la condizione occupazionale con aspetti di natura economica come si è detto reddito-condizione occupazionale, culturale e cioè titolo di studio e financo sociale quali la cittadinanza, -dimensione della famiglia-tipologia del comune di residenza.[15]
La definizione dei diversi gruppi sociali in considerazione del reddito è stata condotta con il metodo di regressione non parametrica che propone un albero di classificazione dimensionale aggregando le variabili esplicative considerate e consentendo ad ampio raggio un trattamento congiunto di variabili illustrative sia qualitative che quantitative. In più il medesimo metodo permette di non essere costretti di fare le tradizionali ipotesi a priori sui vari processi di generazione dei dati utilizzati tipicamente generati dai metodi di regressione parametrica.[16]
L’albero di classificazione delle famiglie per gruppi sociali è così costituito: Su un universo di 25.775 famiglie si trovano in situazione professionale: a) 10.240 di operaio, atipico, inattivo e disoccupato; b) 15.535 di ritirato dal lavoro, impiegato, altro autonomo, dirigente, quadro, imprenditore o libero professionista. Di essi separati per cittadinanza 8.401 di soli italiani con fino a tre componenti la famiglia 6.475 e differenziata situazione professionale fra inattivo e disoccupato pari a 3.552 famiglie e per altro verso 2.923 di giovani blue-collar, con un numero assoluto di 6.190 individui. Fra gli anzidetti inattivi o disoccupati per un numero complessivo di 3.552 di anziane sole e giovani disoccupati per un valore assoluto di 5.420.Tornando all’inizio dell’albero di classificazione con una componente di quattro o più familiari si constata un numero di famiglie pari a 1.026 composte da famiglie a basso reddito di soli italiani ed un numero assoluto di 8.280.Fanalino di coda con almeno uno straniero e 1.839 nuclei familiari le famiglie a basso reddito con stranieri ed un numero assoluto di 4.730.
Con gruppi familiari e relativo titolo di studio vanno considerati 6.699 con non oltre la licenza media differenziati: a) con componenti di quattro e più individui e famiglie 846 caratterizzata da famiglie tradizionali della provincia ed un numero assoluto di componenti pari a 3.640; b) fino a tre componenti con assoluto numero di famiglie pari a 5.852 con famiglie degli operai in pensione ed un numero assoluto di 10.500.
Sempre tornando a ritroso nell’apice delle famiglie si constatano 8.837 con almeno il diploma superiore: a) fra gli impiegati e altri autonomi 4.582 di famiglie di impiegati con numero assoluto di componenti pari a 12.200; b) con un numero di 4.254 di ritirati dal lavoro, dirigenti, quadri, imprenditori o libero professionisti distinti per titolo di studio si distinguono i pensionati d’argento così detti pari ad un numero assoluto di 5.250 e come si è detto diploma superiore; c) titolo universitario o post laurea 1.856 della classe dirigente per un numero assoluto di 4.570.[17]
Ed invero la classe dirigente dell’Italia assume il 12,2% del reddito in totale con la differenza positiva più ampia tra reddito e numero di componenti della famiglia pari a 5 punti percentuali; a distanza si osservano i pensionati d’argento con punti 3%. Ed inoltre per ciò che concerne sempre la classe dirigente vi sono altri indicatori di agiatezza quali il più basso rischio di povertà o esclusione sociale.
Da notarsi in commento le famiglie dei giovani blue collar e quella degli operai pensionati hanno in comune un livello di reddito in media con quello nazionale e una bassa disuguaglianza al loro interno. Mentre tutto ciò vede le famiglie a basso reddito di soli italiani, le famiglie tradizionali della provincia e le famiglie a basso reddito con stranieri manifestano un reddito al di sotto di quello nazionale e una maggiore disuguaglianza alloro interno.[18]
In più la classe degli impiegati hanno un reddito equivalente più alto della media nazionale con discreto benessere economico e variabilità interna alquanto limitata; il reddito medio equivalente più alto, come si è detto, e quello riscontrabile fra la classe dirigente di seguito quello dei pensionati d’argento con una distribuzione interna più equa del primo gruppo.
E la stessa ISTAT è la prima a citare come “primo riferimento importante” il “Saggio sulle classi sociali” di Sylos Labini del 1974 nel quale testo celebre viene considerato il reddito quale elemento importante per la distinzione delle classi sociali non tanto e non solo per il suo livello estrinseco quanto per il modo in cui lo si produce e per questa via Sylos Labini identifica sei classi:
“I.Borghesia vera e propria: grandi proprietari di fondi rustici e urbani(rendite); imprenditori e alti dirigenti di società per azioni (profitti e redditi misti che contengono elevate quote di profitto) professionisti autonomi (redditi misti, con caratteri di redditi di monopolio).
I.a. Piccola borghesia impiegatizia (stipendi)
II.b.Piccola borghesia relativamente autonoma (redditi misti): coltivatori diretti, artigiani (inclusi i piccoli professionisti) commercianti.
II.c.Piccola borghesia: categorie particolari (militari, religiosi ed altri) (stipendi)
III.a.Classe operaia (salari)
III,b.Sottoproletariato.”[19]
Sempre l’Istat nel suo Rapporto 2017, cita altri contributi in materia dei gruppi sociali quali quelli di Schizzerorotto del 1988 e Cobalti e Schizzerotto del 1994 che propongono una diversa declinazione delle classi sociali fondate sulla posizione nella professione degli occupati per settori di attività dividendo la borghesia in tout court e piccola borghesia:
“I.Borghesia (imprenditori con almeno sette dipendenti, liberi professionisti dirigenti e quadri);
II.Classe media impiegatizia (lavoratori dipendenti a vari livelli di qualificazione, insegnanti di scuola materna, elementare, media inferiore e superiore, impiegati di concetto, impiegati esecutivi, tecnici specializzati);
II.a.Piccola borghesia urbana (piccoli imprenditori con al più sei dipendenti, lavoratori indipendenti dei settori delle costruzioni, dell’industria, del commercio e dei servizi, soci di cooperativa, coadiuvanti e lavoratori “atipici”, collaboratori coordinati e continuativi r prestatori d’opera occasionali);
III.b:Piccola borghesia agricola (proprietari delle piccole imprese, lavoratori indipendenti,soci di cooperativa, coadiuvanti e atipici operanti nel settore dell’agricoltura, caccia e pesca);
IV,a,classe operaia urbana (lavoratori dipendenti, quali capi operai, apprendisti, lavoratori a domicilio per conto di imprese, occupati nel settore delle costruzioni, dell’industria, del commercio e dei servizi;
IV.b.classe operaia agricola (lavoratori dipendenti occupati quali capi operai, operai, apprendisti, lavoratori a domicilio per conto di imprese nel settore primario).[20]
Queste ultime classificazioni sempre per l’Istat mantengono la loro validità in quanto flessibili quadri di orientamento che con la relativa classificazione rendono possibile l’adattamento in contesti di mutamento di variabili conoscitive quali quelle economiche, demografiche e più ampi.
Per quanto sopra esposto non sembra opportuna e congruente la critica di M. Barbagli, C. Saraceno e A. Schizzerotto in L’Istat vuole eliminare le classi sociali in Internet in quanto da quanto finora esposto si è del parere che l’impostazione metodologica e concettuale dell’Istituto di statistica abbia mantenuto un certo rigore scientifico congruo.[21]
Secondo i citati autori non è nuova la tesi secondo la quale le attuali disparità sociali avrebbero travolto e azzerato le vecchie classi sociali e queste non si identificano più nelle stesse. Questa doppia negazione evidenzia una prima contraddizione e sarebbe senza alcuna evidenza empirica che i sostituiti nove raggruppamenti sociali voluti e rappresentati dall’ISTAT sarebbero strutturati come nuove forme di appartenenza e identificazione. Cosicché la debolezza concettuale è metodologica come l’inversione tra causa ed effetto e così l’ISTAT parte dalla considerazione che le classi come fattori di disuguaglianza sociale, di reddito, di istruzione, di esposizione ai rischi di disoccupazione e di povertà non sono come effetti dell’appartenenza a un gruppo sociale ma bensì come elementi costitutivi di quei asseriti e nuovi gruppi appaiono date le premesse scarsamente plausibili sia sotto il profilo empirico- come si è detto- e poco comprensibili sotto quello sostanziale[22].
Con queste premesse l’Istat non procedendo negli assunti metodologici e concettuali in contraddizione fa sì che una seconda e nuova discrasia-la seconda- si appalesi nell’assunto generale secondo il quale la classi sarebbero sparite e non più fondanti la stratificazione sociale.
In definitiva vari istituti di ricerca hanno sperimentato nuove tipologie di costituzione sociale in argomento e che l’Istat come istituto dalla lunga e profonda tradizione scientifica non segue la stessa strada dell’ultimo studio del 2017 e come è ormai noto possa utilizzare lo schema proposto dal sociologo inglese J. Goldthorpe molto simile agli schemi che lo stesso Istat ha seguito in passato.
Come si è detto in precedenza, in ogni caso la nuova impostazione metodologica e di merito avanzata dall’Istat nel Rapporto del 2017 ecc. mantiene un equilibrio nel due aspetti di fondo e per questo la si avvalora interamente.
5. Neoplebe, classe creativa, elite, la nuova Italia
Nel commento di Francesco Nasi si appalesa innanzitutto la necessità di un necessario aggiornamento del lessico sociologico onde comprendere la strutturazione della società attuale. Quando, infatti, si parla di classe media, classe operaia, proletariato, borghesia ecc. bisogna considerare che essi sono concetti che a primo acchito non sembrano avere più riscontro nella società attuale intese come sfasate in maniera sostanziale. Ed è proprio da questo assunto che Parrulli e Vettoretto[23] partono per analizzare la nuova divisione sociale strutturatasi nella società italiana considerando 129 classi professionali che si aggregano in tre strati principali ovverosia élite, classe creativa, neoplebe.
Il primo aggregato sociale è la élite riferita al potere politico, economico, finanziario e burocratico di cui fanno parte coloro i quali ricoprono ruoli essenziali dirigenziali nelle grandi aziende, nel governo, nell’amministrazione pubblica e nelle stesse organizzazioni di interessi quali i partiti e sindacati. Una élite che è contraddistinta da una morale strettamente meritocratica nella quale prevalgono meccanismi di cooptazione ed appartenenza. Ed in effetti nella élite italiana rispetto ad altri Paesi vigono aspetti più locali, radicati e tradizionalisti meno spinta a differenza di altri Paesi UE al cosmopolitismo in ragione di un certo affiorante capitalismo di territorio ristretto. I due Autori fanno emergere ad ogni classe o strato un certo segmento di servizio o sub-strato di occupazione proprio del comando e controllo di supporto alla posizione della classe vera e propria ciò che viene contraddistinta come razionalità tecnica e di supporto, i cosiddetti “tecnici”.[24]
Di seguito viene analizzata la cosiddetta classe creativa che copre le classi occupazionali che hanno come ambito di gestione l’economia della conoscenza ovverosia la “progettazione, invenzione o ampliamento delle conoscenze negli ambiti della produzione scientifica, tecnica e culturale che richiedono elevati livelli di competenza “[25]
In questo caso si parla di specialisti sia delle scienze dure che delle materie umanistiche, in genere di quei settori dell’economia, anche di ruoli importanti ad alto valore aggiunto sia in piccole che medie imprese. Anche in questo strato si appalesano figure di supporto proprio di razionalità tecnica che richiedono di un capitale culturale esperenziato anche se non ricoprente ruoli di dirigente del caso dell’élite.
Si giunge così all’ultimo strato quello della neoplebe che significativamente è un arcipelago composto che non è solo limitato da quello che un tempo si chiamava proletariato e tipicizzato dal mondo manuale scarsamente specializzato ma anche dalla classe media impoverita dalla globalizzazione che non è riuscita a galleggiare nella feroce competizione del XXI secolo e anche dal proletariato intellettuale.
La neoplebe è fatta e composta da quelle professioni scarsamente retribuite a causa dell’imperante digitalizzazione , da chi sopravvive in situazioni di forte instabilità e precarietà o chi è stato espulso dal mercato del lavoro, molto somigliante da quella “proletaroide” alla maniera di Max Weber nella Germania di inizio del Novecento “vivente ai margini della società o classe media impoverita, lavoro intellettuale precario e malpagato insieme al proletariato dei servizi” [26]
Come commentato dal Nasi, dopo queste essenziali premesse, i due autori evidenziano tre grandi fratture della società contemporanea: 1) Inclusi esclusi dalla ricchezza-benessere e potere; 2) cosmopoliti/locali; 3) Concentrati/estesi ovverosia concentrati negli spazi angusti delle grandi città e coloro dissolti nelle periferie, sobborghi, campagne. Se è vero che la dicotomia inclusione / esclusione vede dall’altra parte la neoplebe è pure vero che nella seconda frattura vedono la migrazione di massa, i pellegrinaggi religiosi, il turismo di massa e movimenti politici transnazionali. Così come sull’ orizzonte del locale e globale ovverosia centro e periferia si vedono fenomeni un rimescolamento del locale e del globale fra centro e periferia con una neoplebe sradicata e una élite deresponsabilizzata del governo del territorio.
Segue- sempre secondo il commento di Nasi al testo in argomento-una comparazione fra ceti e Paese Italia e Paesi UE. La media europea vede una percentuale di élite pari al 4% mentre l’Italia si attesta ad appena all’1 %; per ciò che riguarda la classe creativa il caso italiano si attesta al 32,5% di contro ad una media UE pari al 37,5%%. La neoplebe accorpa in Italia più del 65% della popolazione e negli anni compresi fra 2007 e 2019 la classe creativa è sostanzialmente stabile con anzi un certo aumento nella neoplebe, una leggera decrescita della classe creativa e una decrescita dell’élite italiana.
L’immagine complessiva offerta dagli autori è quella di una società, quella italiana, con una neoplebe estesa con milioni di persone verso il baratro dell’esclusione sociale, con una élite sempre più chiusa in sé stessa e nei sui privilegi, ed una classe si è detta creativa incapace ancora di assumere un ruolo trainante e proattivo. Dal punto di vista metodologico i due autori hanno utilizzato la variabile della professione disaggregata con il livello di competenza e natura del lavoro-manuale intellettuale-ecc.- con distinzione della diversa intensità di conoscenza e forse sarebbe stato più congruo aggiungere a questi indicatori altri quali il reddito o capitale culturale e sociale, anche se quest’ultima proposizione avrebbe potuto correre il rischio di rendere più farraginosa l’intera generazione di ipotesi.
Come finemente commentato dal Nasi l’analisi sociologica deve per sobrietà e scientificità degli assunti sfociare in una necessaria proposta politica per non diventare fine a se stessa e nel caso italiano come quello di confronto europeo per necessità deve diventare altro da sé e nel caso italiano la classe cosiddetta creativa in scambio con la neoplebe – quello che si direbbe con il concetto un po’ obsoleta lotta di classe- e così farsi strumento di progresso e crescita basata sulle varie e diverse competenze.[27]
5.1. La lotta di classe dopo la lotta di classe[28]
A questo punto vale la pena di analizzare la lucida e completa dissertazione di Luciano Gallino che nel citato testo pone in controtendenza un complesso problema di mutamento della lotta di classe che nel discrimine fra XX e XXI secolo, a partire in particolare negli anni Ottanta, di come si sia imposta una cruenta lotta di classe dei ceti più abbienti avverso a quelli meno abbienti come recupero di posizioni raggiunte nel XX secolo a vantaggio delle classi meno abbienti .Ed in particolar modo di come le classe più abbienti abbiano recuperato posizioni di vantaggio contro quelle cosiddette classi lavoratrici e popolari e che non sia coerente parlare di dissoluzione delle classi sociali in quanto vi è più in atto una contrapposizione cruenta fra le stesse in una analisi – si è detto- lucida e attualissima: classe operaia e classe lavoratrice o working class, o arbeiterklasse che inducono a pensare una attività fisica o corporea , in prevalenza manuale, oltre ad una intellettuale volta a favore e alle dipendenze di altri da sé anche in presenza di tecnologie più avanzate. Se questi sono classe operaia vi sono poi coloro che sono riconducibili alla classe media ma non sono alla dipendenza di nessuno quali gli artigiani con sfumature del confine fra classe operaia e classe media entrambe però contrapposte a quelle borghesi di alto lignaggio. In contrapposizione di quest’ultima la classe media era pure chiamata come piccola e media borghesia con un ruolo di discrimine fra le due classi già citate in contrapposizione fra loro e rispetto alle quali si cercava una cooperazione nella lotta di classe.
Come detto da Weber nel Novecento è il destino a caratterizzare il concetto di classe vale a dire la qualità delle scelte offerte dal mercato del lavoro, avere o no preoccupazioni economiche, fare un lavoro scelto come gradito ecc.
Così la lotta di classe si avvalora di due contrafforti fra coloro che si mobilitano per migliorare il proprio e weberiano destino magari con la collaborazione di altri ceti e altri che per conservare e difendere il proprio siano disposti con ogni mezzo e senza compromessi a conservare il proprio ubi consistam.
La grande e grave crisi esplosa nel 2007 e poi trasformatasi in grande Recessione ha visto oltre al proletariato soccombente una parte delle classi intermedie subire un vero e proprio processo di proletarizzazione. Già Adam Smith aveva intuito che l’idea che operai e proprietari di impresa potessero essere nella stessa barca nel processo di produzione fosse priva di senso in quanto la classi contrapposte hanno sempre avuto e avranno una posizione contrapposta nel processo appunto di produzione. In particolar modo mentre la classe operaia è giustapposta nel processo di lavorazione alla cosiddetta borghesia, le classi intermedie inducono la circolazione di merci e capitale o il credito stesso in una posizione di terzietà non essendo fra l’altro dipendenti da alcunché altra classe ma soltanto dipendenti da processo di trasferimento di quanto sopra.
Così la lotta di classe dopo appunto la lotta di classe della metà del XX secolo si configura dopo gli anni Ottanta come tendenza delle classi più abbienti a garantirsi e preservarsi le posizioni di egemonia quali il reddito, la ricchezza familiare, benefici materiali e non ecc. contro le conquiste ottenute prima dalle classi meno abbienti sul finire degli anni Settanta. Così secondo la posizione del Gallino in questa collocazione temporale la classe dei lavoratori dipendenti ha raggiunto posizioni di garanzia con miglioramenti cospicui della propria condizione sociale quali sistemi di protezione sociale, quali le pensioni basate per esempio sul metodo della ripartizione, sull’allungamento delle ferie retribuite, la diminuzione dell’orario di lavoro settimanale, sul sistema del sistema nazionale della sanità ecc.
E così verso gli anni Ottanta in molti Paesi quali gli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania ecc. si è assistito a quello che è stata definita una vera e propria contro-rivoluzione con un grande balzo all’indietro come dice lo studioso Halimi in una opera del 2004: in poche e succinte parole le classi dominanti si sono impegnate in molteplici azioni di lotta per garantire il terreno perduto, una vera e propria lotta di classe dopo la lotta di classe in precedenza descritta. Una vera e propria classe globale fatta da proprietari di grandi patrimoni, top manager, dirigenti di industria e sistema finanziario, politici di primo piano aventi stretti rapporti con la classe economicamente dominante, come anche i grandi proprietari terrieri dei paesi emergenti quali l’India il Brasile ecc. La classe più abbiente e dominante a partire dalla Cina ha ottenuto e conservato un grande peso politico oltre che sociale sia come entità numerica che volume di capitali controllato, una sorta di mondializzazione delle cosiddette classi dominanti con una posizione non dissimile dai predecessori di un secolo fa ma con la disponibilità di mezzi economici incomparabilmente più cospicui.
Si è anche parlato in proposito dell’investimento di milioni e milioni di dollari investiti in titoli differenziati che le banche anche europee hanno costituito e diffuso in modo e in definitiva quanto mai rischioso e insufficiente. La crisi economica e finanziaria del 2007 – che si è poi trasformata in grande recessione fino al 2023-ha travolto questi giganteschi castelli di carta, con il necessario intervento dei governi sia dopo aiuti economici a fondo perduto, sia attraverso un elevato debito pubblico ed una crisi globali le cui conseguenze si sono anche riflesse sui lavoratori e le classi intermedie esempio ulteriore di come la lotta di classe dopo la lotta di classe si sia rovesciata su queste ultime.
La stessa e menzionata lotta di classe mediante le leggi si manifesta in normativa fiscale: da una parte elevati sgravi fiscali in vantaggio dei ceti più ricchi e riduzione delle imposte sulle società con la conseguenza di ridurre i bilanci pubblici e dello stato e ciò ha di per sé comportato il taglio delle spese di utilità sociale per tutte le classi meno abbienti. I menzionati sgravi fiscali hanno comportato una sostanziale percentuale di imposta da applicare sull’ultimo scaglione di reddito e delle imposte sul patrimonio e i beni ereditari. Mentre negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo l’aliquota detta marginale sui redditi era molto elevata e contribuiva ad un effetto di redistribuzione dei redditi, oggi giorno vedono sgravi fiscali a vantaggio delle classi più abbienti, per il restante 90% della popolazione si ha un vantaggio meno evidente (vedi il caso dell’America).
In Italia uno dei paradossi della normativa fiscale consiste in una aliquota minima su un reddito imponibile fino a 15.000 euro che è del 23%, mentre quest’ultima sale al 27 % per la fascia di reddito da 15.000 a 28.000.Viceversa l’aliquota unica delle rendite da capitale è stata per decenni pari al 12,5%.Ed inoltre sempre in Italia è stata pressoché abolita l’imposta sull’eredità con una imposta del 10% o 15% in modo tale che l’imposta non la paga il fondatore ma i successori e così pare evidente che viene non sequestrato per così dire un patrimonio accumulato con una vita di lavoro.
In uno studio della KPMG si dimostra come il tasso medio dell’imposizione fiscale delle imprese sia via via nei vari paesi dell’UE e dell’Europa ridotto dalla Germania in particolar modo, dall’Irlanda ecc. Questo per quanto riguarda i tassi ufficiali ma se ci si sposta in altri tipi di vantaggi quali la delocalizzazione si apre il contesto a vere e proprie forme di elusione ed evasione. Quello che in qualche modo conta nelle politiche delle leggi dei paesi sviluppati è la ridotta lotta alla disoccupazione e alla povertà vera e propria ed in Italia la manovra economica del 2011 sono stati tagliati in tre anni 45 miliardi di euro di servizi alle famiglie, pensioni, sanità, trasporti pubblici e previdenza sociale e non un euro per la creazione di occupazione con un inasprimento della manovra dal Governo Monti.
E a livello mondiale lo stesso disinteressamento si appalesa nella vicenda degli slums che come detto dall’ONU sono abitazioni mal messe, lamiere e compensato privi di servizi igienici ed un forte tasso di affollamento con un raccapricciante miseria nelle varie megalopoli del mondo, con una media di abitanti di 4 milioni. Come dice la stessa Banca Mondiale la povertà estrema simile agli slums potrebbe in pochi anni recedere impiegando tutto sommato capitali anche modesti, traslocando risorse dal settore della produzione di armi o dalla speculazione finanziaria fine a se stessa.
E tornando all’Italia e alle sue povertà si può dire che ciò che in qualche modo era stato tesaurizzato in termini di lotta di classe fino agli anni Settanta quali i CCNL , lo Statuto dei lavoratori del 1970 con un sindacato attivo e combattente sono stati debellati da pochi decenni della nuova lotta di classe e vi è da dire- sempre per l’Italia- che anche la Corte di Giustizia europea ha mostrato decisioni fortemente ispirate dalla concezione neoliberale dello Stato ,quali l’attività dei sindacati atti a contrastare il dumpimg salariale tra paesi UE( per esempio una impresa Estone che lavora in Francia che può pretendere l’applicazione di tariffe estoni ai suoi dipendenti) o la violazione della legge del paese ospitante da parte di una impresa ospite. Tutto ciò non può far altro che favorire la lotta di classe odierna.[29]
In breve sintesi il Gallino ha ben evidenziato quanto è il panorama attuale della lotta di classe e come le classi ben lungi dall’essersi smarrite siano ben in presenza nell’agone sociale dove fra XX e XXI secolo e come la lotta di classe sia specie nel mondo un ambito presente e cospicuo.
Ultimo appunto come le puntuali e fondate considerazioni di Gallino si conciliano con lo studio dell’ISTAT del 2017.Pare a chi scrive che le due dissertazioni si intersechino bene sia perché “la lotta di classe dopo la lotta di classe” si situi su un livello macrosociologico e storico sia perché lo studio dell’Istat invece proponga una analisi microsociologica e metodologicamente avvertita su quella che si studi su una società quale quella italiana nella quale il mutamento delle classi sociali – che esistono e sono presenti- abbia trasformato il panorama della stessa.
Tabella 1.2. Italia percentuali 1881/1971 da Sylos Labini,op.cit.
Tabella 1.3.Valori assoluti 1971/1983 da Silos Labini Le classi sociali negli anni Ottanta. Roma-Bari,1986
Tabella 1.4. Valori percentuali 1971/1983 da Sylos Labini,Le classi sociali negli anni Ottanta,Roma-Bari,Laterza,1986
Tabella 1.5. Valori percentuali lungo periodo ,da Sylos Labini, le classi sociali negli anni Ottanta, già cit.
Tabella 2.1. Maitan classificazione sociali da Dinamica delle classi sociali in Italia, Roma,Savelli,1975.
Tabella 2.2 Maitan ,ibidem.
Tabella 3.1. classi sociali da I.Fellini,op.cit.
Tab.3.2.I.Fellini,op.cit.
Tabella 4.1.
Valori percentuali Studio Istat 2017
Da queste prime analisi ed impostazioni metodologiche si evince l’adozione di una tecnica non parametrica a segmentazione gerarchica, che permette di tralasciare qualsiasi ipotesi sulla distribuzione delle variabili di interesse a priori, e che agisce in termini di associazione tra le variabili in modo da rispecchiare la pluralità di significati attribuibili al concetto di gruppo sociale, suddividendo le famiglie in funzione del loro benessere economico. Ed in particolar modo il metodo prescelto è non parametrico che ha il pregio di consentire un trattamento congiunto di variabili quantitative e qualitative e nel contempo di non dover fare le tradizionali ipotesi a priori sui processi di generazioni dei dati utilizzati, tipiche dei metodi di regressione parametrica.[30]
Purtroppo l’Istat non ha più replicato analisi dello stesso genere per motivi di economia delle risorse che avrebbe potuto per gli anni a venire dare costrutti di grande valore. In questo contesto si contano come maggior numero i 3.640 le famiglie tradizionali della provincia, 10.500 gli operai in pensione, 12.200 le famiglie di impiegati, i pensionati d’argento pari a 5.250 e infine 4.570 la classe dirigente.
5.1 – Tabella 1 – P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Bari Roma Laterza,2024
5.2 – ibidem
5.3 – Tabella 2 – P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Bari Roma Laterza,2024
Secondo la prima Tabella si evince una borghesia come la più ricca al 1991 con 10,0% fino ad arrivare all’11.1.% delle classi sociali del 2023 e così si passa alle classi medie con il 54,3% dell’universo in argomento. All’interno delle ultime stesse sempre al 1991 si staglia la piccola borghesia impiegatizia con il 35,0% fino ad arrivare al 52,9% nel 2023, la classe più crescente di tutti anche se come da altre indagini la stessa non addiviene ad una crescita del reddito come classe media bassa.Ma all’interno delle classi medie quella che più dimostra una riduzione la percentuale di presenza è la piccola borghesia autonoma che passa da un 19,3% del 1991 al 12,7 % del 2023(coltivatori diretti, artigiani, commercianti e trasporti e servizi).Una altra classe che fa riscontrate una drastica riduzione è la classe operaia che passa dal 35,8% del 1991 al 23,4% del 2023.
5.4 – Tabella 3 – P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Bari Roma Laterza,2024
Da una altra fonte ESEC si deducono una classe alta pare al 9,8% al 2023, una classe media impiegatizia pari al 36,3% nel 2023 e sempre nello stesso tempo una classe media autonoma come già detto in precedenza in forte calo pari al 14,0%; la classe salariata pari al 40% fra non qualificato, semi qualificato e qualificato. La stessa fonte indica il 42% come proletariato, una classe medio-bassa pari al 31,5%, una classe medio-alta pari al 16,8% e una alta pari al 9,8%.
Da tutte queste fonti si deduce una struttura a clessidra o a cipolla laddove le classi medie hanno un certo sviluppo con un reddito medio basso mentre l’alta borghesia storicamente raggiunge un apice di benessere e ricchezza fino ad ora inusitato.
Secondo la classificazione di Sylos Labini (1974) le classi sociali nel 2023 la borghesia raggiunge l’11,1%, le classi medie il 65,6 % con una ripartizione della piccola borghesia impiegatizia in 52,9% e quella autonoma come già detto con il 12,7% e per tutta Italia la classe operaia al 23,4%.
5.2. La gig economy e il capitalismo maturo
La gig economy è una struttura economica fondata su lavori temporanei e a chiamata organizzata su piattaforme digitali, con forme di inusitato sfruttamento della forza lavoro senza alcuna protezione sociale. Di far fronte a questa novità il primo accordo territoriale a livello europeo è stato siglato a Bologna nel 2018 per garantire i diritti fondamentali in termini di sicurezza sociale, paga equa e quant’altro sia di garanzia in termini di relazioni sociali. Come si è accennato la Carta di Bologna è stata sottoscritta dal Comune di Bologna, le riders Union Bologna, e i sindacati confederali e piattaforme locali con la fissazione di minimi di tutela sociale. I principi fondamentali sono la paga equa non inferiore ai minimi CCNL, l’obbligo di assicurazione INAIL e dispositivi di protezione individuali, informazione chiare e trasparenti sui meccanismi algoritmici di governo della forza lavoro, il divieto di penalizzazione e discriminazione dei rider o lavoratori di tutte le forme di gig economy, ricerca di superamento della distinzione tra lavoro autonomo e subordinato proprio per proteggere i lavoratori digitali.
La carta di Bologna ha tentato di superare il vuoto normativo con un anticipo di oltre un anno della legge nazionale n.128/2019 e della normativa UE oltre che della giurisprudenza di Cassazione:1)la legge n.128/2019 ha impostato tutele per i riders in due fattispecie, lavoratori con prestazioni interamente stabilite dalla piattaforma in termini di luoghi e modalità a cui si applica la disciplina del lavoro subordinato, inoltre per i riders occasionali senza vincoli di orario e di percorsi lo stabilimento di divieto di cottimo puro, compenso stabilito parametrato dai CCNL, indennità di lavoro notturno e maltempo, assicurazione obbligatoria INAIL e divieto di discriminazione. Ma la stessa Corte di Cassazione ha smantellato il castello di carta delle discriminazioni a carico dei riders: a prescindere del nomen iuris la prestazione è quella delle stesse identiche tutele del lavoratore subordinato (sentenza 2020), e nel 2025 la stessa Corte ha sentenziato che se il riders mentre lavora è monitorato da un algoritmo scatta il diritto proprio della subordinazione.
A livello comunitario la direttiva UE del 2024 ha sostanziato la presunzione legale di subordinazione quando la piattaforma esercita controllo e direzione fissando i compensi, monitora le prestazioni, limita la libertà di organizzare il lavoro ecc. La legge italiana statuisce che non è più il rider a dimostrare di essere lavoratore subordinato con l’inversione dell’onere della prova spetta alla piattaforma a dimostrare il contrario. In più è obbligo di trasparenza algoritmica con l’introduzione della supervisione umana obbligatoria sulle decisioni di licenziamento o sospensione dell’account, e di valutazione dei rischi psico sociali da digitalizzazione.
Ma quali sono i confronti e valutazioni fra proletariato tradizionale e riders. Innanzitutto nel proletariato tradizionale la quantità del lavoro è definita dal tempo, laddove il lavoratore cede la propria forza lavoro all’interno di una organizzazione di orario lineare predefinito in cui la saturazione del tempo di lavoro è visibile standardizzata dalla catena di montaggio. Viceversa nei riders non è il tempo di presenza a catalogare l’atto produttivo ma bensì è il singolo atto produttivo o consegna o microprestazioni con il tempo morto essere a carico del lavoratore. Mentre nel proletariato tradizionale il controllo della prestazione è gerarchico e sottoposto al controllo del capo reparto, nei riders il controllo è invisibile è stabilito dall’algoritmo laddove lo stesso in qualità di accettazioni, velocità di spostamento, recensioni dei clienti e reazioni alle notifiche, tutte sono sussunte in un contesto in cui la penalizzazione finale non è un richiamo ma bensì la disconnessione o declassamento in turni successivi.
Mentre la condivisione dello stesso spazio fisico e dei ritmi di fabbrica hanno favorito storicamente la coscienza di classe, nei riders tutto questo non c’è e vige l’atomizzazione lavorativa.
Le differenze sono in breve sintesi quanto segue: 1) 40 ore settimanali per il proletariato, numero di cottimi o consegna per i riders; 2) i tempi morti sono pagati nella fabbrica, il tempo di attesa su chiamata non è retribuito per i riders; 3) numeri dei turni rigidi nella fabbrica con produzione pianificata, nei riders c’è fluttuazione non stabile per meteo, ore pasti,giorni,4)il tempo è fondato sulla velocità della macchina per l’operaio, per i riders esiste una pausa autoimposta per il salario minimo.
In buona sostanza quella dei riders è una battaglia all’inizio mentre potrebbe darsi che modelli di organizzazioni del lavoro possano essere esportati nella fabbrica fordista robotizzata e delocalizzata.
I numeri in proposito: in Italia i riders attivi sono circa 30.000 – 40.000 con età compresa tra i 21 ai 39 anni e oltre il 50% immigrato e sono una nicchia specifica nel contesto lavorativo generale che conta quest’ultimo al 2023 5.528.599 di manodopera.
Riferimenti e note a piè di pagina
[1] la prima edizione risale al 1974 mentre si è giunti alla ristampa del 2019.
[2] Così I.Cipolletta in Classi sociali e dinamica politica come introduzione a P.Sylos LabiniSaggio sulle classi sociali già cit.,pag. XVII.
[3] Livio Maitan,Dinamica delle classi sociali in Italia,Savelli.Roma,1975, pag. 31.
[4] Livio Maitan,ibidem,pag,65.
[5] I. Fellini in ,Manuale di sociologia del lavoro di R. Semenza.Utet.Torino, 2022.pag. 162.
[6] I.Fellini,op.cit.pag.167.
[7] Ibidem.pag.168.
[8] Ibidem,pag.177.
[9] S.Poli,Dalle classi sulla carta alle micro-classi pofessionali:una rilettura delle classi sociali in prospettiva neo- Durkheimiana,in Società mutamento politica,Firenze University Press, 2017.pag.176.
[10] Ibidem,pag.177.
[11] Ibidem,pag.182.
[12] S.Poli,op.cit.,pag.193.
[13] Ibidem,pag.194.
[14] S.Poli.op.cit.,pag.196.
[15] Istat,Rapporto annuale 2017.La situazione del Paese,da Internet.pag.51.
[16] Ibidem,pag.57.
[17] Ibidem,pag.60 e il ricco albero di classificazione per gruppo sociale-
[18] Istat,op.cit.,pag.70
[19] ISTAT,op.cit.,pag.54.
[20] Ibidem.pag.54.
[21] M.Barbagli,C. Saraceno,A.Schizzerotto,lIstat ora vuole eliminare le classi sociali,in Info Lavoce,2017 da Internet.
[22] Ibidem.
[23] P.Perulli,L. Vettoretto,Neoplebe,classe creativa,elite,La nuova Italia.Roma-Bari,Laterza, 2022.
[24] Ibidem.
[25] Ibidem,pag.9.
[26] Così F.Nasi ,in Ibidem.
[27] Ibidem,p.191.
[28] L.Gallino,La lotta di classe dopo la lotta di classe,Roma-Bari,Laterza,2012.
[29] Ibidem.
[30] Istat, Rapporto già cit.it.,pag.57
Bibliografia Essenziale
Salvatore F. Romano, Le classi sociali in Italia, dal Medioevo all’età contemporanea, Torino, Einaudi, 1965.
P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Roma -Bari, Laterza,1974 – 2015
P. Sylos Labini,Le classi sociali negli anni Ottanta, Roma-Bari, Laterza.1986.
L. Maitan, Dinamica delle classi sociali in Italia, Roma, Savelli, 1975.
R. Semenza, Manuale di sociologia del lavoro, Torino, Utet, 2022.
S. Poli, Società mutamento politica, Firenze University Press,2017.
ISTAT, Rapporto annuale 2017, la situazione del Paese, da Internet
M. Barbagli, C. Saraceno, A. Schizzerotto, l’ISTAT ora vuole eliminare le classi sociali, Info Lavoce, 2017, da Internet
P. Perrulli, L. Vettoretto, Neoplebe, classe creativa, Elite, Roma-Bari, Laterza 2022.
L. Gallino,la lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza,2012.
P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Bari-Roma, Laterza,2024
P. G. Ardeni, M. Morini, Il lavoro del futuro, Bologna, Pendragon,2019
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