A 30 anni dalla sua morte Mia Martini resta icona indiscussa della musica napoletana

A 30 anni dalla sua morte Mia Martini resta icona indiscussa della musica napoletana

Trent’anni dopo la sua scomparsa, Mia Martini continua a esercitare un fascino che non conosce attenuazioni. La sua voce, inconfondibile per timbro e intensità emotiva, resta un luogo dell’anima prima ancora che un dato tecnico: graffiante senza essere aspra, struggente senza mai indulgere nel patetico. Un canto che sembra portare con sé il sale del mare, quello di Napoli e quello, più ruvido e primordiale, della sua Calabria natìa. Non è un caso che il mare, come spazio simbolico e destino interiore, attraversi molte delle sue interpretazioni più memorabili.

La canzone napoletana, alla quale Mia Martini si è accostata con rispetto e profondità rara, rappresenta uno dei capitoli più alti della sua parabola artistica. Pur non essendo “figlia del Vesuvio” per nascita, seppe diventarlo per elezione, con quella naturalezza che appartiene solo ai veri interpreti. Bastarono, nel 1979, pochi secondi di Nun è peccato per far comprendere al pubblico che quella voce parlava un linguaggio antico e autentico, perfettamente consonante con la tradizione partenopea.

Nel corso degli anni, Mimì diede prova di una straordinaria capacità di abitare la canzone napoletana senza imitarla, ma reinventandola dall’interno. Le interpretazioni di Reginella (con Drupi e Luca Caprese) e di Anema e core accanto a Peppino di Capri mostrano una sensibilità interpretativa che va oltre l’esecuzione: ogni parola è vissuta, ogni pausa è pensata. È, tuttavia, il sodalizio artistico con Enzo Gragnaniello, avviato nel 1989, a segnare il punto di svolta definitivo. Gragnaniello scrisse per lei brani capaci di intercettare le pieghe più intime della sua anima, a cominciare da Statte vicino a me, contenuto nell’album Martini Mia.

Il vero salto qualitativo si compie con Va’ a Marechiaro, inserita nell’album La mia razza del 1990: un brano luminoso, intriso dello spirito solare di Napoli, lontano dagli stereotipi eppure profondamente riconoscibile. Di segno opposto, ma altrettanto intenso, Scenne l’argiento (nell’album Lacrime, 1992), canto notturno e quasi mistico, dove la luna diventa metafora della vita e delle sue attese silenziose.

Indimenticabile resta la notte del 1991 in cui, a Via Toledo, Mia Martini incise Cu’mme insieme a Roberto Murolo: una vera poesia in musica, destinata a entrare nel canone della canzone napoletana, al pari di ’O marenariello, altro capolavoro del sodalizio Martini-Murolo. In Cu’mme l’amore è immersione: per far volare l’anima, sembra dirci Mimì, occorre prima avere il coraggio di scendere in profondità.

Nel 1992 la sua voce si intreccia ancora con quella di Gragnaniello in Mondi blu, brano in italiano ma attraversato da significative venature dialettali, incluso nell’album Veleno, mare e ammore. L’anno successivo è la volta di Vieneme, interamente in napoletano, cantata insieme a Gragnaniello e Murolo nell’album L’Italia è bbella, che contiene anche una versione rimasta nella memoria collettiva di Te voglio bene assaje.

Napoli fu per Mia Martini molto più di una città: fu il luogo della rinascita. Proprio nella capitale della scaramanzia, dopo anni di ingiusta emarginazione e di un marchio infamante — quello di “jettatrice” — che il mondo dello spettacolo le aveva colpevolmente cucito addosso, Mimì tornò a volare. Un paradosso solo apparente, che lei avrebbe forse sorriso di fronte a tanta ironia del destino. In quella rinascita prese forma la “Mimì napoletana”, capace di interpretazioni magistrali come Tammurriata nera e Caruso di Lucio Dalla.

Il 1994 la vede protagonista di Luna rossa nel programma televisivo Viva Napoli su Canale 5. L’anno successivo avrebbe voluto tornare in trasmissione con una personale versione di Lacreme napulitane, ma il tempo le negò questa possibilità: il 12 maggio 1995 Mia Martini se ne andò per sempre. Restano, però, testimonianze preziose come le sue cover di Chi tene ’o mare e Il mare, intenso omaggio a Pino Daniele, amico sincero che le fu accanto nel periodo più buio della sua carriera.

Mia Martini aveva il mare nelle vene. Non come immagine suggestiva, ma come postura esistenziale: una capacità profonda di sentire, accogliere, restituire ogni emozione senza filtri. Forse è anche per questo che, a distanza di trent’anni, la sua voce continua a parlarci con una sorprendente attualità. In un tempo che spesso confonde il volume con la profondità, Mimì resta una lezione silenziosa ma chiarissima: per lasciare un segno duraturo, non serve gridare. Serve, piuttosto, avere il coraggio di cantare la verità.


Salvis Juribus – Rivista di informazione giuridica
Direttore responsabile Avv. Giacomo Romano
Listed in ROAD, con patrocinio UNESCO
Copyrights © 2015 - ISSN 2464-9775
Ufficio Redazione: redazione@salvisjuribus.it
Ufficio Risorse Umane: recruitment@salvisjuribus.it
Ufficio Commerciale: info@salvisjuribus.it
***
Metti una stella e seguici anche su Google News

Articoli inerenti

Alla ricerca della radice giuridica dell’emancipazione femminile

Alla ricerca della radice giuridica dell’emancipazione femminile

Abstract. La proposta di questo articolo si basa sulla necessità di fornire una lettura critica della condizione femminile nel mondo romano...

Eutanasia: evoluzione storica e nodi etico-giuridici

Eutanasia: evoluzione storica e nodi etico-giuridici

Nel corso del tempo sempre più spesso sentiamo parlare di Eutanasia, e  sempre più persone mostrano un interesse, quanto da un punto di vista...