
La logica del sospetto. Dai frumentarii imperiali alla disincarnazione dell’index binario: note per un’archeologia del controllo algoritmico
Abstract. La solidità dell’architettura imperiale romana non si è mai retta unicamente sulla certezza della norma o sulla forza delle legioni.Com’ è noto ha richiesto la costruzione di un’infrastruttura sommersa capace di gestire e capitalizzare il sospetto. Il presente contributo prova a tracciare una linea di continuità metodologica e, insieme, di frattura ontologica tra i dispositivi di controllo della prima età imperiale e l’odierna governamentalità algoritmica.
Dall’analisi delle trame informative classiche emerge come l’estrazione del dato antico esigesse l’attrito della carne e il rischio relazionale del delator: una figura ancorata allo spazio fisico della civitas e contenuta dal contrappeso penale della calumnia. Lo snodo decisivo viene individuato nella metamorfosi dei frumentarii, momento in cui la pura logistica annonaria si converte, quasi per inerzia, in un dispositivo di intelligence interna.
È questo modello logistico a prefigurare le dinamiche contemporanee di data scraping e profilazione predittiva. L’ecosistema digitale, però, compie un salto qualitativo: disincarna l’apparato di sorveglianza, rimuove la mediazione umana e azzera ogni residuo di attrito morale. Delegando alla macchina la cognizione del fatto e la determinazione dell’intenzione, si svuotano dall’interno le categorie classiche del giudizio. L’indagine approda così alla necessità di rintracciare i presupposti di un limite relazionale e antropocentrico — i nodi dogmatici di una possibile empatia algoritmica — capace di sottrarre l’individuo alla reificazione del dato statico, là dove il codice pretende di sostituirsi alla complessità della storia.
Sommario: 1. Introduzione. Gli arcana imperii e l’ossessione dello sguardo – 2. La carne e il rischio: la fenomenologia del delator classico – 3. L’anello mancante: i frumentarii e la logistica della sorveglianza – 4. Il codice disincarnato: l’algoritmo come delatore perfetto – 5. Conclusioni. Oltre la reificazione: i presupposti di un’empatia algoritmica
1. Introduzione. Gli arcana imperii e l’ossessione dello sguardo
C’è un’abitudine antica nello sguardo di chi si accosta al mondo romano: ridurlo alla sua componente monumentale e di pietra, all’ordine geometrico dei fori, alle legioni in marcia lungo le vie consolari, al rigore di una trama normativa che pretende di perimetrare razionalmente l’existentia. Dietro questa facciata di marmo, però, la tenuta concreta di una macchina imperiale estesa su tre continenti ha sempre richiesto un’infrastruttura ben diversa: più flessibile, silenziosa, insonne. Un sistema nervoso sotterraneo dedicato alla raccolta, alla catalogazione e alla capitalizzazione del sospetto. Un potere di tali proporzioni non poteva sopravvivere affidandosi soltanto all’intervento successivo della forza militare o alla sanzione formale della legge: esigeva un apparato sensoriale preventivo, una rete fitta di sguardi e di ascolti capace di registrare i sussurri dei mercati provinciali, di interpretare i silenzi delle aristocrazie, di disinnescare le fratture dell’ordine sociale prima che assumessero la consistenza di una rivolta. È lungo questo crinale d’ombra che lo studio delle spie, dei delatori e dei canali di trasmissione della notizia acquista la sua centralità: non come cronaca di una patologia emergenziale, né come espressione della paranoia di questo o quel principe, bensi come radiografia della fisiologia ordinaria del comando.
Questo mutamento nell’esigenza conoscitiva dello Stato segna la frattura più autentica rispetto all’esperienza della res publica. Nella Roma repubblicana, per quanto l’arena politica fosse lacerata da conflitti feroci e da spartizioni clientelari, il baricentro visivo del potere restava legato alla trasparenza del foro, alla coralità della contio, allo spazio aperto in cui la parola doveva essere pronunciata ad alta voce per farsi atto giuridico. Con il Principato, l’asse della decisione arretra: si scherma dietro i tendaggi e le stanze chiuse del Palatino, inaugurando la stagione degli arcana imperii, in cui l’opacità del sovrano diventa la condizione speculare dell’osservabilità dei sudditi1. Il comando scopre che la visibilità immediata è un fattore di debolezza e che, per governare la complessità, occorre farsi oculus principis: un centro invisibile che tutto percepisce e che rimane sottratto allo sguardo altrui2. La raccolta del dato cessa così di essere un ausilio della difesa militare e diventa metodo epistemologico del governo burocratico, traduzione costante dell’imprevedibilità umana in categorie catalogabili e, perciò, dominabili3.
L’aspetto più fecondo di questa architettura — ed è qui che la storia rivela la sua sorprendente attualità — sta nella sua genesi materiale. Come hanno mostrato le ricerche più recenti, l’apparato di sorveglianza interna non nasce da un disegno teorico astratto né si sviluppa come un corpo di polizia autonomo: si instaura, in modo quasi parassitario, sulle pieghe della logistica militare preesistente, in particolare sul nucleo dei frumentarii4. La necessità di garantire l’approvvigionamento delle legioni e la gestione della rem frumentariam aveva imposto la creazione di una rete viaria presidiata e di flussi costanti, che offrivano la copertura perfetta per l’estrazione sistematica della notizia. Chi distribuisce il grano, chi mappa le stazioni di posta (mansiones), chi tiene le chiavi della circolazione fisica delle risorse, possiede inevitabilmente le chiavi per l’accesso alle informazioni più intime dell’Impero. Il controllo si adagia sull’infrastruttura del bisogno: una mutazione funzionale che trasforma i vettori della sussistenza nei terminali di una sorveglianza capillare, destinata poi a cristallizzarsi nella burocrazia centralizzata degli agentes in rebus.
L’ansia imperiale di cogliere l’indizio precoce attraverso la deviazione di flussi logistici nati per altro scopo non è, dunque, un reperto d’antiquariato, ma il nucleo genetico di una postura metodologica che riaffiora oggi sotto le spoglie tecnologiche del digitale. Nel passaggio dalla pietra delle strade romane al silicio, dall’archivio cartaceo alla leggerezza dei server e dei metadati, il dispositivo di sorveglianza non ha mutato la sua aspirazione di fondo: ha semplicemente compiuto un salto ontologico, disincarnandosi. Le architetture odierne di data scraping e profilazione predittiva riproducono, su scala globale, quel medesimo sforzo di riduzione della vita relazionale a giacimento da estrarre, ricalcando l’antico parassitismo logistico; i grandi attori tecnologici che gestiscono i flussi delle nostre necessità quotidiane convertono quelle stesse infrastrutture in canali di sorveglianza invisibile. Qui si consuma, però, una differenza che investe e svuota la funzione stessa del giudizio giuridico: là dove il potere antico, per quanto oppressivo, si scontrava con l’attrito della carne, con il rischio biologico dell’informatore, con la mediazione di un intelletto umano chiamato a valutare il peso della delazione, il panopticon algoritmico pretende di operare in assenza di gravità morale, sostituendo la regolarità del calcolo probabilistico alla complessità del comprendere5. Ripercorrere l’ossatura sommersa del controllo romano, seguendo la metamorfosi che dalle strade imperiali conduce al codice binario, diventa allora un viatico per decifrare il presente: per riconoscere ciò che resiste come continuità e ciò che, invece, segna il punto di rottura, in cui è ancora possibile rivendicare un argine antropocentrico capace di sottrarre l’individuo alla pura reificazione statistica.
2. La carne e il rischio: la fenomenologia del delator classico
Se la rete dei frumentarii costituisce l’armatura strutturale e il pretesto geografico per una circolazione sotterranea del sospetto, la concreta messa in opera del controllo sociale nell’alto Principato non si risolve nella regolarità di un protocollo burocratico: esige, come presupposto, l’urto della presenza fisica, la contingenza dell’incontro, la vulnerabilità di un corpo che si muove e rischia entro lo spazio denso della civitas. È in questo orizzonte di vigilanza, in cui le pareti domestiche cessano di essere un guscio e i silenzi si caricano di tensione politica, che gli storici del secolo d’oro imperiale fissano la memoria di una fauna palatina percepita come un flagello per la sopravvivenza stessa della libertas aristocratica — basti pensare allo sdegno con cui Tacito tratteggia l’età tiberiana —, un’ossessione che però non resta confinata alla cronaca romana ma tracima nella quotidianità amministrativa delle province, come mostra il celebre carteggio di Plinio il Giovane, dove la verifica delle denunce anonime contro i cristiani diventa l’archetipo di una gestione burocratica dell’indizio che deve fare i conti con la reperibilità fisica della fonte6.
Questa architettura del sospetto, che la scienza giuridica dell’Ottocento — sotto il rigore dogmatico di Theodor Mommsen — ha tentato di ricondurre entro i binari formali del diritto pubblico e della procedura penale, non si configurava come un arbitrio privo di freni. Lo statuto processuale dell’accusa, per non naufragare nell’anarchia di una delazione universale, poggiava sul bilanciamento severo della calumnia: un dispositivo punitivo, radicato nella Lex Remmia, che imponeva all’accusatore di rispondere con la propria incolumità fisica, patrimoniale e reputazionale se l’addebito si fosse rivelato dolosamente infondato, marchiando il falsario con l’infamia o, in epoche più arcaiche, con la lettera «K» impressa a fuoco sulla fronte7.
Si tratta di un impianto asimmetrico ma speculare che la storiografia più recente ha ulteriormente sviscerato, mostrando come la distinzione tra la figura occasionale dell’index — colui che svela dall’interno le trame di un complotto, spesso spinto dal rimorso, dalla condizione servile o da una contingente necessità di salvezza — e il delator professionista non rifletta una semplice aberrazione morale dei singoli, ma un ingranaggio strutturale legato al funzionamento del fisco e alla redistribuzione della ricchezza attraverso la quarta delatorum8.
Il legame tra dimensione logistica del controllo e immersione quotidiana degli informatori nei luoghi della promiscuità urbana — dalle taverne della Subura alle terme, dai mercati ai corridoi dei tribunali — è stato indagato a fondo dalle ricerche più recenti, che, ricostruendo il mestiere della spia nella Roma antica, hanno messo in luce come l’estrazione della notizia non potesse mai prescindere dall’esposizione fisica, dall’attrito sociale, dal rischio relazionale del denunciante, il cui volto rimaneva visibile alla comunità dei sorvegliati9; un quadro arricchito da chi ha ricostruito il processo di istituzionalizzazione degli indices, mostrando come la formalizzazione del sospetto strutturasse una cultura ampia della sorveglianza interna senza mai recidere quel vincolo di fisicità che costringeva accusatore e accusato a un corpo a corpo processuale10.
È in questa frizione materiale, in questo prezzo biologico ed emotivo pagato dall’informatore antico, che si misura la distanza dal nostro presente algoritmico: lì dove l’evaporazione del corpo e la disincarnazione dell’apparato di sorveglianza hanno generato un delatore perfetto e invisibile, capace di estrarre metadati e operare profilazioni predittive in assenza di gravità morale e senza mai dover rispondere della falsità dei propri assunti. Una mutazione che, eludendo il rischio della calumnia e la mediazione di un intelletto umano chiamato a valutare il peso del fatto, impone al giurista contemporaneo il compito di rintracciare i presupposti dogmatici per un recupero antropocentrico ed empatico della decisione giuridica, sottraendo l’individuo alla reificazione del calcolo statistico e restituendo al giudizio la sua dimensione relazionale, senza la quale il diritto si converte in pura tecnica dell’oppressione11.
3. L’anello mancante: i frumentarii e la logistica della sorveglianza
Se la fenomenologia del delator classico restituisce tutta la parzialità di un controllo adagiato sulle passioni umane — sull’avidità, sulla paura, sull’azzardo biografico di chi mette in gioco la propria pelle pur di risalire la china del prestigio sociale —, c’è un momento preciso in cui la macchina imperiale compie un salto, quasi un cambio di marcia silenzioso, e decide che l’informazione non può più dipendere unicamente dall’estemporaneità del trauma individuale o dal rancore di un corpo a corpo privato. Nasce l’esigenza di un’infrastruttura ordinaria, una trama invisibile e costante che non aspetti la deviazione del singolo ma si disponga preventivamente lungo le arterie in cui pulsa la vita materiale dell’Impero. È l’epifania dei frumentarii, una figura che la storiografia ha a lungo faticato a decifrare proprio a causa della sua ambivalenza funzionale; ed è in questa metamorfosi che si annida la lezione forse più densa sulla natura profonda di ogni sorveglianza istituzionale. Questi uomini non nascono con i panni della polizia politica, né recano i segni di un mandato inquisitorio: sono, all’origine, soldati distaccati, oscuri burocrati della sussistenza incaricati di una mansione vitale eppure apparentemente innocua, l’approvvigionamento del grano per le legioni, la misurazione dei raccolti, la gestione della rem frumentariam lungo le linee di faglia del territorio imperiale12.
Si consuma qui, in questo snodo apparentemente tecnico, un parassitismo metodologico che anticipa di secoli le derive più sottili del controllo contemporaneo. Il comando imperiale intuisce, con un pragmatismo che oggi lascia sbigottiti, che chi possiede le chiavi della circolazione fisica delle risorse — chi mappa le strade, chi presidia le mansiones, chi misura la fame e l’abbondanza delle province — possiede già la postura ideale per farsi orecchio e occhio del principe13. Non occorre inventare un apparato di sorveglianza ex novo, con il rischio di renderlo odioso ed evidente; basta piegare una funzione esistente, adagiare lo sguardo occulto sull’infrastruttura del bisogno quotidiano. I frumentarii diventano spie proprio perché sono vettori di beni necessari, viaggiatori legittimati a percorrere ogni atomo della rete viaria senza destare il sospetto che accompagna l’inquisitore formale; la loro mobilità burocratica si converte, per inerzia, in estrazione sistematica della notizia, trasformando i registri dell’annona nel primo, rudimentale catalogo dei comportamenti sociali e dei malumori provinciali14.
Questo andamento, che vede il controllo occulto mimetizzarsi nelle pieghe dei flussi logistici, segna il trionfo di una logica che rinuncia alla spettacolarità della sanzione per privilegiare la capillarità del monitoraggio; una traiettoria che la tarda antichità non farà che esasperare, istituzionalizzandola nella burocrazia palatina degli agentes in rebus15. Ed è proprio la comprensione di questa dinamica antica a strapparci al torpore di fronte alle architetture del presente digitale: il panopticon contemporaneo replica, su una scala infinitamente più invasiva e disincarnata, quel medesimo parassitismo logistico. Oggi non sono più i burocrati del grano a schedare i passaggi lungo le vie consolari, ma le piattaforme tecnologiche che gestiscono le nostre necessità più elementari — la comunicazione, la mobilità, lo scambio commerciale — a tradurre l’infrastruttura del nostro vivere quotidiano in un dispositivo perenne di data scraping e profilazione predittiva. Il controllo, ieri come oggi, non si impone con la forza dell’eccezione: si insedia nella normalità del servizio, dimostrando che il modo più efficace per rendere l’essere umano trasparente non è metterlo in catene, ma sorvegliarlo mentre soddisfa i propri bisogni.
4. Il codice disincarnato: l’algoritmo come delatore perfetto
C’è un limite — squisitamente fisico, quasi rassicurante nella sua miseria — che ha sempre impedito all’oppressione antica di farsi davvero totale, anche nei momenti di più feroce delirio inquisitorio o sotto la morsa delle riforme tardo-imperiali: l’attrito insopprimibile della materia. La macchina imperiale, per quanto immensa e capillare, per quanto astuta nel piegare la distribuzione annonaria e le vie del grano alle logiche dello spionaggio, finiva per schiantarsi contro il fiato corto dei cavalli, contro l’avidità troppo esibita di un funzionario provinciale, contro il calcolo di un delator che, nel buio della propria stanza, misurava le probabilità di una condanna per calumnia. La carne era, insieme, lo strumento vitale del potere e il suo collo di bottiglia. Nel mondo antico, una gravità ancorava il sospetto al terreno della fatica umana.
Lo scarto a cui assistiamo oggi non è soltanto una questione di scala, né un potenziamento dei flussi: è una frattura ontologica. Quando la sorveglianza abbandona il selciato imperfetto delle vie consolari per inabissarsi nei cavi a fibra ottica, quando il controllo cessa di avere un volto e diventa puro ambiente, compie l’atto più eversivo della sua storia: si disincarna. Non stiamo assistendo a un aggiornamento della rete dei frumentarii, ma alla sua purificazione radicale da ogni residuo biologico, da ogni incertezza morale, da ogni cedimento nervoso. L’algoritmo si erge a delatore perfetto: una spia che non dorme, non suda, non prova rimorso e, soprattutto, non ha bisogno di appostarsi o di estorcere confidenze, perché trae il proprio dominio direttamente da quel surplus comportamentale che noi stessi, sedotti dall’illusione della gratuità e dell’iper-connessione, gli cediamo di continuo, convertendo ogni nostro respiro in un dato estrattivo16.
C’è poi una torsione ulteriore, se possibile ancora più drammatica, che separa l’index romano dalla profilazione predittiva. Il delatore antico, per quanto cinico o mendace, riferiva sempre un fatto — o presunto tale — già consumato nel mondo fisico; la sua parola, anche distorta, si misurava a posteriori con l’evento storico. La stringa computazionale, al contrario, non si accontenta di registrare un passato inerte: pretende di dedurre e predeterminare il futuro. Intersecando frammenti apparentemente slegati — una sosta prolungata, un acquisto, un ritardo, il battito cardiaco di un dispositivo —, il codice calcola le nostre propensioni intime, trasformando l’ansia probabilistica in una sentenza di fatto, emessa da una scatola nera la cui opacità ingegneristica supera persino quella dei più insondabili arcana imperii palatini17. È la fine del sospetto come indagine relazionale e l’alba del sospetto come statistica pura.
In questo trionfo del calcolo, cosa ne è del diritto? Nel mondo classico l’accusa si teneva sempre in equilibrio sul filo della calumnia, su quella «K» pronta a essere marchiata a fuoco sulla carne viva di chi alterava la verità: una garanzia primordiale, ruvida, ma fondata sul presupposto di una vulnerabilità condivisa. Come si fa, oggi, a marchiare a fuoco un software? Come si minaccia di infamia una rete neurale proprietaria? Svuotando la sorveglianza della sua componente umana, si è rimosso l’unico vero freno inibitore all’arbitrio: l’attrito della coscienza, la capacità — tipicamente umana — di comprendere il contesto, l’eccezione, lo scarto irrazionale che salva. Delegando la delazione a un’entità asettica, il sistema abdica alla propria funzione ermeneutica e trasforma la legge in una procedura automatizzata, incapace di decifrare il dramma della vita che pulsa sotto la soglia del dato18.
Si spalanca qui una voragine dogmatica, sull’orlo della quale il giurista è chiamato a combattere la sua battaglia forse più difficile. Se la tecnica, cieca alla sfumatura, si accontenta di ridurci a un aggregato di correlazioni probabili, il diritto deve invece rivendicare — quasi come riflesso di sopravvivenza — un argine contro questo riduzionismo: un diritto a non essere interamente calcolati, uno spazio opaco e inespugnabile in cui l’indizio binario sia costretto ad arrestarsi e a cedere il passo alla fatica, all’esitazione e, perché no, alla pietà del giudizio umano19.
5. Conclusioni. Oltre la reificazione: i presupposti di un’empatia algoritmica
Siamo giunti al punto di caduta della nostra traiettoria, lì dove il cerchio del tempo — il filo teso dalle stazioni di posta dei frumentarii imperiali alle stanze asettiche dei server contemporanei — si chiude, svelando la posta in gioco: la sopravvivenza del giudizio come atto di libertà. La sussunzione del fatto entro il paradigma probabilistico della macchina non è un semplice affinamento tecnico delle capacità di accertamento del diritto, ma il tentativo radicale di espungere l’incertezza — e dunque l’umanità — dal tessuto della decisione giuridica. Nel momento in cui l’indizio binario si sostituisce alla complessità della narrazione storica, l’individuo cessa di essere il soggetto di un’esperienza relazionale e si riduce a un aggregato statico di correlazioni, a un giacimento informativo interamente calcolabile e, per ciò stesso, predeterminato nella sua intenzione. È il trionfo di una logica che, nel pretendere l’eliminazione dell’errore e dell’attrito relazionale, finisce per eliminare il nucleo stesso della giustizia del caso concreto: quella flessibilità interpretativa che l’antichità indicava come l’essenza dell’aequitas.
Di fronte a una deriva che disincarna l’apparato di controllo e priva l’accusato di qualsiasi possibilità di confronto con la carne del proprio delatore, il compito del giurista non può risolversi nella rassegnata testimonianza della tecnica, né nell’arroccamento nostalgico entro categorie dogmatiche ormai inservibili. Occorre, al contrario, opporre una resistenza metodologica: una postura teorica capace di accettare la sfida del digitale senza cederne la sovranità concettuale, rintracciando un limite intrinseco all’automazione proprio là dove il codice pretende di farsi norma e giudizio.
Questa istanza di sbarramento, che trova fondazione nel concetto di empatia algoritmica, non va intesa come un cedimento sentimentale o un vago pietismo extragiuridico: si configura come una protesi cognitiva dell’intelletto ermeneutico, un vincolo dogmatico e relazionale che impone alla macchina di arrestarsi davanti alla soglia dell’insondabile irrazionalità dell’agire umano20.
Umanizzare il dispositivo computazionale significa, allora, costringere il sistema a fare i conti con lo scarto, con l’eccezione, con la possibilità permanente della smentita che la storia oppone alla regolarità della statistica; una pretesa antropocentrica che ricolloca la persona al centro del circuito valutativo, non più come dato statico da estrarre e capitalizzare, ma come entità biografica in divenire, strutturalmente indisponibile a essere racchiusa in un profiling predittivo.
Se l’antico delator doveva misurare la propria parola con il peso e il rischio della propria carne, per sfuggire al rigore della calumnia, l’algoritmo contemporaneo deve trovare un limite analogo nella necessità di una mediazione umana capace di restituire la decisione al terreno della comprensione dialogica21. Solo attraverso il recupero di questa dimensione intrinsecamente relazionale del diritto — in cui il giudizio torna a essere un atto di ascolto e non un’operazione di calcolo probabilistico — sarà possibile sottrarre l’individuo alla reificazione del segnale binario, garantendo che lo sguardo del potere, sia esso l’opacità del Palatino o l’invisibilità degli algoritmi di data scraping, trovi sempre sulla propria strada il limite invalicabile della dignità dell’uomo.
Note
¹ Cfr. Tacito, Ann., II, 59, in ordine alla natura degli arcana imperii come nucleo insindacabile e segreto della sovranità, intesa come diritto esclusivo del vertice all’osservazione e alla dissimulazione.
² Cfr. M. Traverso, Il segreto come carattere esclusivo del potere nella Roma antica, in ZaPruder, VII, maggio-agosto 2005, pp. 8-15.
³ Cfr. M. F. Petraccia, In rebus agere. Il mestiere di spia nell’antica Roma, Bologna, Pàtron Editore, 2012, pp. 22-41, relativamente alla strutturazione della rete informativa interna come ingranaggio essenziale per la stabilizzazione dell’ordine pubblico sotto il principato augusteo.
⁴ Cfr. M. F. Petraccia, Indices e delatores nell’antica Roma, Milano, LED Edizioni Universitarie, 2014, pp. 45 ss., in ordine al processo di istituzionalizzazione della delazione privata e alla trasformazione del sospetto in un pilastro della stabilità dello Stato.
⁵ Per una ricognizione delle aporie connesse all’automazione del giudizio e per la necessità di un recupero della dimensione relazionale e analogica della decisione giuridica di fronte alla reificazione computazionale, si rimanda a G. M. Bencivenga, Alla ricerca di una possibile Empatia Algoritmica, in IURA AND LEGAL SYSTEM — Rivista giuridica UNISA, Volume 12-3, settembre 2025, pp. 48-55.
⁶ Cfr. Tacito, Ann., IV, 30, sulla definizione dei delatori come genus hominum publico exitio repertum; per l’orizzonte provinciale e il rifiuto delle denunce anonime nell’alto impero, si veda il carteggio in Plinio il Giovane, Epist., X, 96-97.
⁷ Sulla disciplina della calumnia, sulla rilevanza dell’infamia processuale e sulle implicazioni della Lex Remmia nel sistema delle quaestiones, si rimanda a T. Mommsen, Römisches Strafrecht, Leipzig, Duncker & Humblot, 1899, pp. 495-501; si veda anche, per gli sviluppi successivi, Paolo, Sent., V, 4, 11.
⁸ Sulla struttura economica della delazione, sulle dinamiche della quarta delatorum e sull’impatto dei procuratori imperiali da Tiberio a Domiziano, si veda S. H. Rutledge, Imperial Inquisitions: Prosecutors and Informants from Tiberius to Domitian, London-New York, Routledge, 2001, pp. 83 ss.
⁹ Cfr. M. F. Petraccia, In rebus agere. Il mestiere di spia nell’antica Roma, Bologna, Pàtron Editore, 2012, pp. 65 ss., relativamente alla dislocazione topografica degli informatori nel tessuto cittadino e alla percezione sociale della loro attività.
¹⁰ Cfr. M. F. Petraccia, Indices e delatores nell’antica Roma, Milano, LED Edizioni Universitarie, 2014, pp. 88-102, in riferimento al processo di progressiva istituzionalizzazione della delazione privata.
¹¹ Per una trattazione delle aporie connesse all’automazione del controllo e alla necessità di rintracciare un limite antropocentrico di fronte alla riduzione del fatto in dato computazionale, si rimanda a G. M. Bencivenga, Alla ricerca di una possibile Empatia Algoritmica, in IURA AND LEGAL SYSTEM — Rivista giuridica UNISA, Volume 12-3, settembre 2025, pp. 48-55.
¹² Cfr. W. G. Sinnigen, The Roman Secret Service, in The Classical Journal, LVII, 1961, pp. 65-72, in ordine alla progressiva transizione dei compiti di approvvigionamento militare verso mansioni di natura prettamente informativa.
¹³ Sulla complessa operatività delle reti logistiche in canali di intelligence interna durante il Principato, si veda N. J. E. Austin — N. B. Rankov, Exploratio: Military and Political Intelligence in the Roman World from the Second Punic War to the Battle of Adrianople, London, Routledge, 1995, pp. 132 ss.
¹⁴ Cfr. R. M. Sheldon, Intelligence Activities in Ancient Rome: Trust in the Gods But Verify, London, Frank Cass, 2005, pp. 112-140, relativamente all’evoluzione dei corpi militari distaccati e alla percezione pubblica dei frumentarii.
¹⁵ Per un’analisi sull’evoluzione istituzionale che condurrà alla soppressione dei frumentarii e alla loro sostituzione con il corpo degli agentes in rebus, si rimanda a S. McCunn, What’s in a name? The evolving role of the Frumentarii, in The Classical Quarterly, 69(1), 2019, pp. 340-353.
¹⁶ Cfr. F. Pasquale, The Black Box Society: The Secret Algorithms That Control Money and Information, Cambridge (MA), Harvard University Press, 2015, pp. 18-42, sull’inaccessibilità dei processi decisionali algoritmici e sulle implicazioni di un potere opaco.
¹⁷ Cfr. M. Hildebrandt, Smart Technologies and the End(s) of Law. Novel Entanglements of Law and Technology, Cheltenham, Edward Elgar, 2015, pp. 133 ss., in ordine al collasso della protezione giuridica di fronte ad ambienti proattivi.
¹⁸ Cfr. S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, Luiss University Press, 2019, pp. 84 ss., per un’analisi sull’espropriazione del surplus comportamentale.
¹⁹ In riferimento alla necessità dogmatica di tutelare l’individuo dalle deduzioni automatizzate, rivendicando un right to reasonable inferences, si rimanda a S. Wachter — B. Mittelstadt, A Right to Reasonable Inferences: Re-Thinking Data Protection Law in the Age of Big Data and AI, in Columbia Business Law Review, 2019(2), pp. 494-620.
²⁰ Cfr. S. Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 112 ss., sulla necessità di preservare l’autodeterminazione informativa come baluardo contro la reificazione del soggetto.
²¹ Cfr. G. M. Bencivenga, Alla ricerca di una possibile Empatia Algoritmica, in IURA AND LEGAL SYSTEM — Rivista giuridica UNISA, Volume 12-3, settembre 2025, pp. 48-55, inteso come argine relazionale e antropocentrico alla totale automazione del giudizio giuridico.
Bibliografia essenziale
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Marco Bencivenga
PhD in Scienze Giuridiche e Politiche , avvocato, docente. Laureato in Giurisprudenza, in Scienze dell'Educazione, Licenciatura en Derecho, ha conseguito diversi master, corsi di perfezionamento e abilitazioni all'insegnamento. Scrive su diverse riviste scientifiche in materia di Diritto Amministrativo e Storia del Diritto Romano
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