Quando l’abito rappresenta la giustizia: storia della toga giudiziaria

Quando l’abito rappresenta la giustizia: storia della toga giudiziaria

Nell’era degli abiti moderni e delle aule di tribunale tecnologicamente avanzate, perché ancora imponiamo ai nostri più brillanti giuristi di indossare la toga? Per alcuni potrebbe sembrare un’anticaglia del passato di cui si potrebbe fare a meno, ma per comprendere la carica simbolica di questo indumento è indispensabile analizzare la sua evoluzione nel corso dei secoli.

La toga rappresentava il simbolo di status civico più distintivo nell’antica Roma. Questo indumento non era alla portata di tutti: soltanto i cittadini romani maschi potevano indossarlo, mentre donne, schiavi e stranieri ne erano solitamente esclusi. Realizzata principalmente in lana, occasionalmente poteva essere confezionata anche in lino. La toga aveva una forma semicircolare distintiva e poteva raggiungere oltre sei metri di lunghezza, rendendolo così un capo pesante e complicato da gestire.

Per questo motivo, il dominus, spesso necessitava dell’assistenza di uno schiavo specializzato noto come vestiplicus. Questo schiavo aveva l’incarico di piegare accuratamente il tessuto e posizionarlo in modo tale che i drappeggi apparissero eleganti e ben ordinati.

La toga non era semplicemente un vestito; rappresentava dignità, prestigio e appartenenza alla comunità politica romana. Il modo in cui veniva indossata trasmetteva il rango sociale e il ruolo pubblico del cittadino.

Nel Medioevo, l’abbigliamento dei giudici in Europa era tutt’altro che uniforme. Solitamente indossavano una veste lunga che arrivava fino al ginocchio o alle caviglie, stretta in vita da una cintura, accompagnata da un copricapo coordinato nel colore. Le fogge e i colori cambiavano notevolmente a seconda della regione: ad esempio, in Galles i giudici optavano per il verde, mentre nel Regno di Germania del XIII secolo alcuni conti amministravano la giustizia in abiti gialli con copricapi adornati con nastri rossi e gialli.

Tra il XIV e il XV secolo, le vesti giudiziarie iniziarono ad assomigliare a lunghe tonache clericali. Questa scelta rappresentava l’idea che il giudice, come il sacerdote, dovesse svolgere il proprio ruolo con sobrietà, evitando l’ostentazione. L’abito simboleggiava quindi la dignità della posizione, l’imparzialità e un distacco dalle vanità terrene, facilitando anche il riconoscimento dei giudici e degli avvocati da parte dei cittadini presenti in tribunale.

I giudici del Parlamento di Parigi furono tra i primi a introdurre elementi di grande prestigio, adottando toghe lunghe con ampi colletti di ermellino, seguendo la moda della corte reale. Nel tardo Medioevo, la toga divenne emblema dell’erudizione giuridica tra i laureati in diritto. Le differenze di grado tra i magistrati erano evidenziate attraverso il tessuto, il colore, la qualità e gli ornamenti dell’abito. Dal XV secolo, il nero divenne il colore predominante delle toghe, mentre nelle città con lo jus gladii (il diritto di infliggere la pena di morte), i magistrati indossavano una toga scarlatta durante le udienze.

In Inghilterra la prevalenza delle toghe di colore nero fu determinata dalla tragedia che segnò il 1694: la morte dell’amata regina Maria, a soli 32 anni per vaiolo. L’intera nazione fu profondamente colpita, e re Guglielmo dichiarò un periodo di lutto nazionale durante il  quale tutti i giudici dovevano vestire di nero.

Il colpo di scena avvenne quando il periodo di lutto terminò ma i giudici continuarono a indossare la toga nera, che nel frattempo era passata a simboleggiare autorità e fermezza piuttosto che semplicemente il lutto. Con l’espansione dell’Impero britannico, questo codice di abbigliamento si diffuse anche in America, Africa e Asia.

L’America ha continuato a mantenere questo usanza anche dopo la Rivoluzione, sebbene si siano levate, nel corso del tempo, delle voci anticonformiste. Thomas Jefferson ad esempio era contrario alle toghe e preferiva che i giudici americani indossassero abiti comuni. Tuttavia, John Adams e la prima Corte Suprema risultarono di diverso avviso perché vedevano nella toga uno strumento psicologico che svolgeva tre funzioni: annullava l’individualità del giudice, enfatizzava la neutralità del colore nero nella psicologia dei colori e creava una potente impressione visiva di autorità.

Anche se la toga nera resta il simbolo per eccellenza, alcuni giudici americani hanno introdotto varianti personali. Nel 1995, il giudice capo William Rehnquist cucì strisce dorate sulle maniche della sua toga, ispirato da un’opera di Gilbert e Sullivan. Anche se controversa, questa modifica suscitò un dibattito nazionale. Al suo successore, John Roberts, riportò la toga all’essenziale nero.

Quanto alle donne in magistratura, quando Sandra Day O’Connor divenne la prima donna alla Corte Suprema, dovette fare i conti con toghe progettate per uomo. Insieme a Ruth Bader Ginsburg, introdusse il colletto o jabot come parte della mantella giudiziaria, non solo come scelta di moda ma per affermare con decisione la presenza femminile in sede giuridica.

L’ evoluzione storica della toga dimostra che, nonostante i mutamenti intervenuti nel tempo, questo speciale abito è ancora foriero di potenza simbolica : rappresenta dignità, autorevolezza ed imparzialità. Ad oggi costituisce il trait d’union tra tradizione e modernità e continua ad avere un ruolo da protagonista nelle aule giudiziarie di gran parte del mondo. In un contesto dove il diritto affronta sfide legate alla digitalizzazione e non solo, la toga ricorda che l’autorità non risiede nell’apparire, ma nei valori che è chiamata a rappresentare.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici:
The World of Roman Costume, University of Wisconsin Press, 1994.
Great American Judges,  Vile, John R. (2003)

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