
Enrica Calabrese, esempio di coraggio
In prossimità della Giornata della Memoria, che ricorre il 27 gennaio e commemora le vittime dell’Olocausto, del nazismo e del fascismo, il pensiero corre inevitabilmente a Auschwitz, liberato nel 1945 dall’Armata Rossa, luogo simbolo dell’abisso morale in cui l’Europa seppe precipitare. È in questa cornice che si colloca la storia di Enrica Calabresi: una donna insieme ordinaria e straordinaria, la cui vicenda personale incarna con rara chiarezza l’intreccio tra scienza, coscienza civile e persecuzione.
Enrica Calabresi nacque a Ferrara il 10 febbraio 1891, ultima di quattro figli di Vito Calabresi e Ida Fano, all’interno di una famiglia colta e progressista, capace di incoraggiare – fatto tutt’altro che scontato per l’epoca – la formazione femminile. Fin da giovanissima manifestò interessi molteplici e una spiccata inclinazione per le discipline scientifiche, affiancata da una solida cultura umanistica e da una naturale predisposizione per le lingue straniere, che la portarono a padroneggiare inglese, francese e tedesco con disinvoltura.
Nel 1909 si iscrisse alla facoltà di matematica dell’Università di Ferrara, ma fu l’incontro con i corsi di botanica e zoologia a orientarla definitivamente verso le scienze naturali. Questa consapevolezza la spinse a trasferirsi a Firenze, dove nel 1914 conseguì la laurea in scienze naturali e, in breve tempo, divenne assistente alla cattedra di zoologia e anatomia comparata dei vertebrati. In quegli stessi anni conobbe anche l’unico grande amore della sua vita, Giovan Battista De Gasperi, brillante geologo ed esploratore, già autore di numerose pubblicazioni scientifiche e reduce da una spedizione in Patagonia con De Agostini.
Il loro futuro appariva promettente, ma la Prima guerra mondiale si incaricò di dissolvere ogni progetto. De Gasperi si arruolò come tenente degli Alpini, distinguendosi per valore fino a ottenere una medaglia d’argento, ma trovò la morte in combattimento nella primavera del 1916, a soli ventiquattro anni. Per Enrica, appena venticinquenne, fu un dolore irreparabile. Per reagire alla perdita, decise di allontanarsi temporaneamente dall’università e di arruolarsi come crocerossina, scegliendo di assistere i feriti in quella che lei stessa percepiva come un’insensata carneficina.
Rimasta fedele per tutta la vita a quell’amore interrotto, Enrica adottò il lutto come cifra esistenziale e convogliò ogni energia nella ricerca scientifica e nell’insegnamento. Tornata a Firenze, la sua carriera riprese con vigore: nel 1918 entrò nella Società Entomologica Italiana come segretaria; nel 1924 ottenne l’abilitazione all’insegnamento di zoologia; collaborò con la Treccani e con l’Università di Berlino, distinguendosi per rigore e competenza.
Aperta avversaria del fascismo, pagò però un prezzo elevato. Nel 1933, anche in quanto donna, fu costretta a lasciare il proprio incarico universitario e la collaborazione con la Treccani, sostituita da Lodovico Caporiacco, fascista dichiarato. Per non rinunciare all’insegnamento – che per lei rappresentava non solo una professione, ma una forma di resistenza morale – fu costretta a prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Ottenne così un incarico presso il Regio Liceo per geometri Galileo Galilei e, nel 1936, conquistò la cattedra di Entomologia agraria all’Università di Pisa, risultato notevole in un contesto ostile all’occupazione femminile.
Parallelamente insegnò al liceo Galilei di Firenze, dove ebbe tra le sue allieve Margherita Hack. Quest’ultima, ricordandola anni dopo, la descrisse come fragile all’apparenza ma dotata di una volontà inflessibile, incapace di tollerare l’ingiustizia, arrivando a dichiarare: «Se ho scelto di essere libera, è stato grazie a lei». Hack fu anche testimone diretta dell’allontanamento di Enrica dalla scuola in seguito alle leggi razziali del 1938, che posero brutalmente fine alla sua carriera pubblica.
Nonostante l’isolamento e l’annientamento professionale, Enrica Calabresi non smise di insegnare. Continuò a farlo clandestinamente, dedicandosi agli studenti ebrei esclusi dalla scuola statale presso la Scuola Ebraica di via Farina. Rifiutò di nascondersi e rinunciò alla possibilità di fuggire in Svizzera, per non abbandonare i suoi allievi e per non mettere in pericolo chi avrebbe potuto aiutarla.
Arrestata dai fascisti nel gennaio del 1944, fu rinchiusa nel carcere di Santa Verdiana. Qui, ancora una volta, decise del proprio destino: ingerì volontariamente fluoruro di zinco, morendo il 20 gennaio, consapevole dell’orrore che l’attendeva ad Auschwitz.
La storia di Enrica Calabresi non è soltanto una vicenda individuale, ma una lezione civile. È il racconto di una scienziata che non rinunciò mai alla propria dignità, di una donna che scelse la coerenza anche quando il prezzo era la vita stessa. Ricordarla oggi significa interrogarsi sul presente e sul futuro, perché le ideologie discriminatorie non scompaiono da sole: attendono solo menti distratte. Sta a noi decidere se lasciare che il buio torni a farsi spazio o se continuare, ostinatamente, ad accendere luce.
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Adelia Giordano
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