Eutanasia: evoluzione storica e nodi etico-giuridici

Eutanasia: evoluzione storica e nodi etico-giuridici

Nel corso del tempo sempre più spesso sentiamo parlare di Eutanasia, e  sempre più persone mostrano un interesse, quanto da un punto di vista giuridico, politico, medico e sociale. E’ quindi necessario comprendere come nasce questa pratica del fine vita, in quale epoca si sviluppa, quali mutamenti ha subito nel corso della storia, per quali finalità è stata utilizzata: se sempre e solamente a scopo medico oppure se ha avuto altre, e non sempre eticamente corrette, applicazioni.

Pensiamo alla parola in se: Eutanasia, riferendosi oggi ad una morte non dolorosa, quindi, ponendo deliberatamente termine alla vita di un paziente al fine di evitare, in caso di malattie incurabili, sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia. Questa è la definizione che ogni vocabolario presenta alla ricerca del termine eutanasia. Da questo significato, nel corso degli ultimi decenni è iniziato un acceso dibattito su quelle che sono le problematiche scaturite dal fine vita. Problematiche non solo a livello medico, ma anche morale, etico, religioso e giuridico. 

Uno dei principali problemi che troviamo a dover affrontare è il rapporto fra diritto alla vita e autodeterminazione, che possiamo rappresentare come i due pilastri alla base del fine vita. Il primo, rientra tra i diritti fondamentali dell’uomo. Un diritto inviolabile, tutelato  non solo a livello nazionale, ma che trova tutela con esplicita chiarezza nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, approvata dall’Onu nel 1948. Anche il diritto all’autodeterminazione trova una vastissima tutela a livello nazionale, internazionale ed europeo. Infatti è possibile fare riferimento agli articoli 1 della Carta delle Nazioni Unite, all’art. 8 della CEDU, ed in tutti quei diritti costituzionalmente riconosciuti ove un soggetto può disporre liberamente di se stesso senza costrizioni esterne. In un contesto dove la prassi vede la morte di una persona quale un evento naturale o come la conseguenza finale di una malattia, porre anticipatamente fine alla vita rappresenta una contraddizione ai diritti della persona. Nel passato, come egualmente ai giorni nostri, erano presenti, in riferimento anche alla tipologia di società, opinioni contrastanti sulla pratica di porre fine alla vita.

Il concetto di eutanasia risale a molti secoli fa, ed il suo significato era notevolmente  diverso rispetto a quello oggi attribuito. Difatti il termine deriva da alcune parole greche, traducibili letteralmente in bene-morte, ossia “buona morte”,  riferendosi ad una morte serena e naturale, una morte accettata come raggiungimento perfetto della vita vissuta fino a quel momento.

Ippocrate, vissuto nel V secolo a.C. si mostrava favorevole a conservare la vita dei pazienti il più a lungo possibile, ovviamente ricorrendo all’utilizzo di medicinali ove necessario, anche ove il paziente soffriva atrocemente per la malattia cui era colpito. Era proprio lui difatti ad affermare che non avrebbe mai somministrato a nessuno, neanche se gli veniva richiesto, un medicinale atto a togliere la vita. Prosegue poi dicendo che oltre a non cedere a tali richieste, non l’avrebbe mai neppure consigliato. Sarebbe stato fatto il possibile per tenere in vita il paziente, sofferente, fino a quanto non sarebbe sopraggiunta una morte naturale.

Difatti, nell’antica Grecia il suicidio era fortemente criticato, e chi commetteva tale atto veniva considerato come un vile, privo di coraggio nell’affrontare le difficoltà che gli si presentavano. Tuttavia, un po’ come ai giorni nostri, c’era chi aveva un’opinione diversa, in particolare stoici ed epicurei, che portavano avanti l’ideologia della libera facoltà di disporre della propria vita. Il suicidio, da questi ultimi, non  veniva considerato un atto di debolezza, ma al contrario, un comportamento accettabile e da rispettare.

Nella società romana, il suicidio era frequente, e l’opinione pubblica era favorevole, ed è quindi possibile affermare che era anche consenziente all’eutanasia come oggi intendiamo. Infatti, ove una malattia cui era affetto un soggetto, era ritenuta inguaribile, ed il paziente chiedeva di porre fine a quello stato in cui riversava, gli veniva somministrato un veleno. Questa “facilità” con cui veniva posto fine alla vita inizia a subire un cambiamento, forte, durante il periodo Medievale ed ancora prima con l’avvento del Cristianesimo. Durante l’età Medievale, la Chiesa rappresentava il centro della vita di ogni essere vivente. Il gesto di togliersi la vita era visto come un atto estremamente grave, un peccato, considerato tale in quanto visto come un ingiuria verso il dono della vita fatto da Dio. Il suicidio quindi, e conseguentemente l’eutanasia erano moralmente reprensibili, in quanto solamente Dio possedeva la facoltà di decidere quando la vita di un uomo sarebbe giunta al termine: nessun altro avrebbe dovuto interferire. Basti pensare a Dante ed alla sua “Commedia”, in particolare al VII  cerchio dell’inferno, in cui sono rinchiusi coloro che si sono tolti la vita, e così condannati per l’eternità a subire continue punizioni.

Un filosofo, inglese, vissuto intorno alla metà del 1500, un certo Francis Bacon, benché non sempre in modo chiaro, comincia nuovamente, dopo i secoli medievali sotto il controllo ecclesiastico, a riutilizzare la parola eutanasia. La sua concezione di eutanasia era radicata all’idea di “buona morte”, quindi molto vicina al pensiero greco, egli scriveva, rivolgendosi ad altri medici, che il loro compito principale era quello di prendersi cura dei pazienti fino alla fine della loro vita, ma egualmente dovevano aiutarli a ridurre al massimo le loro sofferenze. Ridurle quindi, ricorrendo all’eutanasia, intesa cioè come una morte che sopraggiunge in modo naturale ma dove la sofferenza viene alleviata grazie all’ausilio del medico. Siamo ancora ben distanti dall’attuale significato del termine. Ma a partire dagli scritti di Bacon, molti intellettuali si cimenteranno in accesi dibattiti, accelerando così il progredire ideologico di tale fenomeno, grazie alla parteciparono di filosofi e medici, ognuno con una loro personale opinione.

Ma per avere la parola eutanasia all’interno dei testi dovremmo aspettare quasi gli inizi del 1900. In tale secolo infatti, tale concetto inizia ad allontanarsi dai “salotti intellettuali” per essere immerso nella società, con la conseguente nascita di varie associazioni, inizialmente molto piccole, a favore dell’eutanasia.  Tali associazioni si rivolgevano sia all’opinione pubblica, quanto ai vertici Statali, con la finalità di sensibilizzare sul tema. Nello specifico, viene tentato di porre l’attenzione sui diritti del paziente in fin di vita e sulla sua possibilità di esporre la propria opinione sulla situazione in cui riversa, e sulle “cure” che ritiene più adeguate. 

Una dolorosa pagina nella storia dell’eutanasia, è data prevalentemente dalla c.d. “eutanasia sociale”. Fin dalle prime forme di società esistenti, quella che abbiamo definito buona morte, consisteva anche nell’eliminare tutti gli individui che gravavano sulla società. Quindi: persone malate, disabili che presentavano delle malformazioni, ed addirittura bambini eccessivamente gracili. Si  potrebbe dire che ciò a cui si puntava (in particolare nelle civiltà più arcaiche della penisola ellenica) era un uomo perfetto (ovviamente in grado di combattere e portare avanti la propria società). Chi costituiva un “problema” andava quindi eliminato.

Egualmente, nel corso della prima metà del 1900, durante le grandi guerre, a seguito delle ferite riportate durante i combattimenti, alla scarsità di generi alimentari, ed in generale alle  pessime condizioni in cui molte città si trovavano, molti medici “affrettavano” la morte di tutti quei soggetti, che per varie cause (quelle precedentemente citate), erano ritenuti inguaribili. Questa pratica attuata principalmente nel c.d. socialismo tedesco, trovò attuazione grazie anche ad un testo, di due letterati tedeschi (A. Hoche e Binding) del 1920 intitolato: “l’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute”. In tale testo si riscontra una definizione generale di “malato incurabile” come il soggetto sofferente da un punto di vista personale, economico e sociale. Praticando un’eutanasia (eccessivamente libera) si sarebbe giunti a eliminare le sofferenze del malato, dei parenti che avrebbero dovuto accudirlo ed a livello sociale ci sarebbero state più risorse economiche da distribuire a coloro che erano sani e che non avrebbero “pesato” sulla società.  In ambito tedesco, l’eutanasia non venne applicata solamente per una migliore distribuzione economica delle risorse, ma anche in un progetto di stampo meramente nazista noto come Aktion T4, dove la finalità era quella di eliminare tutti quei soggetti con disabilità sia a livello psichico che fisico così da avere una società perfetta, superiore (la superiorità della razza ariana) senza soggetti “difettosi”. In tale contesto i nazisti ricorrevano alla nozione di eutanasia come riferimento ad un progetto di sterminio. 


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