Il figlicidio: aspetti psicologici e psicopatologici

Il figlicidio: aspetti psicologici e psicopatologici

Sommario: 1. Introduzione – 2. Aspetti Epidemiologici – 3. Aspetti Antropologici – 4. Aspetti Psicologici e Psicopatologici – 5. Conclusioni

 

1. Introduzione

Con il termine Figlicidio ci si riferisce a tutte quelle situazioni in cui sussiste l’assassinio del proprio figlio, da parte o della madre o del padre. Il Codice Penale italiano non fornisce possiede una figura delittuosa autonoma di figlicidio ma fa rientrare l’evento omicida all’interno dell’articolo 575, ossia l’omicidio classico.

La letteratura giuridica (e clinica) italiana, ha trattato con maggior percentuale il figlicidio cagionato dalla madre (rispetto a quelli perpetrati dal padre) e pertanto, in questo articolo, tratteremo maggiormente la situazione clinica riferita alla madre.

2. Aspetti Epidemiologici

Il sesso dei figli assassinati non è stato indagato. L’età delle madri che hanno effettuato il figlicidio è compreso fra i 21 e i 28 anni e non risultano essere coniugate (dati ISTAT 2002) A questi dati però, è opportuno ipotizzare la presenza di ulteriori figlicidi che vengono abilmente camuffati da disgrazie, incidenti o delitti mai scoperti.

3. Aspetti Antropologici

In Italia, il figlicidio viene condannato sia moralmente, che socialmente che giuridicamente. Tuttavia, in altri Paesi, il figlicidio è tollerato ed alle volte, anche incoraggiato. Basti pensare a Paesi quali la Cina o l’India, in cui l’omicidio dei propri figli è addirittura stata favorita da legislazioni all’uopo predisposte, al fine di contenimento e controllo delle nascite.

Attualmente, anche alcune tribù tribali dell’Africa e dell’America Meridionale praticano il figlicidio e l’infanticidio come condizione sociale accettata e tollerata.

4. Aspetti Psicologici e Psicopatologici

Cominciamo l’esposizione di questo paragrafo sottolineando di come una buona parte delle madri che commette l’omicidio del proprio figlio, agisce in un contesto in cui non è sempre possibile rilevare una patologia mentale pura: una madre infatti, può arrivare a commettere il figlicidio cagionandolo durante un comportamento violento, che non si rifà a nessuna patologia mentale.

Di seguito quindi, si descriveranno le motivazioni più comuni che conducono una madre ad assassinare il proprio figlio:

– Comportamento violento della madre: l’uso della violenza da parte di queste genitrici è all’ordine del giorno. Sono persone incapaci di contenersi, utilizzano la violenza in modo inadeguato, sadico e con connotazioni di crudeltà verso il figlio. Il contesto di riferimento di queste donne è socialmente basso e precario; sussiste la presenza di condizioni economiche svantaggiate e condizioni familiari problematiche. Alcuni casi hanno evidenziato la presenza di disturbi della personalità, irritabilità di base molto alta, aspetti depressivi o presenza di facili agiti di violenza (carattere impulsivo) che spingono la donna ad abbandonare strategie di adattamento per il proprio ambiente precario, lasciandosi andare a comportamenti violenti verso il proprio figlio. Questo tipo di madri pertanto, non mettono in campo una dinamica omicidiaria ben progettata. Si lasciano andare a comportamenti impulsivi che vengono posti in essere durante un “input” del figlio, come urla, pianti, richieste insistenti che di fatto, conducono la madre ad utilizzare la violenza fisica come metodo di risoluzione del caso. Tali comportamenti, agiti di impeto, si identificano con defenestrazione, soffocamento, utilizzo di metodi contundenti, raramente a mani nude. Non sussiste pertanto premeditazione. Queste madri, a loro volta, sembra provengano da una famiglia in cui la violenza fosse una cosa abituale e pertanto sono state elle stesse vittime di violenza da bambine;

– Comportamento omissivo: quando la madre è negligente, può cagionare la morte del figlio in un contesto in cui non si prende cura del figlio, abbandonandolo a se stesso o non curandolo nel modo adeguato. Questo tipo di madri non sono in grado di assolvere la propria funzione di genitrici sia per libera scelta (il non voler fare la madre) sia per condizione mentale (il non essere portata per essere madre). I figli possono essere visti come minacciosi verso la propria esistenza e pertanto insicurezza, paure e incapacità personale conducono la madre a non entrare in sintonia con i bisogni del piccolo e giungono ad abbandonare a se stesso il piccolo che, di fatto, muore di fame o per malattie non curate;

– Comportamento per vendetta: questo comportamento è tipico della madre che cagiona l’omicidio del figlio per vendicarsi nei confronti di ipotetici torti subiti ad opera del padre. Il figlio viene quindi visto come un oggetto con cui realizzare il proposto atto vendicativo, al fine di realizzare un profondo dolore al genitore maschio, mediante appunto, la perdita del figlio. In questo contesto, in ambito clinico, si parla della Sindrome di Medea. Il quadro clinico materno si rifà a donne con gravi disturbi di personalità dagli aspetti aggressivi, comportamenti impulsivi e affetti sostanzialmente caotici. Le relazioni interpersonali sono aggressive e rabbiose e l’omicidio del figlio rientra in questi canoni;

– Omicidio del figlio non voluto: in genere, il comportamento viene effettuato in un contesto di figlio indesiderato e non voluto. La donna che compie l’atto è in genere, lucida ed esegue l’omicidio con volontà. Lo scopo è chiaramente quello di giungere all’assassinio del figlio; così facendo, la madre elimina l’elemento che le ricorda un momento tempestoso della sua vita, in cui ha avuto un compagno che l’ha fatta soffrire e che ora, vuole solo cancellare, uccidendo il frutto del ricordo (il figlio);

– Omicidio del figlio usato come capro espiatorio: quando una madre considera la propria esistenza un fallimento, giunge a prendersela con il figlio, uccidendolo. Il figlio è colpevole di aver rovinato il corpo della madre durante la gravidanza (il cosiddetto sformato dalla gravidanza) oppure di condizioni socialmente riconducibili alla gravidanza, come la perdita del posto di lavoro, la carriera mancata, sessualità coartata per poter accudire il figlio etc. Il figlio diventa la pluralità delle cause poc’anzi citate e viene visto come un costante riferimento all’insoddisfazione della propria esistenza. Il contesto psicologico è quello depressivo, in cui vi è una visione distorta della realtà che portano ad ingrandire alcuni elementi negativi della vita della madre; a questi, si aggiungono comportamenti paranoici che infine, conducono la donna all’omicidio del figlio;

– Violenza plurigenerazionale: questo tipo di donne proviene da un contesto in cui, da bambine, subivano violenze fisiche e percosse. Se alcune madri riescono ad attuare meccanismi psicologici di difesa, ben supportate dall’ambiente esterno, che le conducono ad essere madri affettuose e protettive, in altre avremo il comportamento opposto. La donna non ha un ruolo femminile definito poichè ha introiettato dentro sè il comportamento violento dell’aggressore e generano una violenza che passa da madre in figlio, come se fosse un tratto genetico replicabile con la sessualità;

– Omicidio per cause depressive: in presenza di gravi forme di depressione, alcune madri possono giungere ad assassinare il figlio. Mancanza di speranza per il futuro, sofferenza psichica penosa e costante, impossibilità di ricevere aiuto e bassa autostima sono il quadro clinico di riferimento. Il suicidio è alimentato costantemente e la visione del mondo è quella imposta dalla depressione: penosa, ostile e crudele. Il progetto suicidiario pertanto, coinvolge anche il figlio, in modo tale da risparmiare anche al bambino le pene di questo mondo;

– Omicidio altruistico: questo tipo di omicidio può essere legato ad un disturbo paranoide della madre. La psicopatologia porta la madre a pensare che, da questo mondo privo di spunti, crudele e senza speranza, l’unico modo per salvare il figlio è quello di assassinarlo. Il mondo viene visto attraverso gli occhi della psicopatologia, fortemente condizionata da deliri di persecuzione, allucinazioni di tipo imperativo (voci che danno ordini precisi) che giungono all’unica conclusione possibile: il figlio deve essere salvato e per liberarlo dalla sofferenza, va ucciso. La motivazione quindi, è delirante;

– Omicidio compassionevole: in presenza di un figlio con gravissime forme di malattie, la madre giunge al suo omicidio per interromperne la sofferenza. Questo tipo di omicidio va ben considerato sotto forma di due aspetti: l’omicidio compassionevole vero e proprio, in cui la madre uccide un figlio con una malattia cronica che procura dolore e sofferenze al figlio e l’omicidio pseudo-compassionevole, in cui la madre uccide il figlio diversamente abile per sollevare se stessa dall’obbligo di curarlo e sacrificarsi;

– Omicidio mediante cure dannose: in un contesto in cui le madri cagionano lesioni importanti al figlio, al fine di ottenere attenzioni da parte, ad esempio, del medico, si configura l’omicidio mediante le cure dannose. In clinica, questa condizione è chiamata Sindrome di Munchausen per procura. La donna si presenta come premurosa e attenta ai bisogni del figlio, assillando il medico per richiederne prestazioni sanitarie o esami particolari di tipo invasivo e non necessario. All’oscuro di tutti, somministrano sostanze altamente pericolose o farmaci inutili in un contesto sanitario ma con il chiaro scopo di procurare malattie gravissimi che spesso, conducono il figlio alla morte.

5. Conclusioni

L’omicidio del figlio, come abbiamo visto, può essere spesso cagionato in un contesto non strettamente mentale. Di fatti, sussistono casi in cui la psicopatologia non è fondamento integrante per l’omicidio del figlio. Occorre pertanto procedere sempre ad una serie di test psicodiagnostici per poter giungere allo stato mentale della madre: le patologie più comuni infatti, sono depressione o disturbi della personalità.

Di contro però, abbiamo anche madri che utilizzano sostanze psicotrope, droganti, alcoliche o farmacologiche mentre in altri contesti, vi è lucidità e volontà di commettere il delitto. La responsabilità penale pertanto, appare o fortemente scemata oppure completamente piena. Vi sono casi in cui può essere addirittura completamente elisa. Ciò che conta però, è che l’omicidio del figlio, in Italia, scatena reazioni emotive molto intense e perturbanti. La società vede il bambino come impotente dinanzi la cattiveria degli adulti e meritevole di maggior tutela: quando questa tutela viene negata addirittura dalla madre, che uccide il figlio in modo così brutale, lo sdegno sociale è sentito esponenzialmente, rispetto ad un omicidio di un adulto.


Psichiatria forense, criminologia ed etica psichiatrica, a cura di Vittorio VOLTERRA, edizioni EDRA, Milano, 2017
Medea tra di noi,a madri che uccidono il proprio figlio, Gian Carlo NIVOLI, Carocci Editore, Roma, 2002

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Massimiliano dr Conte

Laurea in scienze e tecniche psicologiche, conseguita nel 2008; Laurea magistrale in psicologia, conseguita nel 2019; Esperto in psicodiagnostica clinica e forense; Facilitatore in Mindfulness; Musicoterapeuta ed arteterapeuta; Criminal Profiler; Pubblicato due libri: Come e perchè amiamo; Enciclopedia Essenziale ed Illustrata delle Parafilie Sessuali.

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